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I luoghi dell'abbandono

In fondo alla strada dove abitavo da bambino c’era una vecchia villa abbandonata. Sì, lo so, c’è una villa abbandonata alla fine di quasi ogni infanzia. Diversamente, metà dei romanzi di Stephen King non sarebbero mai stati scritti. La nostra non faceva eccezione. imposte scardinate, intonaco che cadeva a chiazze, il giardino diventato selva di rovi e l’immancabile portone semiaperto che era un invito a sfidare le ombre dell’interno. Nessuno di noi sapeva da quanto tempo fosse vuota. Probabilmente, sarebbe bastato chiedere a qualche adulto, ma non sapere era molto meglio.
In quella casa ci facevamo le prove di coraggio.

Entrare, prendere qualcosa e uscire. Oppure restare dentro per un certo tempo, mentre fuori gli altri aspettavano. Erano riti di passaggio in miniatura, prove di affiliazione e di resistenza. Esistono in tutte le culture, anche tra i bambini dell’Isontino.
La domanda, però, non è perché lo facessimo. La domanda è perché scegliessimo proprio quel luogo. Perché un edificio vuoto esercita un’attrazione così magnetica e inquieta nello stesso tempo? E perché alcuni sono più evocativi di altri?
Non esiste alcuna evidenza scientifica che gli spazi trattengano emozioni come una spugna trattiene l’acqua. Non esiste una forma di energia misurabile che resti sospesa nei confini di un luogo. Tuttavia, se pensiamo a un cimitero o a un manicomio — un altro grande classico dell’immaginario dell’orrore — la nostra mente si attiva immediatamente. Non abbiamo bisogno che accada nulla perché scatti in noi una tensione. E quasi sempre immaginiamo una presenza.

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TORINO DEMONIACA

Torino galleggia sulle acque nere della superstizione e della magia. Sulle rive del Po sono adagiati cadaveri di frati impenitenti, satanisti sacrileghi e profeti di sventure. Elsa e Damiano, i giornalisti coinvolti nel delirio collettivo, si trovano a dover combattere contro le legioni di Satana. La città è dilaniata dalla follia primigenia scatenata dagli angeli decaduti. All'Inferno solo il Diavolo potrà salvarti. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi illustrati.

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HORROR PORNO ILLUSTRATO

Anni ’70. Tra le strade di una torrida New Orleans, dove il jazz si mescola all’aroma di spezie e ai corpi in vendita, prende vita “La scolopendra d’oro”, novella horror erotica intrisa di sensualità e mistero. Il libro è arricchito con numerose illustrazioni esplicite senza censura realizzate dall'artista Alessandro Amoruso. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi illustrati.

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MANUALE PER SOPRAVVIVERE ALLE STREGHE

Questo è un testo rivoluzionario che spiega come riconoscere le vere Streghe e affrontarle. Le Streghe sono entità malvagie con un unico obiettivo: seminare caos e distruzione. Lo dimostrano i numerosi casi documentati nel Manuale, tra cui la strage del passo Djatlov, i fatti di Burkittsville, l’incidente alla Darrow Chemical Company e catastrofi di portata mondiale come Chernobyl o l'avvento di Hitler. Il Manuale è inoltre arricchito da numerose illustrazioni e fotografie inedite e top secret. Disponibile in ebook e cartaceo.

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EROS E ORRORE

Questo non è un racconto. È una possessione. Una lunga, dolorosa, eccitante possessione. Un ragazzo come tanti ma con un terribile segreto di famiglia, un amore troppo grande per poter restare umano. Lei non è solo una ragazza: è una Dea tatuata, un'ossessione che divora e trasforma. Tra desiderio e dannazione, "Lovecantropia" esplora i confini sottili tra amore e dipendenza, eros e orrore, passione e follia. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi con illustrazioni senza censura.

Andy Clark, filosofo e docente di filosofia cognitiva dell’Università del Sussex, descrive il cervello come una macchina predittiva, un sistema che anticipa costantemente ciò che sta per accadere, aggiornando i propri modelli quando la realtà li contraddice. Un corridoio lungo, illuminato da finestre alte, con porte su entrambi i lati, è uno spazio progettato per il passaggio e per l’interazione. Quando entriamo in un luogo del genere e lo troviamo vuoto, silenzioso e degradato, nella nostra mente si crea una discrepanza tra ciò che l’architettura suggerisce e ciò che effettivamente percepiamo. Questo genera un errore di previsione e l’errore deve essere risolto in qualche modo.

Una delle soluzioni più immediate a disposizione della mente è inserire una presenza. Qualcuno o qualcosa che spieghi l’assenza, che renda coerente lo scenario. In questo modo, l’errore di previsione viene risolto. E poiché il nostro apparato percettivo è calibrato sul rischio, quell’agente tende spesso ad assumere una tonalità minacciosa. È molto meglio eccedere nel sospetto che difettare nella prudenza. Non dobbiamo dimenticare che a dispetto del nostro ego ipertrofico, il sistema nervoso umano si è formato in un mondo in cui i predatori apicali non eravamo noi. Dal punto di vista evolutivo è molto meglio scambiare il vento tra le foglie per un predatore, piuttosto che ignorarlo.

Un luogo abbandonato rappresenta inoltre una storia interrotta. Chi viveva lì? Perché è andato via? Cosa è successo? Il cervello umano è un costruttore compulsivo di storie e le storie senza conclusione producono tensione e frustrazione. Inserire una presenza, costruirci attorno una storia, è una scorciatoia narrativa che restituisce senso all’assenza.

I cimiteri hanno inoltre un peso simbolico notevole, poiché rendono evidente la nostra fine. La Terror Management Theory — formulata negli anni Ottanta da Sheldon Solomon, Jeff Greenberg e Tom Pyszczynski — ha mostrato come ogni richiamo esplicito alla mortalità attivi una serie di difese volte a proteggere il nostro equilibrio simbolico. Quando la morte entra nel campo visivo, anche solo come pensiero, il sistema che sostiene la nostra identità si irrigidisce.
Le date incise nella pietra non sono soltanto numeri. Sono un promemoria.
Il manicomio evoca la possibilità della perdita di controllo, dell’esclusione sociale e della perdita dell’identità.
La fabbrica dismessa parla di fallimento e di declino.
Sono tutti scenari che toccano nervi simbolici scoperti.

Attribuire a questi luoghi una presenza esterna è una strategia psichica, un modo per distrarre la mente da una paura che ha a che fare con noi, col nostro essere individui mortali e vulnerabili, che vedono in certi luoghi non qualcosa di estraneo ma una possibilità. Allora, se lì dentro c’è qualcosa di maligno, allora l’inquietudine non è mia. È del luogo. Così, invece di confrontarci direttamente con la consapevolezza della morte, rafforziamo simbolicamente il nostro mondo, spostando altrove l’origine del turbamento.
Per questo, quando osserviamo un corridoio lungo e silenzioso, magari illuminato da una luce fredda che filtra dall’alto, sentiamo l’urgenza di immaginare una figura sullo sfondo, anche se ci spaventa. È il modo in cui la mente ripara una frattura tra ciò che dovrebbe esserci e ciò che non c’è.
Per la cronaca, in quella villa in fondo alla strada non sono mai entrato. Forse questo articolo è il mio modo di affrontare quella soglia. Non per dimostrare al resto del mondo che ho trovato il coraggio, ma per capire quale fosse il senso nascosto in quelle ombre che avevamo relegato tra i mostri della nostra infanzia, e che dicevano di noi molto più di quanto dicessero di quei luoghi abbandonati.
(Oresta Patrone: 2 marzo 2026)



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