
C’è una parola capace di evocare immagini inquietanti e suscitare un’immediata sensazione di disagio. Basta pronunciarla e nella mente affiorano immagini di leader folli e carismatici, rituali segreti, suicidi collettivi, fattorie isolate nel deserto o casolari sperduti nei boschi. Quella parola è “setta”.
In latino, secta derivava probabilmente da sequi, seguire, anche se alcuni autori hanno proposto un legame con secare, tagliare, separare. In entrambi i casi l’etimologia racconta la setta di un gruppo che segue una strada particolare e che, proprio per questo, si separa, si allontana dal resto della comunità. Nell’antichità il termine non possedeva una connotazione negativa. Gli epicurei costituivano una secta, così come gli stoici o i seguaci di altre scuole filosofiche.
L’accezione sinistra che oggi attribuiamo alla parola è il prodotto della storia. Furono soprattutto le religioni dominanti a utilizzarla per indicare dottrine considerate devianti o eretiche. I valdesi erano una setta agli occhi della Chiesa di Roma. Gli stessi cristiani delle origini furono una setta agli occhi delle autorità romane.
Eppure, quando oggi parliamo di sette, non pensiamo agli stoici o ai valdesi. Pensiamo a comunità chiuse, sistemi di controllo psicologico, leader che pretendono obbedienza assoluta e persone disposte a sacrificare beni, affetti e talvolta la propria vita in nome di una promessa. Ma come siamo arrivati da una semplice “scuola di seguaci” a una delle parole più inquietanti del nostro vocabolario?
I sociologi della religione come Eileen Barker e Lorne Dawson preferiscono l'espressione "nuovi movimenti religiosi", meno connotata e più onesta intellettualmente. Perché non tutti i gruppi marginali sono pericolosi, e non tutti i movimenti pericolosi si presentano come religiosi. Il problema non è il contenuto dottrinale, per quanto bizzarro possa sembrare. Il problema è la struttura del potere interno e quello che fa alle persone che vi sono subordinate.
OMICIDIO SULLE DOLOMITI
La comunità di un piccolo borgo di montagna viene sconvolta dal brutale omicidio di una donna. Giacomo Stani, il figlio tredicenne del maresciallo, ottiene il permesso di seguire il padre nelle indagini, entrando così in un mondo fatto di segreti rurali e tradimenti. Chi sarà il colpevole? Decimo Tagliapietra si cimenta con il giallo con l’avvincente “Luce di notte”, racconto finalista al Gran Giallo di Cattolica 2021. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi illustrati.
TORINO DEMONIACA
Torino galleggia sulle acque nere della superstizione e della magia. Sulle rive del Po sono adagiati cadaveri di frati impenitenti, satanisti sacrileghi e profeti di sventure. Elsa e Damiano, i giornalisti coinvolti nel delirio collettivo, si trovano a dover combattere contro le legioni di Satana. La città è dilaniata dalla follia primigenia scatenata dagli angeli decaduti. All'Inferno solo il Diavolo potrà salvarti. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi illustrati.
HORROR PORNO ILLUSTRATO
Anni ’70. Tra le strade di una torrida New Orleans, dove il jazz si mescola all’aroma di spezie e ai corpi in vendita, prende vita “La scolopendra d’oro”, novella horror erotica intrisa di sensualità e mistero. Il libro è arricchito con numerose illustrazioni esplicite senza censura realizzate dall'artista Alessandro Amoruso. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi illustrati.
MANUALE PER SOPRAVVIVERE ALLE STREGHE
Questo è un testo rivoluzionario che spiega come riconoscere le vere Streghe e affrontarle. Le Streghe sono entità malvagie con un unico obiettivo: seminare caos e distruzione. Lo dimostrano i numerosi casi documentati nel Manuale, tra cui la strage del passo Djatlov, i fatti di Burkittsville, l’incidente alla Darrow Chemical Company e catastrofi di portata mondiale come Chernobyl o l'avvento di Hitler.
Il Manuale è inoltre arricchito da numerose illustrazioni e fotografie inedite e top secret. Disponibile in ebook e cartaceo.
