
L'horror contemporaneo ha smesso di chiederci "di cosa hai paura?" e ha iniziato a domandarci "cosa ti porti dentro?"
Quando solitamente dico che mi piace il genere horror, le reazioni sono due: chi storce il naso, affermando di non volerne vedere uno nemmeno per sbaglio e chi invece la pensa come me. A quel punto iniziamo a snocciolare titoli in una sorta di muta gara a chi ha visto i più spaventosi - o forse la gara è sempre nella mia testa, visto il mio malsano spirito di competizione. Spesso e volentieri li guardo quando sono giù di morale o sento la testa particolarmente satura. Paradossalmente, mi aiutano a svuotarla. Guardo persone che, almeno sullo schermo, la gente sta decisamente peggio. Ho letto l’articolo qui su Substack di una ragazza che diceva che l’horror la calma, l’ho trovato uno spunto interessante.
L’horror è il genere della paura, del jump scare, del mostro che si nasconde sotto il letto. Eppure, negli ultimi anni, qualcosa sta cambiando. Prima erano voci un po’ isolate, sprazzi in un panorama che si rifaceva a modelli classici. Serie di successo come Paranormal activity e The Conjuring hanno tenuto vivo l’interesse e il box office del genere. Ma pian piano si è creata una strada parallela: sempre più film utilizzano l’orrore per dare forma a emozioni profonde e difficili da affrontare: il lutto, il trauma, il senso di colpa. In queste storie, il vero terrore nasce da ciò che è umano. Oserei dire, fin troppo umano.
Film come The Babadook (2014) o Hereditary (2018), rispettivamente diretti da Jennifer Kent e Ari Aster, per citare due apripista del lento cambiamento degli ultimi anni, mostrano come il dolore possa insinuarsi nella quotidianità fino a deformarla, trasformando la casa, la famiglia e sopratutto la mente in luoghi ostili. In Babadook ad esempio, Jennifer Kent usa il soprannaturale per dare un corpo alla depressione conseguente al lutto: il Babadook diventa la materializzazione di un dolore che non può essere rimosso, ma soltanto riconosciuto.
E se The Babadook trasforma il lutto in una presenza reale, in Hereditary Ari Aster compie un passo ulteriore. Racconta un trauma che non appartiene a un solo individuo, ma a un'intera famiglia. Il dolore, il senso di colpa e i silenzi diventano una sorta di eredità intangibile che passa di generazione in generazione, fino a contaminare ogni rapporto. Il soprannaturale è presente ma è quasi un riflesso di ciò che accade tra i personaggi: una famiglia incapace di elaborare le proprie ferite e destinata, proprio per questo, a esserne divorata. Quanto è reale questa sensazione? Quanto può adattarsi a tante situazioni?
OMICIDIO SULLE DOLOMITI
La comunità di un piccolo borgo di montagna viene sconvolta dal brutale omicidio di una donna. Giacomo Stani, il figlio tredicenne del maresciallo, ottiene il permesso di seguire il padre nelle indagini, entrando così in un mondo fatto di segreti rurali e tradimenti. Chi sarà il colpevole? Decimo Tagliapietra si cimenta con il giallo con l’avvincente “Luce di notte”, racconto finalista al Gran Giallo di Cattolica 2021. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi illustrati.
TORINO DEMONIACA
Torino galleggia sulle acque nere della superstizione e della magia. Sulle rive del Po sono adagiati cadaveri di frati impenitenti, satanisti sacrileghi e profeti di sventure. Elsa e Damiano, i giornalisti coinvolti nel delirio collettivo, si trovano a dover combattere contro le legioni di Satana. La città è dilaniata dalla follia primigenia scatenata dagli angeli decaduti. All'Inferno solo il Diavolo potrà salvarti. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi illustrati.
