Papaveri rossi

Mia sorella sostiene di essere orfana. Ha sei anni più di me e una storia straziante da raccontare. È convinta di avere perso il padre in un incidente d’auto. Polizia, ambulanze, curiosi ai finestrini delle auto di passaggio.
- Dormivo - mi ha detto come in trance, come se fosse tutto un sogno - ero sdraiata sul sedile posteriore. Sentivo i miei genitori litigare, litigavano sempre.
Ai suoi piedi, sparsi in modo disordinato, un mazzo di papaveri rossi che aveva colto durante una sosta, sul ciglio della strada. Quando è avvenuto il tamponamento ha sbattuto contro lo schienale del padre, e questo le ha salvato la vita. Aveva sei anni allora.
Di quello che è accaduto dopo, della sua vita successiva, non ricorda nient altro. Si è risvegliata in una stanza, nel reparto di traumatologia e per qualche tempo è rimasta incosciente, sotto sedativi: coma farmacologico, lo chiamano. Lo zio, quando andava all’ospedale a trovarla, indossava la giacca del padre, per farle credere che il papà stava bene e che presto sarebbe venuto a trovarla in ospedale. Ogni anno, il giorno del suo compleanno, le regalo dei papaveri rossi. Mai rose o altri fiori. Lei ogni volta piange. Tutti gli anni, nella ricorrenza del suo compleanno, piove.
 
Mia sorella ha sei anni più di me, si chiama Alina. Ha occhi grandi, bistrati di nero e capelli ricci, corti su un lato. Quando hanno avuto quell’incidente aveva sei anni e del padre non ricorda niente. Alina attraversa lunghi momenti di silenzio, smarrendosi a fissare un punto indefinito dello spazio. Questi momenti sono ora diventati più frequenti. Fra pochi giorni sarà il suo compleanno, le regalerò un mazzo di papaveri rossi, come sempre, e lei piangerà. Come sempre. E pioverà.

Il padre di mia sorella ha riportato lesioni alla spina dorsale e la perdita della sua lucidità mentale. Sedia a rotelle, scialorrea: fine di tutto. Alina dormiva sul sedile posteriore. La madre si era voltata, nel tentativo di proteggerla con le sue mani. Lo schianto fu violento e la catapultò sul sedile davanti a lei. L'ultima immagine che vide furono gli occhiali del padre volare dentro l'abitacolo dell'autovettura e ricadere sul petto della madre, trattenuto dalla cintura di sicurezza, mentre la permanente e la testa le schizzavano via. Il mazzetto di papaveri rossi cadde dal sedile sul tappetino sporco della macchina. Il rumore degli air-bag esplose inutilmente, tingendo di bianco il parabrezza su cui battevano due tergicristalli indifferenti e ammaestrati. Alina amava intensamente il suo papà, di un amore grato e fiducioso. I suoi occhi scuri non avevano mai avuto motivo di dubitare di lui.
Quando la madre ritornò dall'ospedale, Alina non la riconobbe. I suoi grandi occhi neri accettarono quella presenza, come si accetta un oggetto del quale non se ne conosca la provenienza. Da allora è chiusa in un mutismo ostinato che, soltanto il giorno del compleanno, io che sono suo fratello, minore di sei anni, riesco a rompere. Quando suono il campanello di casa è in camera sua ad attendermi e una smorfia le increspa già gli angoli della bocca. Sulle gote pallide si formano allora due fossette, che io adoro. In quelle due piccole depressioni della pelle resiste ancora la sua infanzia lontana e spensierata. Quando mi vede entrare si volta verso il muro e una lacrima facile le evapora sul viso, lasciandole un graffio luminoso sulla guancia. Mi siedo accanto a lei e aspetto che si volti e accarezzi  i soliti papaveri che tutti gli anni le porto in dono. Nel corridoio a destra si apre la porta della camera della madre. Il suo sguardo, concentrato su un angolo fra due pareti della stanza, sembra riflettere lo stesso pensiero da tanti anni. E sempre ripete la stessa storia.

