Fantasmi

Martina tornava dall'ospedale. Nuvole grigie, gonfie d'acqua attraversavano il cielo di una fredda mattina di fine febbraio, si riflettevano sull'asfalto bagnato della tangenziale trafficata colorando tutto di un blu sonnolento. Radiografie e TAC sancivano che il tumore era del tutto scomparso. Stentava ancora a crederci, chiusa in macchina aveva letto e riletto il referto per venti minuti buoni prima di girare la chiave. La notte prima non aveva chiuso occhio ed era andata a ritirarlo accompagnata da una distinta sensazione di morte. Vada come vada e fanculo era il suo motto preferito nelle ultime settimane. Fino a quella mattina.
Aveva imboccato la rampa con la grinta di chi volta pagina, non c'era gioia sul suo viso ma la sua mente esultava. Nell'aria umida che entrava dai finestrini socchiusi annusava già la primavera: shopping con le amiche, serate a guardare serie tv e bere birra nella veranda e perché no, se Dio voleva qualche avventura. Uomini non le erano mai mancati. Aveva riacquistato tutti i suoi chili e mai in venticinque anni ne era stata così felice. La sua sesta premeva sotto il piumino grigio lucido e i leggins neri risaltavano culo e cosce ben torniti. Era una moretta tutta forme e se ne compiaceva. L’aria muoveva appena i riccioli che incorniciavano un visetto dalle labbra dolci, guance paffute con qualche lentiggine e due grandi occhi neri. La punta dello stivaletto spingeva sull'acceleratore e le unghie fucsia carezzavano cambio e freccia ad ogni sorpasso. Qualcuno strombazzava ma lei sfrecciava con la musica a palla nella sua Golf nera. Ci manca solo una sigaretta pensò fra sé e sé. Il male le aveva tolto il vizio ma in quel momento si sarebbe volentieri fumata un’intera stecca. Avrebbe avuto modo di rifarsi.
A questo pensava quando alzò lo sguardo per sistemare lo specchietto e lo vide. Mollò un urlo. La cosa era lì ferma, appesa al tetto vicino al parabrezza. Era diverso da quelli che si vedono di solito. Non aveva peli. Il ventre, di un grigio pallido e malsano, era gonfio e rugoso, come abitato da tante minuscole copie di sé stesso. Le lunghe zampe, saldamente ancorate alla tappezzeria, ricordavano le dita scheletriche e nodose di una strega. Martina lo osservò ipnotizzata per qualche istante. Quando rimise lo sguardo sulla strada affondò sul freno. Gli pneumatici inchiodarono sull'asfalto bagnato e per un attimo si vide spiaccicata contro il tir davanti. Tutto a posto, c'era traffico e ora procedeva lentamente. Poi ebbe un pensiero orribile: e se con quella frenata la cosa si fosse staccata da dov'era e ora fosse in giro per l'abitacolo? Durò un'istante. Era lì, aggrappata al soffitto, quasi qualcuno l'avesse saldata o avvitata. E la stava guardando. Quell'essere orrendo la fissava, ne era convinta. Da quanto era lì? Come aveva fatto ad entrare? Un brivido le percorse la schiena e sentì un gemito salire dal petto e uscirle dalla gola secca. Doveva fare qualcosa. Avrebbe preso la borsa o qualcos'altro a portata di mano e finito quell'obbrobrio. Ma l'avrebbe centrato? E se l'avesse mancato e si fosse divincolato, o peggio ancora le fosse saltato addosso? Non voleva manco pensarci. Si sarebbe fermata. Si certo, che stupida, perché non ci aveva pensato prima? Si sarebbe fermata e avrebbe chiesto aiuto a qualcuno, o cosparso l'auto di benzina formando un piccolo rivoletto per poi incendiarla, come aveva visto fare nei film.
