CodigHorror: fiera libro horror, 24/10

Paolo Strippoli e l’orrore famigliare

E se il vero mostro non fosse solo quello che si nasconde nel buio, ma anche e sopratutto quello che siamo disposti a diventare per non soffrire?
La settimana scorsa in sala è uscito L’Estranea, presentato in concorso all’83esima Mostra del cinema di Venezia dove ha vinto due premi minori con regia di Paolo Strippoli. Con questa pellicola, Strippoli arriva a un nuovo traguardo: il film è stato scelto per rappresentare l’Italia nella corsa agli Oscar 2027.
Come funzionerà? Faccio un po’ di chiarezza. Non è detto che sarà incluso nella lista di 15 film selezionati dall’Academy (la shortlist sarà annunciata il 15 dicembre). Tra quei 15 film verranno scelti i cinque film finalisti, annunciati a gennaio prossimo. Insomma, la strada è lunga ma le dita restano incrociate.
Classe 1993, pugliese, Strippoli ha costruito un percorso che passa per A Classic Horror Story, diretto insieme a Roberto De Feo (lo trovate su Netflix) Piove (l’unico che ancora non ho recuperato, su Paramount+) e La valle dei sorrisi (disponibile su Now). Sorvolando ma non troppo sul fatto che per recuperare tre film dovremmo pagare ben tre abbonamenti diversi, quelle che ho elencato sono pellicole nelle quali il filo conduttore è lo stesso ovvero l’interesse tutto moderno che va oltre i meccanismi del genere: il dolore, il bisogno di controllo, le crepe che si nascondono dietro ciò che appare normale. Le reference registiche di queste pellicole sono molte: Ari Aster, Lanthimos (specialmente per La valle dei sorrisi), per citarne due. Ma Strippoli secondo me ha la capacità di amalgamare il tutto in un contesto italiano e risultare potente ed efficace.
Fatte queste premesse, la candidatura agli Oscar è sicuramente un’occasione per conoscere meglio un regista che negli ultimi anni ha portato una ventata d’aria fresca nel nostro panorama e che con quest’ultimo lavoro ha per me raggiunto un equilibrio non da poco. Andiamo con ordine.

A Classic Horror Story: sporcare il gioco

Partiamo da A Classic Horror Story del 2021. Il titolo è una dichiarazione di intenti: una storia dell’orrore che attinge ad un immaginario ampiamente riconoscibile per smontarlo pezzo dopo pezzo e metterlo in discussione.
Ci troviamo in viaggio con cinque sconosciuti a bordo di un camper nel Sud Italia quando, in seguito a un incidente, si ritrovano bloccati in un luogo isolato, circondato da un bosco e lontano da qualsiasi possibilità di aiuto. Davanti a loro, una casa inquietante. Cosa vi ricorda? Rispondo io: il 70% del nostro immaginario horror e sono stata severa con la percentuale. Senza bisogno di scomodare Sam Raimi, qui c’è di tutto, a partire dal folkore, i sacrifici, le persone che scompaiono e quel senso di minaccia costante che rende vano ogni tentativo di fuga.
Se fino a ora vi sembra di ritrovarvi davanti a un grande contenitore di cliché, non state sbagliando. Ma è proprio qui che il film comincia a giocare con lo spettatore: quanto di ciò che vediamo ci spaventa davvero e quanto, invece, ci suggestiona perché lo abbiamo già visto decine di volte?
A Classic Horror Story si trasforma quindi in una piccata riflessione sul modo in cui consumiamo le convenzioni dell’horror. Il film oscilla tra omaggio e parodia, costruendo un racconto che non vuole soltanto spaventare, ma anche mettere a disagio chi guarda con un linguaggio meta cinematografico (spoiler, con me ci è riuscito alla grande).
C’è un elemento, in ultimo, che trovo particolarmente interessante: la scelta di collocare questo immaginario nel Sud Italia. Il paesaggio e il folklore non sono semplicemente lo sfondo della vicenda, ma contribuiscono a costruire un’identità riconoscibile, che si confronta anzi a volte si scontra con una tradizione horror internazionale e riuscendo a calarsi perfettamente nel nostro mondo - sto parlando della scena finale.