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- Questa pioggia che non smette mai di cadere mi farà saltare i nervi. Acqua, soltanto acqua, per cinque mesi all'anno e freddo che entra dentro le maniche, sul collo e sotto la gonna e gela tutto il corpo. Come poteva avere la presunzione di aspettarsi una moglie affettuosa con questo gelo? Avrebbe dovuto portarmi via da questa città prima dell’incidente. La gravidanza e poi questa figlia da crescere, con quel suo patetico mazzetto di fiori sporchi, raccolti per terra. «Dentro il frigo c'è del roast beef e della verdura» stavo dicendo. «Per stasera siamo a posto così». E fuori, nel balcone, ancora tutti i panni da togliere e portare dentro. Poi due lampi improvvisi di luce hanno illuminato a giorno la mia frustrazione e tutto il risentimento per mio marito.
Un attimo dopo della cena e dei panni non c’è stato più bisogno.

- Chi può essere questo signore che ogni anno, sempre nello stesso giorno, viene a farmi visita? Anche adesso che sono vecchio e inchiodato su questa sedia a rotelle. Mi porta un dolce confezionato, che non mangio mai e che butto dentro al secchio della spazzatura appena se ne va. Così aspetto che passi un altro anno.
- Tornavamo a casa, ero stanco e gli occhi mi si chiudevano come due piccole fessure di cui qualcun altro reggeva i fili. Io e  mia moglie avevamo passato la giornata intera a discutere, della figlia malata che avevamo e dei soldi che non bastavano mai. Pioveva e mi ero distratto, nel tentativo maldestro di pulire gli occhiali appannati e azionare la leva delle spazzole tergicristallo. L'acqua venne giù di colpo, un'ondata di spuma bianca che fece infilare la nostra intera esistenza dentro un’altra automobile, armata di fari alogeni, che veniva dal senso opposto. Due occhi gialli, come quelli di un lupo. Come in un film vidi gli occhiali volare in aria e mia moglie trattenere con le mani e con i denti la sua fragile vita infelice. Di quello che accadde dopo non ricordo niente. Soltanto questo triste paesaggio che contemplo da anni dalla finestra e l’urto del corpo di Alina contro il mio sedile.
- Qualcuno bussò alla porta alcuni anni dopo. Voleva sapere di un certo incidente. Portava al dito un anello con un rubino che riconobbi uguale a quello che portavo anch’io. Pretendeva particolari: a che ora, come, perché. Stavo per cacciarlo via, ma lui mi pose fra le mani un mazzo di papaveri rossi, e mi parlò con la voce bassa, dicendo che era il fratello di Alina. È da quella volta, ogni anno, che viene con un mazzo di papaveri, raccolti chissà dove, e li dispone sul mio letto, sopra le lenzuola bianche, formando così una macchia rossa. Dice che servono a ricordarmi come si può distruggere una vita in pochi istanti. Quando quel giovanotto viene da me distende sul mio letto questi fiori effimeri. Lui ne prende uno, uno soltanto, prima di andare via. Dove, non saprei dire.

- Sento già i suoi passi nel pianerottolo: la porta scorrevole dell'ascensore si apre, producendo un lamento di cavi d’acciaio. Sento il grattare delle ante scomparire nella parete. “Ero in macchina e dormivo, mentre il riflesso degli occhiali di mio padre mi avrebbe dovuto rassicurare, come un faro che di notte brilla e ti guida nell’oscurità. Padre mio, benedetta sia la tua miopia che mi culla nel sonno”
- Il campanello si urta di nervi quando lui gli preme contro il suo dito di fratello sconosciuto. Suona in un modo suo particolare, più stridulo, quasi stizzito. Che razza di nome gli avete dato? “Salvo?” Si può chiamare così un bambino appena nato? Avete mai preso coscienza della disonestà di quel nome?

- Un colpo violento manda il mio corpo contro il sedile e l'odore della pelle ancora in garanzia mi offende le narici. Le ultime rate della macchina da pagare volano contro una luce gialla improvvisa, che mi acceca. La sua testa vola in direzione opposta alla mia, annullando il suo gesto. Un paio di occhiali transitano in aria, rovinando sul mio petto indifeso. La macchina rimbalza, gratta violentemente l’asfalto, poi si ferma, rovesciata come un insetto nero. Le ruote all’insù ancora girano, affilando l'aria, senza più nessun asfalto su cui avvolgersi. È l’ultima immagine che trattengo. Poi un buio profondo, dal quale non mi vorrei mai risvegliare. Il nuovo vuoto nel quale ancora precipito.

