Il funerale del rospo

In una tiepida giornata di fine aprile, tre bambini, nei pressi di uno stagno, catturarono un rospo. Lo acchiapparono mentre era avvinghiato all’ascella della compagna, nell’atto osceno della riproduzione. Il rospo si staccò rapidamente da lei e tentò di fuggire, ma venne molestato con un bastone dai tre ragazzini e presto venne afferrato e infilato dentro un sacchetto di plastica. La femmina, con un sorprendente balzo, riuscì a guadagnare un cespuglio di rosmarino, che se la inghiottì, lasciando il proprio partner a cavarsela da solo con quelle tre furie. L’animale, sentendosi in trappola in quella busta, agitò le sue tozze zampette nell’inutile tentativo di fuggire, ma non riuscendovi ricadeva ogni volta esausto nel fondo del sacchetto. I bambini, allegri e di buon umore per l’esito della caccia, raggiunsero un cortile su cui si apriva un vecchio magazzino, pieno di attrezzi e ferraglia arrugginita. Entrarono e misero l’anfibio su un tavolaccio e, per non lasciarselo scappare, mentre riflettevano su che cosa farne, gli rovesciarono sopra un grosso scolapasta d’alluminio, mettendoci sopra una scatola di latta piena di chiodi.
- E ora - chiese il più piccolo di loro, mentre si sentivano le zampette dell’animaletto grattare sullo scolapasta - che cosa ne facciamo?
- Gli leghiamo le zampe con del filo e lo inchiodiamo al tavolo - propose quello più grosso.
Uno dei tre, quello che sembrava il più sveglio, trovò dei guanti da lavoro, se li infilò e mise il rospo a pancia in su.
- Perché ti sei messo i guanti? - chiese il piccolo - hai paura?
- Queste bestie mi fanno schifo - commentò quello. - Trovate una cordicella per legarlo - aggiunse poi. Gli altri due bambini cercarono una cordicella, ne tagliarono quattro pezzi e aiutarono il primo a legare le zampette alla bestiola terrorizzata. Questa intanto secrette un siero biancastro nauseante e si gonfiò d’aria, per apparire più grosso e incutere timore ai tre carnefici. Il più alto dei tre, eccitato dal terrore della bestiola, fissò gli estremi di ogni filo al tavolaccio con dei chiodi, mentre il rospo soffiava forte e si dava da fare a secernere muco lattiginoso dalle sue ghiandole. Con una cesoia, quello dei tre che sembrava più sveglio, gli amputò le zampette, mentre il corpo dell’animale si contraeva e si dimenava. Quando anche l’ultima zampetta fu spezzata la bestiola rimase immobile sul tavolo, apparentemente arresa e esausta. I tre bambini erano affascinati nell’osservare la perfetta immobilità di quel povero animale e, a uno di loro, il Grosso, gli venne la curiosità di verificare se era vero quello che gli aveva detto una volta il nonno: - I rospi non hanno paura del fuoco.
- Leghiamogli addosso un po’ di legnetti. Vediamo se è vero quello che diceva tuo nonno - propose lo Sveglio. Così trovarono una cassetta di legno mezza sfondata, gettata in un angolo fuori dal magazzino; spezzarono alcune traversine e formarono una minuscola pira. Vi legarono, insieme alla bestiolina, anche piccoli pezzi di carta e infine gli diedero fuoco. Dalle ghiandole parotoidi sul collo del rospo fuoriuscì ancora del liquido biancastro, mentre quello agonizzava, dilatando e contraendo la sua piccola cassa toracica. Quando osservarono che l’anfibio non dava più segni di vita, il Piccolo dichiarò: - È morto -. Lo Sveglio commentò: - Peccato che ci siamo lasciati sfuggire la femmina.

