
Lavorai per anni per un'Azienda che, sotto cavilli burocratici e moduli schematici, richiedeva come unico requisito quello di svendere la propria anima affinché potesse avere un controllo totale su di me. Venni meno a quel patto col diavolo nell’inverno del 2016, dopo diciotto anni passati nel limbo tra la morte minore e la morte maggiore. Le mie nevrosi crescevano di minuto in minuto, di ora in ora, di mese in mese, di anno in anno. Mentre scrivo, il lettore dovrà semplicemente atomizzare la sua sottomissione con la mia; facilissimo perché, come me, al mondo ce ne sono tanti.
Lo sentite come scorre lentamente il tempo in quella cella con una piccola finestra in alto sulla parete centrale? Poteva essere aperta o chiusa solo con un bastone a gancio, sparito poco dopo la mia assunzione. Non succedeva solo nel mio ufficio, ma anche in quelli degli altri dipendenti. Ci assuefacemmo lentamente all’aria rarefatta, all’umidità che in inverno alimentava le muffe negli angoli delle stanze a causa della mancanza di ventilazione e del riscaldamento acceso a 30°C dall’orario di apertura a quello di chiusura. La luce era praticamente assente, tolta quella pallida e smorta dei computer di vecchia generazione. Quando le condizioni lo permettevano, preferivo usare il cartaceo, che mi ricordava un vago senso di verità e umanità. Toccava però piegarsi sul foglio d’avorio smorto, così privo di quel buon profumo che di solito ha la carta. Al tatto pareva il rivestimento di plastica di un elettrodomestico appena acquistato. La mole di lavoro era insostenibile e la tensione fra i colleghi e i dirigenti cresceva, cresceva, si centuplicava di secondo in secondo.
OMICIDIO SULLE DOLOMITI
La comunità di un piccolo borgo di montagna viene sconvolta dal brutale omicidio di una donna. Giacomo Stani, il figlio tredicenne del maresciallo, ottiene il permesso di seguire il padre nelle indagini, entrando così in un mondo fatto di segreti rurali e tradimenti. Chi sarà il colpevole? Decimo Tagliapietra si cimenta con il giallo con l’avvincente “Luce di notte”, racconto finalista al Gran Giallo di Cattolica 2021. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi illustrati.
TORINO DEMONIACA
Torino galleggia sulle acque nere della superstizione e della magia. Sulle rive del Po sono adagiati cadaveri di frati impenitenti, satanisti sacrileghi e profeti di sventure. Elsa e Damiano, i giornalisti coinvolti nel delirio collettivo, si trovano a dover combattere contro le legioni di Satana. La città è dilaniata dalla follia primigenia scatenata dagli angeli decaduti. All'Inferno solo il Diavolo potrà salvarti. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi illustrati.
HORROR PORNO ILLUSTRATO
Anni ’70. Tra le strade di una torrida New Orleans, dove il jazz si mescola all’aroma di spezie e ai corpi in vendita, prende vita “La scolopendra d’oro”, novella horror erotica intrisa di sensualità e mistero. Il libro è arricchito con numerose illustrazioni esplicite senza censura realizzate dall'artista Alessandro Amoruso. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi illustrati.
MANUALE PER SOPRAVVIVERE ALLE STREGHE
Questo è un testo rivoluzionario che spiega come riconoscere le vere Streghe e affrontarle. Le Streghe sono entità malvagie con un unico obiettivo: seminare caos e distruzione. Lo dimostrano i numerosi casi documentati nel Manuale, tra cui la strage del passo Djatlov, i fatti di Burkittsville, l’incidente alla Darrow Chemical Company e catastrofi di portata mondiale come Chernobyl o l'avvento di Hitler.
Il Manuale è inoltre arricchito da numerose illustrazioni e fotografie inedite e top secret. Disponibile in ebook e cartaceo.
EROS E ORRORE
Questo non è un racconto. È una possessione. Una lunga, dolorosa, eccitante possessione. Un ragazzo come tanti ma con un terribile segreto di famiglia, un amore troppo grande per poter restare umano. Lei non è solo una ragazza: è una Dea tatuata, un'ossessione che divora e trasforma. Tra desiderio e dannazione, "Lovecantropia" esplora i confini sottili tra amore e dipendenza, eros e orrore, passione e follia. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi con illustrazioni senza censura.
Un giorno avevo posato una mela sulla scrivania, con l’idea di mangiarla durante i pochi minuti di pausa concessi. Un mio collega che odiavo particolarmente, passando distrattamente in quello spazio ristretto - specie per un uomo della sua stazza - la fece cadere. Nella mia testa c’era un'altra specie di oscurità, più cupa e profonda, più corrosiva e acida. Quel gesto distratto fu l’ultima goccia, l’ultima offesa, l’ultima umiliazione, l’ultima pretesa da parte di Quelli di vedermi piegato ai loro soprusi: esigevano che fossi indulgente, che lasciassi perdere. Era sempre così per tutto, per ogni cosa.
