La profezia del corpo a tempo

Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2020 - edizione 19

Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, ripete sempre la madre al ragazzetto Colbo, e questa frase gli trafigge il cervello proprio adesso, mentre se ne sta rannicchiato dentro la cassapanca della cucina e il resto della famiglia viene fatto a pezzi. Con un rantolo di coraggio prova a spiare dal pertugio più grande; vede papà seduto al suo posto, una carcassa tremante e una fontana che zampilla da quel che rimane del collo: la testa è volata fino alla credenza delle tazzine per la domenica. Sembra sorridergli da lì, dando l’impressione di aver appena trangugiato il caffè più buono del mondo. L’ombra, intanto, continua a vibrare da una parte all’altra della stanza, velocissima e inafferrabile, perfettamente in sincronia col crepitio di ossa e articolazioni. Braccio della sorella Marlene, a giudicare dal braccialetto, piede di mamma con ciabatta porcellina, ciuffi di pelo del micio Cagliostro, il tutto arricchito da scenografia grondante rosso morto, come se un toro con la passione dei fiori avesse scornato il rubinetto dell’impianto di irrigazione del giardino e si fosse piantato il tubo nella pancia.
Non il minimo rumore. Devo ridurre anche il respiro.

“Tump!” Scia di cosciotto depilato in brandelli di autoreggente, orecchio non identificato, un Plié con due gambe destre, bulbo oculare a fare la terza patata nel vaso dei ciclamini.
Infine, silenzio. Una tregua di pace e speranza.
Silenzio.
Silenzio e un po’ troppa luce.
Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, ripete Colbo a se stesso, finché ci azzecchi.

Diego Cocco



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