- Suona il campanello, è lui che viene a frugare nelle nostre vite, nella casa che dice essere  anche la sua. Si pettina quando deve venire da me, non lo biasimo per questo. I papaveri sono freschi, come ogni anno. Non so dove li coglie, forse nel campo qui vicino o giù all’inferno. Ha le maniche piegate, le braccia pelose, al dito porta un anello d’oro con un grano di rubino, che gli strizza la carne disegnandogli un livido calloso. Un fiore rosso, fragile, già pentito della sua limitata bellezza. «Non ho bisogno dei tuoi papaveri» gli sussurro «ma di un papà vero».
- Sorride del mio stupido gioco di parole e ne depone alcuni sulla mano che gli tendo. Gli offro una lacrima, una delle tante, scelta da un repertorio infinito di anniversari. La lascio cadere dall'angolo dell'occhio, ve la trattengo ancora per un attimo facendola brillare; poi la guido lungo le asperità della guancia appassita. Infine gli regalo un quarto di sorriso che lascia intravvedere parte di un dente a perno, falso e sincero allo stesso tempo. «Al prossimo anno, mio caro. Addio».

- Devi dirglielo, che aspetti? Se non lo fai tu lo farò io, non mi mancherà certo il coraggio di parlare con lei. Non ne ho paura. Saprò come affrontare il problema. «Sono arrivata all’ultimo mese di questa gravidanza dando retta alle promesse di tuo marito» le dirò.

- È tutto facile per te - grida l’uomo agitando le mani, lasciando per un attimo il volante. Su un dito ha un anello d’oro, con un grano di rubino. - Prendi uno e gli sbatti addosso la tua verità.
- Sai che novità c'è da nove mesi a questa parte? Aspetto un figlio tuo, ecco che c’é. Non giro intorno alle cose, io. Parlo in faccia, dritta e schietta. E questa maledetta pioggia maledetta che non smette più. Aspetto ancora una settimana che tu ti decida a,  prima di...
- Ma che fanno…? Quei fari…

- Eravamo appena rientrati al nostro reparto da un intervento precedente. Un tossico si era esercitato a pugni sulla faccia della propria donna. Questa strillava che lo voleva vedere morto, piuttosto che in carcere a fare la bella vita. Saranno state forse le due e trenta di notte, quando il telefono ha iniziato a squillare. Avevamo appena appeso i giubbetti e le pettorine al muro. Siamo ripartiti di corsa con l’ambulanza, tagliando verso la tangenziale, poi da lì abbiamo preso la consolare che va a nord. Quando siamo arrivati sul luogo dell’incidente c'era poco da fare per noi. Delle due automobili, quella con i due adulti a bordo e la bambina dietro, era completamente rovesciata. Le ruote per aria, come uno scarabeo cappottato che non riesca più a rigirarsi. Tre persone, una famiglia, davano ancora segni di vita. Noi caricammo invece i corpi dell’uomo e della donna dell’altra vettura. Dovettero intervenire i vigili del fuoco per aprire un varco tra le lamiere. Dal ventre della donna venne estratto il bambino ancora in vita. Era già al suo nono mese di gravidanza. Di loro non ho saputo più niente, i nostri colleghi si sono semplicemente limitati a constatare il decesso di entrambi. Io e mia moglie abbiamo chiesto il bambino in adozione. Non possiamo avere figli, ecco perché. Ma non è rimasto a lungo con noi. A sei anni è volato in cielo; si dice così, no? Non dico che mi sia dispiaciuto. Aveva iniziato subito a dare segnali di non avere le rotelle a posto, non so se mi spiego. A un certo punto aveva iniziato a riempire il nostro letto con dei papaveri rossi, che coglieva lungo i marciapiedi non curati. Io li odio quei fiori appiccicosi che puzzano, già dopo poche ore si spengono e intristiscono. Attorno alla sua piccola tomba, giù al cimitero dove lo abbiamo sepolto, vi crescono spontaneamente. Sembra un fuoco che voglia incendiare tutto. E non è detto che un giorno o l’altro non lo farà.

Salvatore Alessandro Canu



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