La valle dei sorrisi: il prezzo della felicità

(piccoli spoiler)

Se in A Classic Horror Story il discorso passa attraverso il cinema stesso e il nostro rapporto con la violenza spettacolarizzata, in La valle dei sorrisi la domanda diventa più intima perché non riguarda più soltanto ciò che siamo disposti a guardare, ma ciò che siamo disposti a fare pur di non soffrire.
Sergio, uno strabiliante Michele Riondino, è un insegnante di educazione fisica segnato dalla morte del figlio. Arriva a Remis, un piccolo paese di montagna in cui gli abitanti sembrano aver trovato il segreto della felicità: sono sempre sorridenti, sereni, quasi immuni alle inquietudini che tormentano il resto del mondo. Da prendere a schiaffi, insomma. Ma dove c’è molta luce l’ombra è più nera scrisse Goethe, e difatti un lato oscuro qui c’è eccome. La comunità si riunisce una volta a settimana in un rituale che consiste nell’abbracciare Matteo, un adolescente capace di assorbire il dolore altrui. Anche Sergio sperimenta il potere del ragazzo e, per la prima volta dopo tanto tempo, riesce a trovare sollievo dalla propria sofferenza.
Ma che cosa succede quando il benessere di un’intera comunità dipende dal sacrificio di un singolo individuo?
Matteo non è soltanto un ragazzo dotato di un potere straordinario, è qualcuno a cui viene negata la possibilità di vivere liberamente perché gli altri hanno bisogno di lui. La sua esistenza è subordinata alla felicità collettiva, e la comunità che lo circonda è disposta a proteggerne il ruolo più che la persona.
Chi non vorrebbe liberarsi del dolore, cancellare un lutto, smettere di fare i conti con ciò che fa male?
È questo circuito a generare l’orrore: il desiderio disperato della felicità smette di essere una ricerca da fare con se stessi e diventa un alibi per disporre della vita degli altri nel modo più egoista possibile.
Devo essere onesta, il finale non mi fece impazzire. Ricordo un po’ di perplessità, come se avesse raggiunto il climax in modo un po’ raffazzonato. Ad ogni modo, il gancio potentissimo che lo ricollega direttamente a L’estranea è proprio il desiderio disperato di felicità, nel quale lì raggiunge l’apice.

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La comunità di un piccolo borgo di montagna viene sconvolta dal brutale omicidio di una donna. Giacomo Stani, il figlio tredicenne del maresciallo, ottiene il permesso di seguire il padre nelle indagini, entrando così in un mondo fatto di segreti rurali e tradimenti. Chi sarà il colpevole? Decimo Tagliapietra si cimenta con il giallo con l’avvincente “Luce di notte”, racconto finalista al Gran Giallo di Cattolica 2021. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi illustrati.

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Torino galleggia sulle acque nere della superstizione e della magia. Sulle rive del Po sono adagiati cadaveri di frati impenitenti, satanisti sacrileghi e profeti di sventure. Elsa e Damiano, i giornalisti coinvolti nel delirio collettivo, si trovano a dover combattere contro le legioni di Satana. La città è dilaniata dalla follia primigenia scatenata dagli angeli decaduti. All'Inferno solo il Diavolo potrà salvarti. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi illustrati.

L’estranea: i fantasmi della famiglia

(Spoiler sulla trama di base, non sullo svolgimento e/o finale)

