
Tornavo a casa dopo una notte intensa di lavoro. L’auto sulla quale viaggiavo era una carcassa di trent’anni con il cambio manuale. A rivenderla, con i soldi che ci avrei guadagnato, non avrei comprato neanche la ruota di scorta di una macchina nuova. Il lavoro di portiere di notte in una pensione di periferia, non mi permetteva di programmare certe spese che erano quasi improcrastinabili. L’auto, appunto, era una di queste.
Tornavo dal lavoro, dicevo, nel mese più freddo dell’anno ed era ancora buio. Ero così stanco che avevo soltanto l’energia per innestare le marce, nient’altro. Imboccai la tangenziale, ancora mezzo intontito dal sonno. Affrontai il lungo serpentone che faceva da svincolo e, una volta in carreggiata alzai lo sguardo allo specchietto retrovisore per controllare le auto che arrivavano dalla sinistra. Soltanto allora vidi un uomo seduto sul sedile posteriore che mi fissava in silenzio. Se ne stava rannicchiato in un angolo, affondato nell’ombra. Solo il volto pallido emergeva dal buio. Aveva il collo tutto piegato di lato, come se gliel’avessero spezzato. Mi fissava con occhi fermi, privi di espressione. Lo spavento fu tale che quasi persi il controllo dell’auto.
Diedi una violenta sterzata al volante invadendo l’altra corsia e un colpo di clacson mi esplose nelle orecchie. Con un’altra sterzata riuscii a rientrare in carreggiata per miracolo. Guidai per qualche chilometro ancora, senza guardare lo specchietto.
- È solo stanchezza - mi dissi - allucinazioni da mancanza di sonno.
Una corrente gelida cominciò presto a invadere l’abitacolo, e quando finalmente ebbi il coraggio di alzare gli occhi allo specchietto, quell’uomo era ancora lì. Composto nel suo angolo. Silenzioso e attento, con la testa inclinata da un lato e gli occhi che non smettevano di fissarmi. Tenevo sotto controllo la strada intanto che sentivo il cuore sul mio petto battere con violenza, come se volesse esploderne fuori e fuggirsene a gambe levate. Accesi la radio per convincermi che fosse tutto normale. Ero stanco, era sicuramente un’allucinazione dovuta soltanto a questo, nient’altro. Avevo bisogno di riposo e di rivedere drasticamente i miei turni di lavoro. Alla radio le notizie delle prime ore riguardavano ancora i fatti del giorno precedente. La voce del conduttore aveva quella morbidezza rassicurante, tipica del primo risveglio. Una brezza gelida abbassava la temperatura dell’abitacolo. Mi volli accertare che tutti i finestrini fossero chiusi e, per abitudine, controllai dallo specchietto anche i finestrini posteriori. Lui, quella cosa, stava ancora lì dietro, in silenzio che mi fissava senza dire una parola.
Com’era entrato dentro la mia automobile? Avevo chiuso le portiere a chiave, ne ero certo. Non mi ero accorto, quando ero salito in macchina, che ci fosse qualcuno seduto dietro. Misi la freccia per fermarmi in un’area di sosta, ma quel tale, con un tono di voce neutro, mi diede un ordine perentorio.
- Vada avanti fino all’uscita nord.
Dalla sua bocca uscì una nuvola di condensa ghiacciata, che si allargò, espandendosi e abbassando ancora di più la temperatura.
- Ma quella non è l’uscita per casa mia. Lì si trova il cimitero! - protestai.
Per un attimo il suo sguardo si spostò verso le mie mani che stringevano il volante, per assicurarsi che facessi ciò che mi aveva chiesto.
- Non si allarmi, i cimiteri sono luoghi come tanti altri. Costruiti da umani per altri esseri umani.
Detto questo, l’uomo si richiuse nel suo silenzio, fissando il vuoto davanti a sé.
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Aveva una giacca nera, abbottonata su una camicia bianca dal collo logoro, senza cravatta. La pelle del volto era spenta, sembrava fatta di cera ingiallita. Le sopracciglia erano sottili e rade. Indossava uno strano cappello nero, alto con le tese strette. Soltanto gli occhi erano leggermente cerchiati di rosa e il suo sguardo non abbandonava mai il buio fitto in fondo al parabrezza. Dallo specchietto retrovisore potevo vederlo soltanto dal busto in su, ma riuscivo a immaginare perfettamente le mani ceree come il volto, e le dita magre intrecciate sulle ginocchia strette.
Nell’abitacolo la sensazione di essere esposti a un’aria gelida si andava rafforzando e neanche l’accensione del riscaldameto sortì alcun effetto.
- Lasci perdere - disse quello, quasi scusandosi - è l’effetto della mia presenza. Quando sarò sceso tutto tornerà normale.
- Chi è lei, come ha fatto a entrare dentro la mia macchina?
- Oh, non ci vuole granché. Entrarvi è facile, è uscirne che crea sempre qualche problema - disse l’uomo, con un tono di rassegnata frustrazione. Poi tacemmo entrambi.
