Scheletri Ebook sarà a PonteDerry, sabato 26/9

Dove il buio divora

Bruno si svegliò tardi. I raggi del sole filtravano tra le persiane, disegnando righe di luce sul pavimento. La stanza era immobile, immersa in un silenzio interrotto solo dal ronzio lontano del robot lavapavimenti. Carla era già uscita per andare in negozio, senza nemmeno tentare di svegliarlo. Ormai, ci aveva rinunciato. Sopra una sedia, c'era ancora la giacca che aveva indossato l'ultimo giorno di lavoro. La stessa che si era tolto con rabbia quando aveva capito che non l'avrebbero più richiamato. Da allora, non l'aveva più toccata.
Bruno si alzò con un grugnito, trascinandosi come un sacco vuoto. Il corpo sembrava pregno di pigrizia, il letto un nemico invincibile. Afferrò il telefono sul comodino e si trascinò in cucina, incurante del caos che lo circondava. Le bollette, accumulate in una pila instabile sul tavolo, come un monito silenzioso, gli ricordavano il peso delle sue responsabilità disattese. Bruno gli passò accanto senza guardarle fingendo che non esistessero. Vicino alla finestra, una pianta rinsecchita resisteva ostinata, nonostante lui avesse smesso di annaffiarla settimane prima. Con la coda dell'occhio vide il robot, fermo in un angolo, sembrava riposare. Bruno lo fissò, e per un istante un'ondata di irritazione gli montò dentro: quell'oggetto era troppo efficiente, quasi un rimprovero silenzioso alla sua stessa inerzia.
- Piccola macchina del cazzo - mormorò, accendendo il telefono e cominciando a scrollare distrattamente video, post e immagini di dubbio gusto. La stanchezza però lo vinse, e lo smartphone gli sfuggì di mano, atterrando con un tonfo sordo sul pavimento. Bruno sbuffò, troppo indolente per raccoglierlo subito. Il robot, intanto, come rispondendo a un ordine invisibile, si rimise in moto e, avvicinandosi al telefono, ci passò sopra.
Un suono strano, un misto tra uno scoppio e un sibilo, lo fece sobbalzare. Guardò sotto il tavolo, ma il telefono era sparito. Non c'erano vetri rotti, né pezzi sparsi. Semplicemente, non c'era più. Bruno si alzò di scatto, seguendo il robot con lo sguardo. Sotto di esso, dove avrebbe dovuto esserci un pavimento pulito, c'era solo nero.

