
Per secoli, l’uomo ha avuto paura della foresta. Lì si nascondevano i predatori, l’ignoto e forze che non poteva essere controllate.
Poi, a partire dalla metà dell’Ottocento, milioni di persone lasciarono le campagne e si riversarono nelle città industriali in cerca di lavoro e di un futuro migliore. Il processo di industrializzazione che cambiò il volto delle città europee produsse uno dei più grandi spostamenti di massa della storia del genere umano.
Prima di quel momento, l’uomo aveva vissuto prevalentemente in comunità ristrette, intersecate da una rete di relazioni stabili e radicate. Improvvisamente, si ritrova stipato in quartieri sovraffollati e malsani a ridosso delle fabbriche, in spazi angusti dove accanto al degrado materiale si affermano relazioni segnate dall’opportunismo, talvolta dalla sopraffazione e dalla violenza.
Un cambio così radicale non poteva non incidere anche sulle rappresentazioni collettive del pericolo e della paura. La città introduce, infatti, paure nuove che ne modellano l’immaginario dando vita a nuovi, inquietanti mostri.
Uno scenario magistralmente dipinto da Upton Sinclair nel suo romanzo The Jungle, in cui racconta le condizioni di vita nel quartiere dei macelli di Chicago. Un libro che chi lo ha letto difficilmente dimentica, più angosciante di qualunque racconto dell’orrore. La scoperta della città per quello che è, non luogo di opportunità e di riscatto, ma macchina immensa e impersonale, che riduce uomini e donne a ingranaggi sostituibili e fonda la propria potenza sullo sfruttamento e la brutalità. Nel cuore della città industriale, a spaventare gli uomini ci pensano le voci che circolano nella fabbrica. Storie di uomini caduti nelle vasche di lavorazione e ripescati alla fine del processo, quando ormai di loro non restava quasi nulla di riconoscibile, finiti a dissolversi nel prodotto finale, confusi nel lardo destinato ai mercati.
TORINO DEMONIACA
Torino galleggia sulle acque nere della superstizione e della magia. Sulle rive del Po sono adagiati cadaveri di frati impenitenti, satanisti sacrileghi e profeti di sventure. Elsa e Damiano, i giornalisti coinvolti nel delirio collettivo, si trovano a dover combattere contro le legioni di Satana. La città è dilaniata dalla follia primigenia scatenata dagli angeli decaduti. All'Inferno solo il Diavolo potrà salvarti. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi illustrati.
HORROR PORNO ILLUSTRATO
Anni ’70. Tra le strade di una torrida New Orleans, dove il jazz si mescola all’aroma di spezie e ai corpi in vendita, prende vita “La scolopendra d’oro”, novella horror erotica intrisa di sensualità e mistero. Il libro è arricchito con numerose illustrazioni esplicite senza censura realizzate dall'artista Alessandro Amoruso. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi illustrati.
MANUALE PER SOPRAVVIVERE ALLE STREGHE
Questo è un testo rivoluzionario che spiega come riconoscere le vere Streghe e affrontarle. Le Streghe sono entità malvagie con un unico obiettivo: seminare caos e distruzione. Lo dimostrano i numerosi casi documentati nel Manuale, tra cui la strage del passo Djatlov, i fatti di Burkittsville, l’incidente alla Darrow Chemical Company e catastrofi di portata mondiale come Chernobyl o l'avvento di Hitler.
Il Manuale è inoltre arricchito da numerose illustrazioni e fotografie inedite e top secret. Disponibile in ebook e cartaceo.
EROS E ORRORE
Questo non è un racconto. È una possessione. Una lunga, dolorosa, eccitante possessione. Un ragazzo come tanti ma con un terribile segreto di famiglia, un amore troppo grande per poter restare umano. Lei non è solo una ragazza: è una Dea tatuata, un'ossessione che divora e trasforma. Tra desiderio e dannazione, "Lovecantropia" esplora i confini sottili tra amore e dipendenza, eros e orrore, passione e follia. Disponibile in ebook e cartaceo entrambi con illustrazioni senza censura.
L’inchiesta ufficiale del Congresso non arriverà a confermare questi episodi, ma quello che conta è la forma assunta dalla paura. L’uomo non viene aggredito da un mostro ai margini del bosco, ma assorbito da un meccanismo che lo spersonalizza e lo rende irriconoscibile.
Tutto alla luce del giorno, senza neanche il bisogno di nascondersi.
Dal degrado dei sobborghi operai di Chicago all’esclusivo contesto dell’Upper West Side di Manhattan, l’orrore urbano si trasforma ancora e in Rosemary's Baby diventa domestico. Si insinua nelle pareti di un appartamento elegante, nei sorrisi di vicini fin troppo cortesi. Non ha più il volto brutale dello sfruttamento, ma quello inquietante della normalità borghese. È un male che non aggredisce dall’esterno, ma cresce tra le pareti domestiche, si alimenta della fiducia tradita tra Rosemary e Guy, con la complicità dei condomini adepti di un disegno perverso.
Un quarto di secolo più tardi, Seven ci restituisce una città senza nome in cui avidità, lussuria, invidia e superbia non sono deviazioni isolate ma possibilità quotidiane, espressioni quasi inevitabili della frustrazione urbana. Un luogo in cui John Doe, il mostro, non è un retaggio sopravvissuto al tempo ma il prodotto dello stesso contesto che pretende di punire, tanto da arrivare ad essere egli stesso incarnazione di uno dei sette vizi capitali.
Negli anni Settanta, il Cornell Social Science Seminar parlava di “disintegrazione” per descrivere quei contesti urbani in cui reti, ruoli e legami si frammentano, producendo stress psicologico e aumento dei disturbi mentali. Non è la città in sé a generare la patologia, ma la perdita di integrazione dei sistemi sociali, la debolezza delle associazioni, la comunicazione frammentata, l’erosione delle appartenenze. Quando l’individuo vive tra mondi che non riescono più a comporsi in un ordine coerente, l’equilibrio psichico dell’individuo si incrina.
L’horror urbano traduce in immagini questa disintegrazione.
Nella comunità rurale l’identità era data, spesso imposta dalla tradizione ma comunque riconoscibile. In città l’identità deve essere costruita, difesa e negoziata ogni giorno. Questo produce una tensione che il cinema e la letteratura horror hanno saputo intercettare. Quando il mostro si trasferisce in città, in realtà sta seguendo l’uomo, perché la paura è parte della sua architettura biologica e simbolica. La paura ha bisogno di incarnarsi in ciò che, di volta in volta, mette in discussione la sua sopravvivenza, la sua identità e la sua dignità. Cambia l’oggetto ma non la funzione, quella di indicarci dove siamo più fragili.
(Oresta Patrone: 23 febbraio 2026)
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