Sopravvivere

Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2022 - edizione 21

Devo sopravvivere. Non l’ho scelto io questo mondo ma ormai non fa alcuna differenza. L’imperativo è restare in vita.
Battersi ogni giorno per non essere dilaniato, fatto a pezzi da quelli.
Spesso ho rischiato, lo ammetto, ma alla fine me la sono sempre cavata: attaccano in branchi più o meno numerosi, la maggior parte delle volte. È meno frequente il tentativo di un singolo.
Fanno gruppo, uniscono le forze per un obiettivo comune.

Del resto anche loro provano in tutti i modi a sopravvivere.

Io non sono più giovane. Un tempo potevo contare sull’agilità e la corsa. Oggi le gambe non rispondono sempre ai miei comandi, le braccia sono più stanche, le mani scosse da tremori.
Devo far fede sull’esperienza, dono del tempo che in cambio pretende tutto il resto.
E l’esperienza mi ha insegnato che è meglio starsene per conto proprio, lontano dai centri urbani dove scarseggiano le vie di fuga.
Il gruppo viene individuato con facilità.
Non nego che in uno scontro frontale potrebbe tornare utile essere numerosi ma la sopravvivenza individuale - la mia - resta legata a troppe varianti su cui non ho alcun controllo.

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Sopravvivere significa soprattutto mangiare e non ho alternative: devo cacciare per procurarmi il cibo.

Confesso che mi piace.

Resto nascosto immobile per tutto il tempo che occorre, sdraiato sul terreno, ricoperto di fango e foglie.
So che un agguato improvviso è più paralizzante di qualsiasi veleno.

Non ho bisogno di servirmi della vista, mi bastano le vibrazioni del suolo e l’olfatto.
La sensazione più piacevole è percepire uno di quelli che si avvicina, da solo.
Posso aspettare anche per giorni se necessario.

La pazienza poi viene ripagata: appena ghermito lo mordo sulla coscia per recidere l’arteria femorale; mentre si dissangua e perde le forze, mi sazio nutrendomi del suo corpo morente.

Guido Del Giudice



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