Non c'erano uscite o piazzole di sosta in vista e fermarsi in piena tangenziale non era certo un'idea saggia. In fondo è solo un cazzo di ragno pensò, considerando come quei terrificanti animaletti passano la maggior parte della loro esistenza rintanati e immobili. Avrebbe semplicemente continuato a guidare ignorando il suo indesiderato passeggero, respirando lentamente e aspettando la prima occasione per liberarsene. Unico appunto: l'animaletto in questione aveva un dorso grande quanto una pallina da tennis, zampe lunghe quanto le dita di lei, la fissava e...
Iniziò a muoversi. Non all'improvviso, agitando freneticamente tutte le zampe, ma lentamente, un passo, o meglio otto passi alla volta, spostando cautamente ogni arto, come un felino che si prepari a balzare sulla preda. Si muoveva appeso al tetto dell'abitacolo in direzione della sua testa, come avesse percepito telepaticamente il suo piano e volesse anticiparla, spinto da un intento malvagio. Quella cosa non se ne stava buona, voleva farle del male. Quel bastardo voleva lei.
Vedeva il tir davanti, i veicoli nella carreggiata opposta, il mondo che sfrecciava, ma da un'altra dimensione, come se una cortina invisibile la separasse dalla realtà. Terrore puro. Era pietrificata, impotente, una statua al volante che aveva inserito il pilota automatico, incapace di alzare lo sguardo. Eppure sapeva che la cosa era lì, e si stava avvicinando.
Martina credeva nei fantasmi, ci credeva eccome. Storie e film sui fantasmi la terrorizzavano fin da bambina. Allora c'erano stati periodi in cui non passava notte senza che mamma le facesse compagnia finché non si addormentava. Presenze vaporose, lenzuoli bianchi e rumori di catene popolavano i suoi primi incubi. Il padre la sera non c'era quasi mai, impegnato com'era a sbronzarsi al bar con gli amici. Lo sentiva però quando rientrava, ed erano frequenti le notti in cui avrebbe voluto continuare a sognare. Meglio gli incubi, che quella voce impastata e molesta dal piano di sotto. Meglio i fantasmi, che le grida di sua madre e il rumore di cose che venivano rotte. Meglio qualsiasi cosa, piuttosto che quei passi lenti e pesanti che salivano le scale. Martina aveva dieci anni quando la cirrosi se lo portò via. Era cresciuta, e gli incubi cessati quasi del tutto, ma vi erano notti in cui i mostri scaturiti dagli angoli reconditi della sua mente le erano terribilmente famigliari. Avevano voce impastata, ovattata, come giungessero da sottoterra. Sembrava assurdo, ma a volte avrebbe giurato di udire dei tonfi pesanti risalire le scale, nel cuore della notte. Lui non tornò, né allora né mai.

