Il virus marziano

L’equipaggio della navetta spaziale partì il 9 maggio del 2030 alla volta di Marte. I membri della comitiva di astronauti era composto da due sorelle Lucy e Dyana, che avevano trenta tre anni. Vi erano poi l’astronauta Paolo e il loro collega Morgan entrambi di quaranta anni, e un tipo di venti cinque anni di nome Mario. Quest’ultimo anche se abbastanza giovane vantava un curriculum di tutto rispetto, essendosi laureato al MIT di Boston. Esso era inoltre un abile hacker che controllava periodicamente i traffici illeciti nei confronti di coloro che cercavano di sabotare la missione americana come i russi e i cinesi, spiandoli sul web. Essi non sapevano però che si trattava di un viaggio senza ritorno. Uno stano virus circolava nell’aria marziana. Questo agente patogeno arrivò con una forte tempesta di sabbia, che spazzò via i marchingegni collegati alla navetta. Essi avrebbero dovuto resistere alle tempeste e sondare il terreno marziano a caccia di forme di vita aliene. Ma quello che trovarono laggiù condizionò per sempre la loro mente e il loro corpo. Finita la tempesta Paolo e Morgan scesero dal velivolo che tutto sommato aveva tenuto botta al forte impatto.

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I due colleghi astronauti sondarono il terreno con dei robot ultra tecnologici che avevano tenuto di riserva sulla navicella. Qualcosa penetrò però nelle loro tutte spaziali, e gli salì dalle braccia, attraverso il sangue fino al cervello. Erano infatti delle spore infettanti cariche di un virus micidiale. Queste ultime erano state rilasciate da vermi giganti che abitavano nel sottosuolo marziano, e che erano rimaste invisibili ai radar terrestri fino a quel maledetto giorno. Era infatti un venerdì 13 di novembre, alla faccia della scaramanzia. Questi mostri infatti emanavano onde sonore in grado di neutralizzare qualsiasi rilevamento delle sonde spaziali degli esseri umani, così come neutralizzavano i dispositivi di rilevamento azionati dai robot terrestri. Gli astronauti tornati sulla navicella stettero molto male, e avvicinatisi ai colleghi della navicella gli infettarono. Il virus li contagiò a tal punto che divennero tutti cannibali e si uccisero a vicenda divorandosi le loro carni.
Quella sera Tim si mise a dormire dopo la favola raccontatagli dalla mamma.
- Grazie mamma, bella favola del terrore prima di addormentarsi- le disse il figlio ridendosela di gusto.

Gabriele Bramato



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