Horror LOL, chi ride è morto

Vi ho già deliziato con articoli dedicati al legame esistente tra il mondo onirico e la letteratura e il cinema horror, sul fatto innegabile che l’horror è l’erede diretto delle antiche fiabe e su un sottogenere specifico di film horror, quello only for fans degli horror strambi, grottescamente divertenti e che riflettono su se stessi.
Ecco, il punto fondamentale è che l’horror (con tutti i suoi sottogeneri) è uno dei generi cinematografici più ironici e autoironici che esista. Ma lo è volontariamente.
È cosa risaputa che per poter apprezzare il black humour è necessario un q.i. medio - alto ed è cosa altrettanto noto che l’intelligenza senza ironia (e soprattutto autoironia) è ben poca cosa.
Per dire: i serial killer sono spesso dotati di q.i. notevoli. Altrimenti non diventerebbero “serial”, ma rimarrebbero semplici “killer”.
Anche gli autori e i fruitori di letteratura e cinema horror presentano questa (letale?) commistione tra intelligenza e black humour.
Là dove una persona normale si copre gli occhi per non assistere allo sventramento di un personaggio, il Vero Horrorofilo sorride sgranocchiando popcorn. Ecco, mentre scrivevo mi è venuto in mente Wrong Turn 2; nel primo capitolo uno sfortunato gruppo di automobilisti si trasformava nel pranzo di una simpatica famigliola di mutanti montanari, capitanati dal delizioso Three Fingers. Nel secondo capitolo una emittente tv ha la brillante idea di girare un reality tra quei boschi, teatro di tanto orrore. Non vi dico la soddisfazione catartica nel vedere i concorrenti del reality finire sulla tavola della famiglia di cannibali. E qui arriva “l’Involontario lato comico”; un tizio viene sbudellato e ciò che la cuoca mutante tira fuori dalla pancia del malcapitato è visibilmente una fila di salsicce. Adorable.

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OSCURE VARIANTI
Maniaco di remake e riscritture, Danilo Arona, autore di oltre 40 libri, smonta e reinterpreta 3 mostri sacri del fanta-horror: “La casa dalle finestre che ridono”, “Giro di vite” e “L'invasione degli ultracorpi”. Nasce così “Oscure varianti”, un imperdibile appuntamento con il Buio. Disponibile in ebook e cartaceo illustrato

Questo mi porta a una delle questioni principali. Nella stragrande maggioranza dei casi i film horror sono produzioni low budget e si sa che la difficoltà aguzza l’ingegno. Registi e maghi degli effetti speciali hanno saputo girare a loro favore questa situazione sfavorevole, evitando di strafare con quei quattro spicci di cui disponevano; da qui gli Effetti Volutamente Non Speciali. Della serie “Non sono bella, ma sono simpatica”. Ecco, i film horror non sono esteticamente gradevoli, ma sono ricchi di autoironia. Senza dimenticare il valore sociale e politico di molti titoli.
Ma io qui vi voglio parlare della parte cazzareggiante, non meno importante. Sì perché l’ironia è realmente una delle basi del cinema horror. E non è un qualcosa di involontario. Tranne forse alcuni titoli imbarazzanti tra la produzione recente di quello che una volta era un grande regista: Dario Argento.
Quindi l’horror si fonda su: analisi e critica sociale, ironia e autoironia, autoanalisi e auto citazionismo, clichè e giochi sui clichè.
Capolavori imprescindibili: la quadrilogia Scream di Wes Craven e Quella casa nel bosco di Joss Whedon.
Ma quali sono questi tanto citati clichè?
Eccoveli.
Un gruppo composto generalmente da 5 persone si perde in un luogo sconosciuto oppure resta prigioniero di un luogo conosciuto
C’è la coppia di biondi sessualmente attiva e che fuma/beve/fa uso di droghe/si fa beffe delle regole della società civile
C’è la coppia di mori (lei può essere rossa) rispettosa delle regole. Lei è vergine. Lui non necessariamente. E comunque non per sua scelta
C’è il ragazzo jolly, amico di tutti. Può essere di colore, asiatico oppure bianco ma nerd
In un gruppo di adulti si può trovare anche il businessman odioso e/o la sua controparte femminile
Imprevisto. Il biondo va in avanscoperta, spavaldamente armato solo del suo sorriso. Saluta gli amici con un “Torno subito!”, ma è una bugia.
Il biondo non torna, né subito né più tardi. La bionda si insospettisce. Spavaldamente armata solo della sua canotta aderente e trasparente e del suo tacco 12 si avventura, al buio, alla ricerca dell’amato. I rumori di sega elettrica su ossa e il puzzo di visceri non la insospettiscono né tantomeno la distolgono dalla sua missione. Salutatela. La Regina delle Bionde per me è la tipa che muore all’inizio di San Valentino di Sangue 3D, la quale insegue il camionista che l’ha appena trattata da prostituta (le aveva lanciato dei soldi dopo aver passato del tempo insieme in un motel) e lo insegue in un parcheggio di camion deserto, di notte, completamente nuda, in tacco 12. Ah, però aveva una pistola! Eroina.

