
Nel mio ultimo articolo ho parlato di lingue antiche e possessioni demoniache, scegliendo di non addentrarmi nel dibattito sull’attendibilità dei racconti che accompagnano questi fenomeni per non restare impantanato nel terreno di una discussione che mi avrebbe portato lontano dai miei scopi.
Oggi vorrei recuperare una parte di quei racconti per esplorare una possibilità inedita, un’ipotesi sulla loro natura che si collochi fuori dai due poli che da secoli si contendono la spiegazione della possessione: quello soprannaturale da un lato, che attribuisce al demone una volontà strutturata, un’intenzionalità maligna dotata di uno scopo; quello clinico dall’altro, che riconduce ogni manifestazione a una forma di disturbo psicologico, a un’alterazione della percezione o dello stato di coscienza. Per farlo assumerò che ciò che viene osservato sia reale. Non nel senso di accettarne le interpretazioni tradizionali, ma di riconoscere i fenomeni per come si presentano e provare a leggerli attraverso una lente diversa, che non neghi nulla ma sospenda per un momento ciò che sappiamo — o crediamo di sapere.
Nonostante gli sforzi di medici, neuroscienziati, studiosi del comportamento umano e altri che cercano di ricondurre ciò che osservano nelle griglie del razionale, nei fenomeni di possessione rimane una zona d’ombra, una parte che non si lascia spiegare né ridimensionare. È la scienza ufficiale a riconoscerlo. Uno studio del 2023, pubblicato sul Journal of Scientific Exploration, ha analizzato cinquantadue casi documentati di presunta possessione integrando psicologia, medicina, antropologia e teologia. Secondo gli autori della ricerca, la natura enigmatica della possessione spiritica mette alla prova la capacità esplicativa della scienza contemporanea, tanto che alcuni episodi documentati sfuggono alla razionalizzazione scientifica, rafforzando l'ipotesi che la possessione possa implicare comportamenti umani preternaturali.
Quello del Journal non è l’unico studio che ho consultato per questo articolo.
Ne esistono diversi e tutti analizzano il fenomeno dal punto di vista medico o, all’estremo opposto, da quello teologico. Nessuno, tuttavia, prende in considerazione la possibilità che il demone, liberato dal suo apparato iconografico e dalle sovrastrutture religiose che lo hanno modellato per secoli, possa essere considerato una entità fisica, una configurazione naturale dotata di una certa consistenza, qualcosa che potrebbe muoversi nella zona d’ombra che resiste agli sforzi della ricerca. Una presenza capace di migrare tra gli esseri umani come farebbe un’infezione, ma di natura energetica, vibrazionale, un fenomeno che si trasmette attraverso alterazioni ambientali, emotive e culturali.
La domanda, quindi, è se esista un fenomeno naturale che si comporta e si forma nella nostra percezione come un’entità negativa. In fondo, la natura conosce benissimo la negatività. La ruggine non ha morale, ma corrode il ferro fino a distruggerlo. Le muffe non hanno intenzione, ma penetrano la materia e ne corrompono le caratteristiche. I campi elettromagnetici spostano la materia, alterano i comportamenti e orientano le reazioni biologiche. Quando parliamo di negatività, siamo portati ad associarle una volontà, l’intenzione di attuare un progetto antimorale di qualche tipo. In questa sede, invece, vorrei soffermarmi su quelle forze che agiscono senza alcuna cattiveria intrinseca, semplicemente perché questa è la loro natura.
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Questo ci porta finalmente al cuore dell’ipotesi. E se esistesse una forma energetica, un campo invisibile capace di interagire con il sistema nervoso umano, alterandone la percezione? Una forza disturbante, che si insinua nel campo che tiene insieme l’individuo, sostituendosi ai suoi processi logici e cognitivi. Potremmo immaginarla come un residuo antico, una traccia sopravvissuta a un tempo lontanissimo, qualcosa che non appartiene più né alla materia né alla mente, ma che trova nel substrato energetico umano un appiglio, un luogo in cui ancorarsi per continuare a esistere. L’ipotesi presenta anche insospettabili appigli scientifici.
Una ricerca del 2024 apparsa sulla rivista online BMC Public Health, spiega come alcune condizioni di esposizione ai campi elettromagnetici possono portare a cambiamenti nel comportamento emotivo e nella memoria di apprendimento e causare o alleviare comportamenti ansiosi e depressivi. Un altro studio del 2021 indica che le variazioni dei campi geomagnetici naturali possono modificare la fisiologia umana, alterare il processo decisionale e, nei casi più estremi, persino correlarsi con l’aumento di comportamenti suicidari.
Nulla di tutto questo dimostra l’esistenza di un demone nel senso classico del termine, ma basta a formare le premesse di una domanda: se campi deboli, naturali o artificiali, possono modulare umore, percezione, decisioni, è davvero così inverosimile ipotizzare una forma di disturbo energetico che si agganci al sistema nervoso umano e ne disgreghi la coesione?
In quest’ottica, il demone sarebbe un residuo generato dall’eccesso emotivo, una configurazione energetica generata da dolore, paura o conflitto che, invece di dissolversi, si condensa e assume una forma. Ciò che la rende davvero inquietante è che, una volta emersa, non dipende più dalle condizioni che l’hanno prodotta, ma gli sopravvive. Non svanisce con la fine dell’emozione né con l’attenuarsi della tensione, resta sospesa nell’ambiente come un precipitato che conserva la memoria della propria origine e attende un nuovo campo umano compatibile a cui agganciarsi. Una presenza senza volontà, ma con una sua persistenza, capace di interferire con chi attraversa quel medesimo spazio.
Non migra come un individuo, non sceglie le vittime. È più simile a un parassita energetico che va dove trova compatibilità, dove il campo emotivo è già in una situazione di fragilità o di eccesso. Persone che vivono sotto pressione, stressate o depresse, in ambienti culturali difficili che le mettono alla prova. In queste condizioni l’entità trova una porta aperta o almeno una fessura in cui infilarsi.
Chiamarla demone è un’abitudine millenaria, ma l’ipotesi più inquietante è proprio quella che non ci sia nulla di soprannaturale e che, proprio per questo, il fenomeno sia più difficile da afferrare. Un evento raro ma possibile, che si colloca in quel punto in cui la sofferenza collettiva supera la soglia di assorbimento individuale.
E non è un caso che le cronache antiche colleghino le presenze negative ai tempi di guerra, di carestia, di pestilenza. È possibile che non fossero le ombre a provocare il disastro, ma che fossero i disastri stessi a generare un’energia così densa da apparire come una presenza. L’aria di un assedio, il silenzio dopo una strage, le urla di disperazione e i pianti dei bambini affamati: tutti momenti in cui l’emozione collettiva non è più una somma di stati individuali, ma una massa vibrante che il singolo non riesce più a contenere. È in quei frangenti che il residuo energetico si addensa e prende forma. È lì che il confine fra dolore ed entità preternaturale diventa indistinguibile.
Presenze senza volto, senza nome, senza volontà, che esistono solo quando gli esseri umani generano abbastanza negatività da darle forma. In attesa di qualcuno abbastanza fragile o distratto da commettere un errore e lasciare aperta una porta.
Demoni. Ombre di dolore.
(Oreste Patrone: 27 novembre 2025)
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