EROS E ORRORE
Questo non è un racconto. È una possessione. Una lunga, dolorosa, eccitante possessione. Un ragazzo come tanti ma con un terribile segreto di famiglia, un amore troppo grande per poter restare umano. Lei non è solo una ragazza: è una Dea tatuata, un'ossessione che divora e trasforma. Tra desiderio e dannazione, "Lovecantropia" esplora i confini sottili tra amore e dipendenza, eros e orrore, passione e follia. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi con illustrazioni senza censura.
Nel 1961 lo psichiatra Robert Jay Lifton identificò otto criteri per riconoscere quello che chiamò "totalismo ideologico". Il primo è il controllo dell’ambiente: non servono muri o guardie, basta isolare la persona dal confronto critico, circondarla di chi la pensa uguale, farle percepire il mondo fuori come ostile o spiritualmente inferiore. Il secondo è la manipolazione mistica: esperienze apparentemente spontanee — visioni, guarigioni, coincidenze significative — orchestrate per dimostrare il potere soprannaturale del leader. Il terzo è la domanda di purezza, che mantiene l’adepto in uno stato permanente di inadeguatezza: la purezza è sempre un obiettivo spostato in avanti, a cui non si arriva mai. Il quarto è la confessione, l’obbligo di rivelare dubbi e fragilità al gruppo, che li usa. Il quinto è la sacralità della dottrina: il dubbio non è onestà intellettuale, è tradimento. Il sesto è un linguaggio interno che ritaglia la realtà secondo schemi fissi — chi lo parla appartiene, chi non lo parla è fuori. Il settimo forse è il più inquietante: quando la realtà vissuta contraddice l’insegnamento del gruppo, è la realtà che sbaglia. L’adepto impara a non fidarsi di quello che vede. L'ottavo è la svalutazione di chi è fuori.
Non tutti i gruppi manifestano tutti e otto i criteri con la stessa intensità. Ma più sono presenti e più sono pronunciati, più il gruppo è pericoloso, indipendentemente da quello che dice di insegnare.
Cinema e televisione hanno indagato il fenomeno delle sette per decenni, contribuendo attraverso la narrazione a plasmare il modo in cui lo percepiamo e lo comprendiamo, ampliandone la portata ben oltre il tradizionale perimetro religioso e ideologico.
The Mentalist non parla di religione. Parla del potere di una figura carismatica, John il Rosso, di costruire attorno a sé una rete di fedelissimi disposti a tutto, senza bisogno di una dottrina, di un dogma, di una promessa di salvezza. John — il cui vero nome è Thomas McAllister — è un serial killer che ha edificato una setta, la Blake Association, fatta di funzionari delle forze dell'ordine che lo coprono, lo proteggono ed eseguono i suoi ordini senza conoscerne l'identità. Nessuno di loro sa chi sia davvero. Eppure, venerano come una divinità. La serie mostra, stagione dopo stagione, qualcosa che la letteratura sociologica conosce bene: che la fedeltà a una figura carismatica non richiede necessariamente una giustificazione ideologica. Basta il legame. Basta la sensazione di appartenere a qualcosa di più grande, di esclusivo e di segreto. Il contenuto può essere vuoto o mostruoso. La struttura emotiva funziona lo stesso.
In The Following, Joe Carroll è un professore di letteratura che ha costruito la sua setta dalla prigione, attraverso i social network, reclutando seguaci — i followers, chiamati proprio così — sparsi in tutto il paese, ognuno con un compito assegnato, ognuno convinto di partecipare a qualcosa di superiore. Carroll non offre salvezza. Offre un senso. Offre la sensazione di essere scelti, di contare in un disegno più grande. I suoi seguaci non sono pazzi furiosi: sono persone comuni che hanno trovato in lui ciò che non riuscivano a trovare altrove — un'identità, un posto, uno scopo. La serie mostra come oggi il reclutamento avvenga online, in modo capillare e banale, attraverso le stesse piattaforme che usiamo per condividere foto di vacanze.
Il sociologo Marc Galanter, che lavorò direttamente con comunità reali e raccolse le sue ricerche in “Culti. Psicologia delle sette contemporanee” — mostra una realtà molto complessa, dietro al fenomeno delle sette. Le persone che aderiscono a questi gruppi sono spesso individui normali, che attraversano un momento di transizione o fragilità: un lutto, una separazione, una malattia, un senso di smarrimento professionale o identitario.