HORROR PORNO ILLUSTRATO
Anni ’70. Tra le strade di una torrida New Orleans, dove il jazz si mescola all’aroma di spezie e ai corpi in vendita, prende vita “La scolopendra d’oro”, novella horror erotica intrisa di sensualità e mistero. Il libro è arricchito con numerose illustrazioni esplicite senza censura realizzate dall'artista Alessandro Amoruso. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi illustrati.
MANUALE PER SOPRAVVIVERE ALLE STREGHE
Questo è un testo rivoluzionario che spiega come riconoscere le vere Streghe e affrontarle. Le Streghe sono entità malvagie con un unico obiettivo: seminare caos e distruzione. Lo dimostrano i numerosi casi documentati nel Manuale, tra cui la strage del passo Djatlov, i fatti di Burkittsville, l’incidente alla Darrow Chemical Company e catastrofi di portata mondiale come Chernobyl o l'avvento di Hitler.
Il Manuale è inoltre arricchito da numerose illustrazioni e fotografie inedite e top secret. Disponibile in ebook e cartaceo.
EROS E ORRORE
Questo non è un racconto. È una possessione. Una lunga, dolorosa, eccitante possessione. Un ragazzo come tanti ma con un terribile segreto di famiglia, un amore troppo grande per poter restare umano. Lei non è solo una ragazza: è una Dea tatuata, un'ossessione che divora e trasforma. Tra desiderio e dannazione, "Lovecantropia" esplora i confini sottili tra amore e dipendenza, eros e orrore, passione e follia. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi con illustrazioni senza censura.
Ecco perché spaventa. Ci costringe a guardare ciò che conosciamo fin troppo bene: il mostro è diventato una metafora concreta di qualcosa che non riusciamo a elaborare.
Questo tipo di horror ci costringe a restare, a osservare, purtroppo anche a riconoscerci. E fa paura proprio perché non offre facili soluzioni né consolazioni.
Ma il trauma non è stata l’unica strada intrapresa dall’horror contemporaneo. Quasi negli stessi anni, un altro autore ha dimostrato che il genere poteva diventare anche un potentissimo strumento di critica sociale. Con Get Out (2017, candidato all’Oscar come Miglior Film) e Us (2019) e Nope (2022), Jordan Peele utilizza il soprannaturale per raccontare il razzismo, il privilegio, le tensioni di una società che continua a produrre mostri della porta accanto. Se Ari Aster ci costringe a guardare dentro noi stessi, Peele ci obbliga a guardare fuori, verso le contraddizioni del mondo che abitiamo.
Accanto a loro, non posso non citare anche Robert Eggers che ha intrapreso una strada coraggiosa ma altrettanto significativa. In film come The Witch (2015) e The Lighthouse (2019), l’orrore nasce dall’isolamento, dalla superstizione, dal fanatismo religioso, dalla lenta disgregazione della mente. I suoi orrore affonda le radici nel folklore e nelle paure più antiche dell’uomo, ma finiscono comunque per raccontare qualcosa di profondamente contemporaneo: quanto sia fragile il confine tra ciò che immaginiamo e ciò che siamo disposti a credere. (Qualche giorno fa è uscito il trailer del suo nuovo film, dopo Nosferatu passa ai licantropi con Werwurlf).
Nel 2022 Talk to Me fece parlare tantissimo. Esordio alla regia dei fratelli Philippou, a un primo sguardo sembra un horror soprannaturale costruito attorno a una seduta spiritica. In realtà racconta qualcosa di molto più doloroso: il desiderio disperato di tornare a parlare con chi abbiamo perso. La mano imbalsamata attraverso cui i ragazzi evocano gli spiriti diventa una scorciatoia emotiva, una vera e propria dipendenza, dando al film una chiave di lettura decisamente più inquietante e dolorosa di qualsiasi demone evocato.
In questa horror Renaissance (l’ha anche definita così il New Yorker qualche tempo fa) non posso non fare un cappello a una delle promotrici del cambiamento, la casa di produzione A24.