Il ragazzo jolly e la coppia mora ora hanno la certezza che qualquadra non cosa e organizzano le difese. La prima, geniale mossa, è quella di dividersi. Jolly muore eroicamente per salvare gli amici. Il moro muore per salvare la Final Girl. la Final Girl uccide il mostro. Anche se a volte, per par condicio, fanno sopravvivere la Bionda. Anche se non se lo merita. Penso a Frozen (non il film Disney), in cui sopravvive per puro cu… fortuna oppure alla Bionda di Stay Alive che getta letteralmente al vento la sua unica arma (una rosa), ma che viene salvata dal Jolly che sembrava morto ma non lo era.
I protagonisti dei film horror hanno sempre problemi respiratori e soffrono di labirintite. Il mostro li insegue e loro scelgono sempre la parte più oscura e accidentata del bosco, la cantina o la soffitta senza possibilità di fuga, la cella frigorifera, l’antro della macellazione, lo studio dello scienziato pazzo ecc. Scappano, hanno un bel vantaggio sul Mostro che è grosso, lento e impedito dal peso dell’arma, ma si voltano continuamente a guardarlo. Quindi, giustamente, inciampano e vengono acciuffati. Oppure trovano un nascondiglio favoloso, dove il Mostro giammai riuscirà a stanarli; peccato che si affaccino continuamente per guardare fuori e alla fine si trovino faccia a faccia con colui che vuole ucciderli. Oppure sono abbastanza furbi da non muoversi di un millimetro, ma iniziano ad ansimare come pornodivi con l’asma e quindi il Mostro fa loro tana.
Il clichè finale. Il Mostro è morto, la Final Girl è viva e l’incubo è finito. See, è poi i sequel come li fanno? Ecco perché nell’ultimissima inquadratura (magari dopo i titoli di coda) vediamo che l’occhio del Mostro si riapre. Anche se questo clichè in realtà sta a significare che il Male nel mondo può essere momentaneamente sconfitto, ma non eliminato.
Visto quanta profondità?
Io non posso che augurarvi
Buona visione!

Monia Guredda nasce a Roma nel 1983. Consegue un’utilissima maturità artistica e un’ancor più utile laurea triennale in Arti e Scienze dello Spettacolo. Ama leggere, ama scrivere, ama vedere film e serie tv (che a volte chiama ancora “telefilm”). Organizzatrice di eventi letterari, giornalista pubblicista e scrittrice pubblicata, sguazza con maggior delizia nel genere horror (con una nota di ironia), anche se di tanto in tanto non disdegna incursioni in altri territori. Strega buona (quasi sempre) consulta con una certa regolarità i suoi fedeli tarocchi che a volte le danno delle dritte anche per nuovi racconti. Suoi racconti sono apparsi su Letteraturahorror.it, La Soglia Oscura, Watson e Tuga mentre il primo libro tutto suo è uscito per quelli di Edizioni La Rìa con il titolo “Puoi sentirli sussurrare”. Le è costata più fatica trovare il titolo che scrivere i 22 racconti presenti nella raccolta.



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