Non ci si libera di una evitandola, ma soltanto attraversandola (Cesare Pavese)
Prima di parlare del film in se, partirei dagli archetipi di riferimento. Cosa sono gli archetipi? Sono immagini, figure e schemi narrativi ricorrenti, così radicati nella nostra cultura da attraversare tradizioni e forme di racconto diverse, dai miei sempiterni miti greci, vera e propria fucina archetipa, ai testi biblici, fiabe popolari e quindi cinema: il sacrificio, il viaggio dell’eroe, il patto con il diavolo, il mostro che diventa paura collettiva.
Non si tratta necessariamente di citazioni dirette o di riferimenti consapevoli; come anche in questo caso, sono strutture che continuano a parlarci perché mettono in scena conflitti profondamente umani: la paura della perdita, il bisogno di controllare ciò che ci sfugge, l’amore fino alla distruzione, la tentazione di ottenere qualcosa senza doverne affrontare le conseguenze, la ricerca spasmodica della felicità ad ogni costo.
L’horror è da sempre un terreno fertile per questo tipo di narrazioni. E se il mostro fosse soltanto la forma che diamo a qualcosa che non riusciamo ad accettare di noi stessi?
È da qui che vorrei partire per leggere L’Estranea: non soltanto come una storia di paura, non lo è, ma come una fiaba nera che riattiva alcuni degli archetipi più antichi del nostro immaginario.
Siamo a Bari, la mia città adottiva, nel 1999, all’alba del nuovo millennio. Una famiglia borghese è protagonista con assieme il suo desiderio di mostrarsi ricchi, felici, perfetti. E quando Strippoli ha dichiarato che Bari è protagonista, intendeva proprio per questo modo di mostrarsi: tutto è sacrificabile all’altare dell’apparire, dell’importanza di rimanere in determinati giri, il negozio in via Sparano. E poi un episodio cambia tutto, durante una festa visivamente perfetta.
Pensiamo al riferimento più evidente, quello faustiano: una figura misteriosa compare nel momento in cui qualcuno è disposto a tutto pur di ottenere ciò che desidera, o meglio di ristabilire l’equilibrio precedente che sembra irrimediabilmente distrutto, offrendo una soluzione tanto ambigua quanto potente. Ma Anna, la protagonista, almeno all’apparenza non è Faust che vende la propria l’anima per ambizione personale: vuole salvare sua figlia. È questo che rende il patto disturbante e che porta all’inevitabile domanda: e tu, cosa avresti fatto? Il desiderio da cui nasce è tutt’altro che mostruoso. È umano, comprensibile, persino difficile da condannare.
L’Estranea, una grandiosa Valeria Bruni Tedeschi, non ha bisogno di inventare un bisogno: arriva nel momento in cui la necessità e il dolore si sono fatti insopportabili. È la storia vecchia come il mondo, quella del serpente nell’Eden. Non la costrizione, non c’è nessuno che ti punta una pistola alla tempia. C’è la promessa di una possibilità. Il prezzo, però, è qualcosa che Anna non può davvero controllare. Chi è in grado di controllare o prevedere le conseguenze esatte delle proprie scelte?
È qui che il film incontra anche la tragedia greca. Il pensiero corre a Ifigenia, la figlia di Agamennone che, nella tragedia di Euripide, diventa il centro di una scelta estrema: il sacrificio necessario perché la flotta possa partire verso Troia. L’avevo citato anche sul mio pezzo sull’Odissea di Nolan. Le storie sono diversissime, ma condividono una domanda scomoda: che cosa accade quando il destino di una famiglia viene costruito sul sacrificio di qualcuno? E soprattutto, chi ha il diritto di decidere quale vita debba essere messa in gioco?
Il patto non risolve il dolore anzi lo plasma in una catena di conseguenze che si allarga ben oltre la scelta iniziale.
È uno dei punti più inquietanti de L’Estranea: il male non arriva sotto forma di desiderio malvagio ma si insinua dentro un apparente gesto d’amore o peggio, dentro la convinzione che proteggere qualcuno significhi non accettare che sia vulnerabile.
Perché quanto di Anna era proiettato sulla figlia? Quanto il suo desiderio di rivalsa per qualcosa che lei non aveva raggiunto l’ha portata a caricare la figlia di aspettative? Il confine tra cura e controllo si fa sottilissimo, fino a scomparire.
La famiglia Colonna con la sua immagine da preservare ad ogni costo, è il ritratto di un mondo che vorrebbe eliminare ogni crepa, ogni fallimento. Un mondo disposto a sacrificare molto se non tutto pur di non guardare in faccia la propria fragilità. È il quadro di Dorian Gray che invecchia e marcisce al posto nostro di cui siamo perfettamente consapevoli ma che decidiamo comunque di ignorare.
È lo spietato ritratto della nostra società, che non ci penserebbe due volte - e infatti non lo fa - a gettare dalla rupe un altro o parti di se stesso per mantenere lo status quo.

È l’Estranea il vero mostro o la promessa che sembra farci?
Chiudo ritornando alla citazione di Pavese. No, nell’Estranea nessuno attraversa davvero qualcosa. Ci sono scelte e conseguenze. L’illusione del non perdere niente viene portata all’estremo come accade nelle tragedie greche, dove non c’è via d’uscita e anche chi rimane si trova a rimettere assieme un mondo di cui si sono persi i confini conosciuti, come in una spirale.
(Sabrina Turturro: 19 ottobre 2026)

Sabrina Turturro, pugliese classe 1990, appassionata di cinema, letteratura e mitologia. Scrive di horror cercando ciò che si nasconde oltre la superficie del genere: ossessioni, identità, corpo e società. Dal 2022 cura Parodo, podcast dedicato alla tragedia greca.



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