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OMICIDIO SULLE DOLOMITI

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Non una macchia. Non un'ombra. Solo un nero denso e pulsante, come se respirasse, trasmettendo un'angoscia opprimente che sembrava afferrare Bruno per il petto, togliendogli il fiato. Il vuoto si espandeva piano, strisciando lungo il percorso del robot che continuava il suo lavoro senza esitazioni. Ogni centimetro di pavimento che sfiorava si dissolveva, lasciando dietro di sé un baratro senza fine. Bruno si aggrappò al bordo del tavolo, le dita scivolose per il sudore. Il suo respiro era un rantolo corto, spezzato. Sentì le ginocchia cedere mentre il nero continuava ad avanzare. Che sta succedendo? Non è possibile. Non può essere vero. I pensieri si accavallavano nella sua testa, urtandosi l'uno contro l'altro, inutili. È un incubo, sì, un incubo. Ma la sensazione del pavimento che sembrava vibrare sotto i piedi gli diceva che era tutto reale. Troppo reale.
- No... no, no, no!
La sua voce era un sussurro strozzato, quasi irriconoscibile. Quando il nero lambì il bordo del tappeto, il panico esplose in un grido.
- Basta! Fermati!
Ma il vuoto non rispondeva. Non poteva.
Allora corse verso il terrazzo e si chiuse fuori. Da lì osservò il buio crescere. Il robot si muoveva indifferente, quasi metodico, lasciandosi dietro un'oscurità che si allargava inesorabile. Notò inoltre che si spostava in modo diverso dal solito: non ripassava mai sullo stesso punto. Sembrava percepire il vuoto, evitando accuratamente i margini come farebbe sul bordo di un gradino, con movimenti precisi e calcolati che suggerivano una consapevolezza che andava ben oltre la sua programmazione: era come se una nuova intelligenza lo guidasse. I mobili più pesanti, come il divano o la libreria, restavano fermi per un attimo, sospesi su lingue di pavimento che il robot non riusciva a raggiungere completamente. Poi, quando il buio avanzava tutto attorno, anche quegli arredi cedevano e precipitavano, trascinati via come se il vuoto li avvolgesse in un silenzio totale, solo un fruscio a segnare la loro caduta. Cercò il telefono nella tasca del pigiama per chiamare Carla, ma si ricordò che era sparito. Bestemmiò: un senso di disperazione lo stava schiacciando come un peso insopportabile. Gridò, ma la campagna attorno era deserta. Inoltre, il terrazzo si affacciava sul retro della casa, lontano dal piazzale dove Carla avrebbe parcheggiato e salito i pochi scalini prima dell'ingresso. Nessuno poteva sentirlo.
Il pomeriggio passò in un'agonia silenziosa. Bruno, rannicchiato sul balcone, guardava impotente il vuoto inghiottire ogni cosa. Quando il robot finì il suo lavoro, si arrestò nell'unico angolo di pavimento rimasto, accanto alla credenza accostata al muro, come se contemplasse con orgoglio il suo capolavoro. Poi, con un movimento lento e deliberato, rotolò verso l'abisso. E vi sparì, senza esitazioni.
Solo allora Bruno aprì la porta a vetri. Constatò che in casa non c'era più nulla, nient'altro che un abisso nero che pulsava di vita propria. Quella visione lo paralizzò: tutto ciò che conosceva era scomparso, inghiottito in un pozzo nero senza fondo. I pensieri si accavallavano nella sua mente, un caos di paura e incredulità: come avrebbe potuto spiegare quell'orrore a Carla? Come poteva affrontarlo da solo? La sensazione di essere completamente inutile lo avvolse come una stretta gelida. Oltre alle mura e i pochi mobili accostati alle pareti, il terrazzo, sospeso sull'infinito, sembrava il frammento di un mondo perduto. L'uomo restò lì, immobile, stringendosi le braccia attorno al corpo.
La sera arrivò, portando un freddo pungente. Bruno, esausto, lottava per restare sveglio. Doveva avvertire subito Carla non appena fosse tornata e avesse girato le chiavi nella serratura. Tuttavia, il sonno ebbe la meglio, e si addormentò, rannicchiato contro il parapetto del terrazzo. Fu il suono della voce della moglie a risvegliarlo bruscamente.
- Bruno? Dove sei?
Gli ci volle un momento per realizzare. Si alzò barcollando e vide Carla sulla soglia di casa, la borsa ancora in mano. Dietro di lei, la luce dell'ingresso cominciava a illuminare il vuoto.
- Carla, no! - gridò, con tutta la forza che aveva. Lei si fermò per un attimo, sorpresa, poi fece un passo avanti, ignara. E cadde.
L'urlo di Carla, colmo di disperazione, sfumò progressivamente. Come un'eco lontana.
Bruno rimase immobile, il respiro spezzato in singhiozzi. La sua mente rifiutava di accettare ciò che aveva appena visto. Si avvicinò al vuoto. Dal nero proveniva un suono sordo, simile a un respiro profondo, lento e regolare. Ogni tanto un crepitio sottile rompeva l'oscurità, come vetri che si frantumano a distanza. Bruno serrò i denti, cercando di ignorare quei rumori, ma non poteva sfuggire all'idea che il vuoto lo stesse osservando, aspettando. Con un ultimo respiro, fece un passo in avanti.
L'abisso lo accolse come una bocca spalancata, famelica.
E poi, solo silenzio.

Luca Murano

Luca Murano, classe 1980, si è laureato in lettere moderne all'università di Pavia. Ha lavorato come redattore e correttore di bozze per Mondadori e attualmente vive e lavora a Firenze. Dal 2011 gestisce il blog di racconti VaiComeSai. Negli anni, molte di queste storie sono apparse su antologie e riviste letterarie fra cui, 'tina, Topsy Kretts, Malgrado le Mosche e Pastrengo. Oltre a scrivere per il sito sportivo Around the Game, ha pubblicato due raccolte di racconti: "Pasta fatta in casa: sfoglie di racconti tirate a mano" (Bookabook, 2018) e "I vestiti che non metti più (Dialoghi Edizioni, 2021). Fa parte della giuria del Premio Letterario Zeno e, da gennaio 2024, collabora con BookTribu.



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