Guidai ancora per qualche chilometro; superai l’uscita per il quartiere dove abitavo e proseguii oltre. La notte iniziava a cedere qualche lembo della sua oscurità ai primi bagliori riflessi dalle lamiere dei capannoni rivolti a est. Man mano che procedevamo, il volume del traffico in entrata verso la città cominciava a farsi più sostenuto. Arrivato in prossimità dell’uscita nord, l’uomo abbandonò la posizione che aveva mantenuto fino a quel momento e si raddrizzò, guadagnando la parte centrale del suo posto. Poggiò i gomiti sui due sedili anteriori e mi ordinò, con una brezza gelida nell’orecchio, di mettere la freccia a destra.
- Esca qui - disse soltanto.
Feci come mi aveva ordinato e mi immisi sullo svincolo che conduceva al cimitero. Dopo una rotatoria con un cipresso al centro, arrivammo al secondo incrocio e mi fermai al semaforo rosso. Non c’era nessuno in coda, tranne un furgone con degli operai che mi stava accanto e un’utilitaria con un uomo e una donna, ma nessuno di loro notò nulla di strano dentro la mia automobile. Mi distrassi a contemplare il vuoto e a chiedermi se non mi stessi ammattendo.
- È verde! - disse l’uomo, e dalla sua bocca usci la solita nuvola di vapore ghiacciato. Si aggiustó il cappello in testa e con la mano mi fece segno di ripartire. Innestai la marcia e guardai nello specchietto retrovisore per tenerlo sotto controllo. Il suo collo era ancora piegato e, per quanto lo fissassi, non riuscii mai a vedergli sbattere le palpebre, le sue pupille nere erano come due bottoni fissi in un mare di cera giallastra. Aveva un muso lungo e il volto magro, e tutto il suo aspetto, depresso e infelice, era accentuato dal collo spezzato.
Percorremmo tutto un viale malamente alberato, poi una strada laterale più stretta, occupata da negozi di fiori chiusi. Infine, riprendendo la parallela, voltammo in un viale sterrato, più stretto e corto del precedente, con ai lati una serie di vecchi cipressi e siepi di bosso. L’uomo mi chiese di arrivare fino alla sbarra alzata, ma di non andare oltre. Eravamo davanti al cimitero. Le solide mura erano segnate dal nero delle scolature dell’acqua piovana. Il cancello ancora chiuso era a pochi metri di distanza. Una nebbia sempre più fitta avvolgeva ogni cosa raggelandola in una forma lattiginosa, imprecisa e vaga. Arrivato davanti alla sbarra mi fermai lasciando il motore acceso.
Dal sedile posteriore, quel volto piegato, giallo come la cera, trasse fuori un sospiro profondo e, come se volesse scusarsi per il disturbo che mi aveva causato, allungò una mano scheletrica, posandola sulla mia, appoggiata alla leva del cambio.
- Poco prima mi ha chiesto chi sono, e io non le ho risposto, mi perdoni. Vede, io non sono nessuno - esordì improvvisamente con voce bassa, guardandosi le mani. - Soltanto un attore da poco, relegato a ruoli insignificanti. Chi si ricorda di Osric nell’Amleto? Chi conserva memoria di un’anonima comparsa nei Sei personaggi, o di uno dei vecchi pastori, nella Figlia di Iorio? Mai la luce scintillante dei riflettori del proscenio ha illuminato un mio personaggio; mai il sipario è stato riaperto per raccogliere un applauso indirizzato soltanto a me.
Tacque un istante, quindi rialzò uno sguardo carico di rancore e riprese a parlare con un tono di voce che era quasi un gorgoglio.
- Finalmente mi venne offerto un ruolo di spicco. L’occasione che aspettavo da anni: Cuthbert Frush, il contabbandiere dal collo spezzato, di Henry James. Dopo mesi di prove intense, durante le quali avevo cesellato un personaggio memorabile, ecco che la sera della prima inciampai sulle luci del boccascena, caddi in platea e davvero mi spezzai il collo. Rimasi ad agonizzare su quel pavimento, il tempo per assistere al ridicolo e alle risate del pubblico. Respirando non la polvere del palcoscenico, come meritavo, ma quella più vile fra le scarpe degli spettatori della prima fila.
Le parole amare dello sfortunato attore si persero nel gelo del primo albeggiare. Una timida luce filtrava già tra le vette dei cipressi, presto la luce del giorno avrebbe dissolto ogni angolo buio. Cuthbert Frush arretrò nell’ombra dell’abitacolo, come uno scarafaggio che voglia sottrarsi alla luce. Aprì lo sportello, esitò, poi si voltò ancora. Gli occhi fissi su di me, il collo spezzato, il braccio alzato all’indietro, la mano magra a indicare la porta del cimitero.
- Tu mi hai visto - disse - tu mi ricorderai. Questo è ormai il mio unico palcoscenico.
Scese dall’auto, superò la sbarra e arrivò al cancello, chiuso come il sipario di un teatro. Il fantasma di Cuthbert Frush si fermò e si voltò ancora, come un vecchio attore consumato. Fece un profondo inchino a un pubblico immaginario. Alzò una mano, poi l’altra, a indicare gli applausi scroscianti dal loggione, quindi arretrò oltre il cancello chiuso, attraversandolo come un vero spettro.
Chiuso dentro l’auto sentii risalire la temperatura e un leggero tepore cominciò a sciogliere le mie membra tese. Fissai ancora la nebbia oltre la quale, in dissolvenza, spariva la sua figura. Dopo un attimo di esitazione le mani iniziarono a battere da sole, prima piano, poi sempre più forte, lasciandomi andare infine a un applauso fragoroso.
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