Guardai la sua faccia da manichino, poi la mela sul pavimento, sporca di polvere e con un capello nero di donna attorcigliatosi intorno, come il serpente della narrazione delle origini. L’odio scorreva nelle vene, mi premeva dietro gli occhi. Ero a un passo dall'omicidio. Ma qualcosa si bloccò. Raccolsi la mela e, in uno stato catatonico, camminai verso l'uscita con l'unico intento di licenziarmi.
Non appena varcai la soglia dell’uscita principale, mi materializzai, come per magia, al piano più alto: il ventitreesimo, l’ultimo piano dell’inferno. C’ero stato solo una volta per reperire una pratica risalente al 2004. C’era qualcosa che non andava, c’era decisamente qualcosa di anomalo in quel posto, più che in qualsiasi altro ufficio, toilette o altro angolo della casa del demonio. Ciò mi indusse a non volerci tornare mai più e, per fortuna, non ce ne fu più motivo. Ma ora eccomi di nuovo lì: la scatola buia delle pratiche irrisolte. La muffa sulle pareti era una coltre densa e nera; l'aria, rarefatta e irrespirabile. Non c'era altra luce se non quella che filtrava dalle crepe del muro e del soffitto. Come piccole e flebili candele accese in un bosco fitto e oscuro, quelle fessure mi permisero di intravedere una sagoma che dava l’impressione di essere molliccia al tatto e aveva un odore nauseante. Nel buio pareva fosse il Direttore dell’Azienda, un personaggio strano che nessuno aveva mai davvero incontrato e su cui giravano strane voci che lo descrivevano ogni volta in modi diversi e sempre più assurdi. Durante gli orari di ufficio la nausea mi pervadeva per il terrore di incontrarlo da un momento all’altro, nei momenti più inaspettati.
Sparì però all’istante, tanto da farmi pensare di essere completamente impazzito. Poi, un rumore improvviso alle mie spalle. Due ratti enormi, deformi. La mente cercava di aggrapparsi alla normalità: mi dissi che erano solo i soliti topi che periodicamente infestavano l’Azienda a grandi ondate, anche se quella era la prima volta, quell'anno, che comparivano. Provai ad avvicinarmi all’uscita, ma la porta era bloccata. Sentii un altro rumore. Pensai di nuovo ai topi, e invece quell’essere (che sembrava proprio il Direttore) era tornato, ritagliato contro una delle crepe da cui filtrava un bagliore torbido, un misto di rosso e nero che ricordava il sangue arterioso che si ossida sul ferro. Due sole tonalità non bastavano a contenerlo.
Il terrore mi assalì, facendomi crollare a terra. Lo sentivo dentro, una presenza fisica che mi sfiorava il fegato e gli organi con artigli affilati, mentre quella forma mostruosa rimaneva inchiodata sul mio encefalo. Poi, di nuovo, sparì nel nulla.
Mi avvicinai alla crepa. Accostai l'occhio destro alla fessura, serrando il sinistro per mettere a fuoco quel bagliore assurdo che proveniva da fuori. Quando guardai oltre, capii di aver commesso l’errore più grande, quello che mi avrebbe condannato per sempre. Fuori non c’era niente. Era come puntare un telescopio su un cielo privato della luce delle stelle: quel posto non era che una navicella abbandonata nel cosmo infinito, alla deriva, chissà dove, chissà come, chissà perché. Compresi allora la fine che attendeva gli impiegati che per pazzia si licenziavano o che per sodomia venivano licenziati, condannati a essere cancellati per sempre nelle prigioni cosmiche, negli scarti interstellari.
La follia prese il sopravvento. Iniziai a sbattere con feroce disperazione contro la porta di legno ruvido, a grattare il legno marcio finché le dita non si consumarono. Scivolai di schiena sul muro e mi sedetti abbracciando le gambe; mi portai le mani insanguinate sugli occhi e iniziai a colpirmi violentemente il viso nel tentativo di esorcizzare ciò che avevo visto. Piansi disperatamente, mentre il respiro profondo della cosa nascosta nel buio si faceva sempre più vicino. Cominciai prima a pregare sommessamente, alzando inconsciamente sempre di più il volume della mia voce fino a distorcerla: «Vi prego, riassumetemi. Vi scongiuro, sarò buono. L’ho sempre fatto, lo sapete... per diciott’anni la mia intera vita è stata nelle vostre mani... mi conoscete... Io ho sempre fatto tutto... tutto... vi ho dato tutto… non potete… non potete farlo... il Direttore… oddio… oddio, no...».
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