Fondata solo nel 2012 a New York, è diventata in pochi anni una delle case più associate al cinema indipendente contemporaneo, in grado di trasformare film come The Witch, Hereditary, Midsommar o Talk to Me in oggetti culturali con una risonanza considerevole rispetto alla loro nicchia di partenza. Il cosiddetto “horror A24” preferisce il disagio lento, l’atmosfera, il simbolo, la famiglia come luogo infestato, il corpo come territorio fragile, il trauma come presenza che ritorna.
Basti pensare all’ultimo uscito, che assieme ad Obsession ha battuto ogni record: Backrooms. Nonostante non mi abbia convinta del tutto, è innegabile lo spunto molto furbo e audace della pellicola: siamo noi stessi a essere intrappolati dentro il nostro stesso stato mentale, plasmando da soli i nostri mostri.
È un horror che fa meno rumore ma resta addosso di più. Non sempre c’è un demone da sconfiggere, una maledizione da spezzare, una casa da abbandonare. A24 ha intercettato perfettamente questa sensibilità contemporanea, il bisogno di raccontare le crepe quotidiane.
Naturalmente, ridurre tutto a un’etichetta sarebbe ingiusto. Non tutto l’horror psicologico passa da A24, e non tutti i film A24 funzionano allo stesso modo. Però è difficile negare che questa casa di produzione e distribuzione abbia contribuito a rendere popolare una certa idea di horror: un horror in cui il jumpscare conta meno della sensazione che qualcosa, dentro i personaggi, sia ormai irrimediabilmente cambiato.
E qui mi avvicino alla chiusura, lasciando per ultimo il film che ha ispirato questo articolo: Bring her back.
Dopo Talk to Me, i fratelli Philippou tornano a lavorare su una delle intuizioni più disturbanti del loro cinema, il dolore come dipendenza.
E con Bring Her Back raggiungono il picco. Qui non c’è un mistero da scoprire poco a poco. Fin dall’inizio è evitente che la protagonista sia disturbata, il film gioca a carte scoperte. Eppure proprio per questo ho trovato la tensione ancora più forte: non nasce dalla sorpresa ma dall’inevitabilità. È nel finale che il film trova il suo vero senso - molto divisivo, qualcuno l’ha tacciato di buonismo per me invece è proprio una catarsi. Perché lì emerge chiaramente il nodo centrale: l’impossibilità di superare davvero una perdita, quel vuoto che resta e che non può essere colmato. Un’assenza che non si risolve, che non si sistema, che continua a deformare tutto. È l’orrore di vivere quella mancanza che diventa horror.
E qui veniamo al titolo di questo articolo.
La terapia, ho imparato, fa una cosa molto semplice e molto difficile assieme: ci mette davanti a ciò che preferiremmo evitare. Pavese scriveva: «Non ci si libera di una cosa evitandola, ma solo attraversandola.» È esattamente quello che stanno facendo questi film, plasmando un nuovo filone di genere. Ci costringono a sostenere lo sguardo, a riconoscerlo, a dargli una forma. A volte è più facile guardare un mostro e pensare che basti una formula magica in una lingua morta per sconfiggerlo piuttosto che ammettere di averne uno dentro.
Chiudo lanciando una riflessione, la stessa che è venuta a me collegando tutte queste pellicole: è davvero un caso che il genere cinematografico che oggi sembra raccontare meglio il disagio contemporaneo sia proprio l’horror? Che sia il genere che sta cercando un nuovo linguaggio per parlare di salute mentale, di lutto, di identità, di isolamento, di paure collettive? E in una società che ci vuole sempre performanti, felici, dove il dolore semplicemente sembra non essere accettato o addirittura non esistere, è curioso che sia proprio l'horror il genere che gli concede finalmente uno spazio.
(Sabrina Turturro: 10 settembre 2026)
Sabrina Turturro, pugliese classe 1990, appassionata di cinema, letteratura e mitologia. Scrive di horror cercando ciò che si nasconde oltre la superficie del genere: ossessioni, identità, corpo e società. Dal 2022 cura Parodo, podcast dedicato alla tragedia greca.
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