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L'estate passata era finita con Giovanni, un motociclista conosciuto due anni prima in un pub. All'inizio lui l'aveva corteggiata come un galantuomo, con tanto di rose, chiarendo fin da subito le sue serie intenzioni. Era un tipo molto geloso, ma questo a Martina piaceva, amava gli uomini che esprimono con un pizzico di possessività la loro passione. Con il passare del tempo però quel "pizzico" era aumentato considerevolmente, unito ad una gelosia ossessiva che affiorò di pari passo a un temperamento sanguigno e violento.
Aveva commesso l'errore di non capirlo prima, se non altro perché lui, energumeno di un metro e ottanta per cento chili, oltre alla passione per le Harley coltivava quella per l'alcol, e più di una volta, nei momenti d'ira, le sue grosse mani le avevano già afferrato il collo. Quando lei decise di lasciarlo lui non la prese bene: l'attrasse a casa sua con la scusa di restituirle alcuni CD, e una volta entrata le si scagliò addosso con tutta la sua forza. Cento chili di furia omicida. Dio volle che il bastardo abitasse al piano terra e così lei la scampò per un pelo saltando dalla finestra. Lo stesso giorno Giovanni andò a sbronzarsi al bar per poi lanciarsi con la sua Harley lungo la provinciale. Un tale pensò bene di superare il tir che lo precedeva proprio mentre lui sopraggiungeva sbronzo a 150 km/h. Finì decapitato da un cartello stradale. Era agosto. Poche settimane dopo lei aveva iniziato ad accusare quella maledetta febbriciattola e a perdere peso.
Lui era tornato. Era tornato sotto forma di un ammasso di cellule impazzite che le cresceva nel cervello. Lo annunciò una mattina il primario del reparto di oncologia in una stanza dai finestroni che danno su un parco. Fuori l'aria fresca di settembre muoveva le fronde dei pioppi nel cielo terso. Sua madre la aspettava nel corridoio. Tumore maligno. Di quelli galoppanti.
Se l'inferno esiste, Martina lo conobbe nei tre mesi successivi: lo vide negli occhi lucidi di sua madre; nel malcelato orrore di parenti e amici che impotenti la vedevano andarsene giorno dopo giorno; nelle continue e inutili sedute di chemio; lo vedeva ogni notte, quando chiudendo gli occhi immaginava l'imminente eternità. Poi a gennaio il miracolo: il tumore stava regredendo. Forse immaginare quel bastardo che le cresceva dentro le aveva dato la forza per affrontarlo. Forse era sempre stata forte. Lo avrebbe sconfitto, ne era certa.
Il clacson del furgone a cui tagliò la strada riportò Martina al presente. Era in macchina, tornava dall'ospedale dove cinque mesi prima era iniziato quel calvario e... Lui l’aveva trovata di nuovo, era ormai sopra la sua testa e stava per prenderla, stavolta per sempre. Alzò lo sguardo. Si era fermato ed era pronto al balzo. Tutto roteava attorno a lei. Fu allora che dall'ultimo angolo lucido della sua mente balenò l'idea, nitida come un fulmine: l'accendisigari. Piccolo, letale strumento incandescente. L'indice della sua mano destra lo aveva già premuto. Alzò di nuovo lo sguardo. La cosa staccò le scheletriche zampe anteriori dal soffitto nel tentativo di afferrarle i riccioli. Lei inarcò il più possibile il busto a destra sul sedile passeggero, cercando di mantenere la visuale sulla strada. Vide la piazzola di sosta a meno di cento metri e pregò per interminabili istanti che il bastardo rimanesse dov'era. Così fu.
La molla scattò nell’istante in cui la Golf inchiodò sulla piazzola. Martina afferrò l’accendisigari e con un unico movimento lo puntò contro il ventre del mostro. Ci fu uno scoppio secco. Una poltiglia biancastra imbrattò il sedile e l'interno delle sue cosce. Aprì di scatto la portiera e saltò fuori con l’agilità di un gatto, evitando con la testa quella merda penzolante. Brandiva l'accendisigari a mo' di coltello. Ciò che restava dell’essere cadde con un tonfo pietoso sul sedile. Per un attimo questo restò immobile, poi iniziò ad agitare le zampe in modo frenetico e scoordinato. Dal sedile scivolò sul bordo dell’auto e da lì sull’asfalto, proprio ai suoi piedi. Lei ebbe un sussulto, ma quello non si mosse. Forse era morto. Stava per risalire quando si fermò per un ultimo istante a osservarlo. Nonostante avesse il ventre spappolato pensò fosse meglio assicurarsi che non potesse tornare a cercarla.
Martina alzò la muscolosa coscia destra e con un colpo secco e potente lo disintegrò definitivamente sotto il suo piede. Quando lo levò, una gelatina collosa rimase appiccicata al tacco, allungandosi tra questo e l'asfalto come chewingum. Se ne liberò strofinando il tacco per terra, lo esaminò flettendo la gamba e guardando all'indietro poi, mostrando i grossi glutei, si sporse nell'abitacolo per prendere un pacchetto di fazzoletti e, estrattone uno, ripulì dapprima i leggins, poi il sedile. Salì in macchina noncurante degli ultimi, inutili riflessi nervosi dell’ammasso di cellule tumorali ormai morenti sull’asfalto, appallottolò la salvietta lercia e ve la buttò distrattamente sopra prima di chiudere lo sportello, poi mise in moto e ripartì. Il sole di metà mattina splendeva davanti a lei, facendo scintillare di caldi bagliori le goccioline sul parabrezza e il suo viso sorridente.

David Verdecchia

Nato il 28/04/1985 da genitori marchigiani, ho trascorso l'infanzia in un paesino di campagna in provincia di Treviso. Spostatomi con la famiglia dapprima a Jesolo, poi nelle campagne limitrofe, vi ho vissuto fino all'età di 33 anni. Ora vivo a San Dona' di Piave dove lavoro come guardia giurata. Da sempre appassionato di musica elettronica da discoteca, di cui colleziono centinaia di dischi, nutro anche una grande passione per il cinema. Negli ultimi anni di tanto in tanto mi diletto nello scrivere brevi racconti, storie di fantasia horror/thriller con una buona dose di erotismo/pornografia e un tocco di romanticismo che attingo dal mio vissuto.



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