Il gruppo li intercetta in quel punto vulnerabile. E offre — questa è la parola chiave — qualcosa che la vita ordinaria non garantisce: una spiegazione del dolore, un senso di appartenenza, una comunità coesa, la certezza di essere nel posto giusto con le persone giuste. È una risposta a un bisogno reale e sollievo, almeno all'inizio, è genuino. Il problema è che con il tempo il meccanismo che lo produce diventa sempre più dipendente dalla fedeltà al gruppo e sempre meno compatibile con la libertà individuale.
La mente impara a stare bene solo dentro quella struttura e a stare male fuori.
Il filosofo e neuroscienziato cognitivo Andy Clark descrive il cervello come una macchina predittiva, un sistema che costruisce modelli del mondo e li aggiorna quando la realtà li contraddice. Quello che succede in un gruppo totalistico è che il modello del mondo viene progressivamente sostituito con quello del gruppo. Gli aggiornamenti dall'esterno smettono di arrivare. E quando l'errore di previsione diventa troppo grande per essere ignorato, il sistema lo risolve nel modo più semplice: attribuendo la colpa all'esterno. Il mondo sbaglia, non io.
Questo spiega, almeno in parte, perché uscire sia così difficile. Non è solo paura della punizione. L'uscita comporta la dissoluzione del modello cognitivo ed emotivo costruito negli anni. Chi esce deve ricostruire da zero la propria immagine di sé, del mondo, degli altri. È un lavoro enorme e spesso dolorosissimo.
Il 18 novembre 1978, nella giungla della Guyana, 909 persone morirono a Jonestown, insediamento del Peoples Temple fondato da Jim Jones, un predicatore che era partito dagli ideali dell'integrazione razziale e del socialismo cristiano per costruire progressivamente un sistema di controllo totale. Le morti — in parte suicidi, in parte omicidi — avvennero per ingestione di cianuro. Tra le vittime c'erano trecento bambini. Lo stesso giorno furono uccisi il congressista Leo Ryan e tre giornalisti che erano andati a investigare sulle condizioni di vita nell'insediamento.
Jonestown non fu un'esplosione improvvisa. Fu il risultato prevedibile di un'escalation durata anni: isolamento progressivo, prove di fedeltà, sessioni di confessione pubblica, prove di suicidio collettivo chiamate "Notti Bianche" presentate come esercitazioni. Quando la crisi arrivò, il sistema aveva già eliminato ogni possibilità di fuga mentale. La struttura era quella dei criteri di Lifton, portata fino alla sua conseguenza estrema.
Jonestown resta il caso paradigmatico non perché sia il più recente, ma perché è il più documentato e il più studiato. Mostra, passo dopo passo, come un'organizzazione nata con obiettivi genuinamente sociali possa trasformarsi in una macchina di distruzione senza che i suoi stessi membri riescano a percepire il cambiamento dall'interno.
Le sette non inventano un bisogno che non esiste. Esse intercettano un bisogno reale e lo sfruttano. E questo le rende, da un certo punto di vista, molto più rivelatrici di ciò che manca fuori da loro che di ciò che offrono dentro. Quando migliaia di persone si affidano a una donna che dice di compiere miracoli o a un uomo che afferma di essere il Messia in una fattoria del Texas, vale la pena chiedersi anche cosa quelle persone non trovavano altrove.
Ogni sistema di credenze — religioso, politico, culturale — esercita una forma di influenza su chi vi aderisce. Ogni comunità chiede una certa dose di fedeltà, una certa disponibilità a conformarsi. La differenza tra una comunità sana e una setta non è nell'influenza in sé, ma nella libertà di uscire. Una comunità sana lascia aperta la porta. Una setta la chiude dall'interno, con meccanismi psicologici che fanno sì che il recluso non senta nemmeno il bisogno di aprirla.
Hannah Arendt, scrivendo sul totalitarismo, sosteneva che il male più pericoloso non è quello che si presenta come male, ma quello che si presenta come bene.
(Oreste Patrone: 1 giugno 2026)
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