Il sogno di Klaus

Sedeva su un muretto a secco che recintava la sua antica abitazione. C’era la luna piena e il silenzio era il cardine assoluto di quel momento così identico a tutti gli altri. Klaus era solo da diversi secoli ormai e il tempo scorreva nell’infinito, a volte impercettibile, a volte esasperato dalla lenta anedonia della sua esistenza senza fine. La noia era la sua più antica nemica. Smise di essere umano all’età di diciott’anni, in un’epoca remota e ignorante a causa di una rara malattia. Lo seppellirono vivo e si risvegliò poche ore più tardi sigillato in una tomba di pietre. Per questo il muretto a secco gli ricamava nella mente ineluttabili memorie recondite. Ricordava le epoche passate e si soffermava su questo banale presente che lentamente scivolava via, come tutte le cose di questo mondo. Si alzò in piedi, calpestando residui vegetali secchi. Interruppe così il sacro silenzio e, rivolgendosi alla luna, pregò con una flebile speranza indefinita, perché anche lui non sapeva in realtà cosa cercasse dalla non-vita. Decise di rientrare all’antica abitazione perché la luna cedeva il posto all’alba. I suoi passi erano pesanti, come tonfi di massi che scivolavano giù sulla valle da vette remote e irraggiungibili. Sentiva il vento freddo, l’aria era così limpida, così bella, ma sapeva che era bella solo perché da qualche parte era scritto così; si era effettivamente dimenticato della bellezza del mondo, era come se avesse fra le mani una sbiadita fotografia di un’umanità leggendaria, ancora più leggendaria della sua stessa natura di mostro.

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Klaus aprì la porta. Chiuse le finestre per evitare che la luce del sole filtrasse dalle fessure. Durante i preparativi per addormentarsi, notò che era ancora stesa per terra l’ultima vergine che aveva predato. La vide inerme, con gli occhi spenti e sazi di buio. L’odore di morte era forte ma piacevole per le sue narici mutate. Il sangue raggrumato ricreava nell’immaginazione una fitta adunanza di rose selvatiche. La guardò, era così bella, così innocente, avrebbe probabilmente vissuto una vita lunga ma finita, avrebbe continuato a dare importanza alle cose insignificanti, alle cose vere e più belle. Come si sentì addolorato, l’anedonia stava forse scomparendo?

Chiuse l’ultima tapparella e si rannicchiò in un angolo, come faceva sempre al termine della notte. Sognò di avere undici anni, cavalcava un pecorone di un fattore amico di suo padre, lo teneva per le corna e correvano tra la polvere che sfiorava il cielo, gli amici presenti gridavano il suo nome, sua madre seduta su una sedia di paglia lo sfiorava con lo sguardo, ogni tanto, mentre fumava e chiacchierava con suo marito. Le gocce di sudore gli imperlavano la fronte, il sole era alto, incendiava i rovi al bordo del selciato regalandogli sfumature ramate, era mezzogiorno, che meravigliosa giornata.

Marcello Saponaro



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