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- Ora che facciamo? - domandò il Grosso.
- Lo portiamo al cimitero e gli facciamo il funerale - suggerì lo Sveglio.
Senza pensarci su misero i resti del rospo dentro una vecchia scatola di scarpe e si diressero verso il cimitero. A quell’ora del tardo pomeriggio il camposanto era quasi deserto e mancava poco alla chiusura. Il sole tramontava come sempre, proiettando lunghe ombre sulle tombe e, come sempre nei tiepidi pomeriggi di primavera, gli uccelli cantavano sugli alti cipressi.
- Cerchiamo la tomba di Veronica Ena - propose uno dei tre.
Sei scemo? - disse un altro - quella era una majaza.
- Io so dove l’hanno sepolta - disse il Piccolo - lei era figlia di quelli che avevano le sugherete e molti ettari di boschi. Si trova nella parte sconsacrata, dove seppelliscono quelli che si sono tolti la vita. A lei l’hanno trovata con una corda al collo, mezza nuda, appesa a un albero, dove andava la notte con altre majaze come lei.
- Tutte balle - disse il Grosso - a me hanno detto che l’hanno impiccata quelli del paese, dopo che sono spariti alcuni bambini e sono andati via i soldati tedeschi.
Portandosi la scatola di cartone con dentro il rospo carbonizzato, si diressero in quella parte non consacrata del cimitero, un angolo sempre in ombra, dov’era la sepoltura priva di croce e fiori della strega. Due rozze colonne reggevano un timpano che inquadrava l’apertura della tomba. Questa era protetta da un cancello in ferro battuto, che contrastava con l’aspetto cadente di quel monumento, perché appariva nuovo, perfettamente verniciato e funzionante. Sulla lapide, soltanto il nome: Veronica Ena e la data di morte, che risaliva a più di settant’anni prima. Il cancello era appena accostato, come se fosse stato usato di recente. I tre ragazzini si fermarono, impauriti, indecisi su cosa fare. Il Grosso si avvicinò e vi fece una leggera pressione con le dita. A quella piccola forzatura il cancello, con un lieve cigolìo si apri in una stanza buia. Gli uccelli sugli alberi smisero improvvisamente di cantare.
- Gettiamo il rospo dentro, a fare compagnia alla strega, e poi scappiamo - disse ridendo nervosamente il Piccolo.
- A tìa Veronica dovevano piacere questo genere di bestie - aggiunse il Grosso.
- Troppo facile così - commentò lo Sveglio - qualcuno dovrà portarlo dentro e posarlo in fondo alla stanza buia, sulla bara della vecchia. Gli altri due bambini si guardarono perplessi e lo Sveglio proseguì: - Facciamo la conta, per sapere chi entrerà per primo.
La sorte scelse il Grosso, che si guardò attorno smarrito. Il ragazzino raccolse la scatola col rospo dentro e si accinse a varcare il cancello.
- Non è che adesso mi lasciate qui da solo?
- Ti aspettiamo, tranquillo - dissero in coro gli altri due, mentre il compagno entrava reggendo con due mani la scatola di scarpe. Sparì nella stanza e, dopo qualche secondo, cacciò un urlo che raggelò il sangue agli altri due rimasti fuori ad aspettare. Poi un lungo silenzio. Infine, dopo una risata, una voce che somigliava tanto a quella del loro compagno, li chiamò per nome, invitandoli a entrare. Lo Sveglio si avvicinò al cancello, lo spinse ancora più in dentro e chiamò l’amico.
- Ehi, dove sei? - gli gridò - non fare lo stronzo, fatti vedere.
- Vieni - gli rispose la voce di quello che era già entrato - guarda com’è bello qui. Quante cose che ci sono! - Il bambino più sveglio lanciò un’occhiata al Piccolo ancora fuori. Era incerto, ma sentendo le grida di gioia del compagno dentro la cella, preso dalla curiosità si decise, ed entrò. Passò poco tempo, poi anche il Piccolo si avvicinò all’entrata della tomba che dava in quell’ingresso buio.
Il cielo si era fatto di un azzurro più scuro, e anche le ombre dei cipressi si erano allungate sensibilmente. I tordi, rientrati dalla loro giornata di caccia, volavano a centinaia attorno agli alberi, in una frenetica gara a trovare i rami migliori e più riparati, dove passare la notte. Il Piccolo si teneva aggrappato con una mano al ferro ancora caldo del cancello, mentre cercava con gli occhi di penetrare l’oscurità della camera sepolcrale, dove certamente i due compagni più grandi si erano nascosti per spaventarlo.
- Perché non uscite? Basta! - piagnucolò il Piccolo.
- Siamo qui, entra - gli risposero gli amici, e davvero sembravano le loro voci. - Guarda anche tu quello che abbiamo trovato. Vieni, non avere paura.
Nel cimitero si era fatto di nuovo un improvviso silenzio. Gli uccelli smisero di lottare per avere il ramo migliore e già, quella condizione precaria di equilibrio tra arancio e viola, si arrendeva a un blu più profondo, che anticipava le ore più buie della notte. Velata da un leggero strato di nubi che ne attenuava il candore spettrale, un’accecante luna, come sorta dal nulla, si impadronì del nero del cielo, forandolo in un punto a sud-est. In quel momento il cancello di ferro, con un impercettibile cigolio, si richiuse sulla tomba di Veronica Ena, sa majaza.
Una leggera brezza fredda agitò allora le cime degli alberi, mentre un rospo usciva tra le sbarre di quel cancello. Individuò un cespuglio di ginepro tra due alti pini e, con un balzo, vi sparì dentro.

Salvatore Alessandro Canu



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