Anime Immonde

di Giuseppe Vivona - pagine 206 - euro 10,00 - Jack Edizioni

“Un tempo ero come quelle colline che si sono vergognate di diventare montagne.
Ho cambiato la mia vita perdendo la calma in una calda mattina di maggio in cui, in attesa in un ambulatorio del centro storico di Cagliari, osservavo stupidi vecchi e semi-vecchi chiedendomi che senso avesse vivere come loro. Sempre in ansia come se sentissero già la falce della morte che gli solleticava il buco raggrinzito del culo. Sempre pronti a lamentarsi dei politici, degli immigrati, e degli informatori scientifici: le tre nemesi dell’essere umano da sala d’attesa.
In piedi davanti a me c’era un esemplare ributtante fra i cinquanta e i sessanta, con rotoli di ciccia che emergevano senza vergogna dai pantaloni da ginnastica rossi per tendere, senza pietà, una maglietta bianca a bande rosso-blu, slavata e con la scritta “Sconvolts ‘87” appena leggibile. In mano teneva una busta gialla e sudicia.”.

Un romanzo dall’incipit quasi banale. L’autore ci presenta un uomo qualunque, intento a svolgere un lavoro qualunque – informatore farmaceutico, evoluzione del commesso viaggiatore – in una giornata qualunque. Alessio è seduto nell’ennesima sala d’attesa di un medico. Intorno a lui, come sempre, le chiacchiere malevole dei pazienti, sempre seccati perché l’informatore di turno non deve fare anticamera, ma entra non appena il medico si libera. Alessio è abituato a questa routine. Ma in questo giorno, solo apparentemente qualunque, qualcosa scatta all’improvviso nella sua testa. Le lamentele, invece di scivolare via come di consueto, rompono un invisibile argine in lui. Alessio reagisce, prima a parole, poi con la violenza, colpendo due pazienti e lo stesso medico, uscito dallo studio a causa del trambusto. Poi fugge.

“Cosa ho fatto? Perché? Cosa è successo? E adesso? Non voglio finire in prigione”. Questi pensieri si affollano nella mente del protagonista. L’unica decisione che riesce a prendere è quella di scappare: andare in aeroporto, salire su un volo per Malpensa, cambiare nome, vita, tutto. Come un moderno Mattia Pascal, Alessio sale sull’aereo e immagina come potersi reinventare. Ed ecco che, proprio dall’altra parte del corridoio, una graziosa ragazza attira la sua attenzione. Il protagonista incontra così Elena e i due iniziano a chiacchierare tra loro, come se si conoscessero da tempo. Alessio sente di potersi aprire, le racconta la sua fuga, i suoi progetti; dal canto suo, Elena non si scandalizza, anzi, offre ad Alessio tutto il suo aiuto, compreso un alloggio, l’appartamento di sua cugina Naomi, una dottoressa attualmente negli USA per lavoro, insieme alla prospettiva di documenti falsi e di un “lavoro di osservazione” per ripagarsi i documenti. Per dirla con le parole di Alessio: “... pensai che era tutto troppo bello per essere vero.”.

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Nell’ordinatissimo appartamento di Naomi, Alessio scopre un grosso faldone di corrispondenza. Incuriosito lo apre e si mette a leggere uno scambio di messaggi mail stampati, che nel corso degli anni si sono scambiati Naomi, padre Francesco Licata e suor Margherita. Apprende così che Naomi è stata vittima di una possessione demoniaca e che è stata liberata da un esorcismo effettuato proprio da padre Francesco. Con grande abilità, durante la cena a casa di Elena, Alessio riesce a dirottare la conversazione sulla famiglia di lei e finalmente su Naomi, apprendendo che in effetti la ragazza è stata a lungo in cura presso vari psichiatri, senza risultato, fino a giungere nelle mani di un esorcista. Da quel momento, Alessio si sente inquieto all’interno dell’appartamento, ma lui per primo non riesce a capire se si tratti di suggestione o altro. L’incontro con Davide, l’amico di Elena in grado di procurargli i nuovi documenti, e il lavoro di osservazione, che ad Alessio pare totalmente privo di senso, non contribuiscono a fugare i dubbi e i timori del nostro protagonista. Anzi, i suoi incubi si fanno sempre più vividi e in breve inizia a percepire delle ombre, delle presenze inquietanti, accompagnate da un odore “alieno”. Ormai innamorato perso di Elena, si affida a lei per apprendere tecniche capaci di chiudere i buchi della sua mente, impedendo così – o almeno Alessio crede – ai demoni di materializzarsi definitivamente nel mondo reale.

Inizia a questo punto la seconda parte del romanzo, una sorta di diario tenuto da Elena con una fedele cronaca degli eventi che si susseguono nell’appartamento accanto, dove Alessio lotta sempre più vanamente contro i demoni. Tuttavia, se già questa parte rivela molti particolari nuovi, è solo con la terza e ultima parte che arriviamo finalmente a scoprire il diabolico piano ordito da creature soprannaturali – aliene o demoniache poco importa – per procacciarsi adepti e cibo.
Il romanzo di Giuseppe Vivona si presenta dunque come un tutt’uno suddiviso però in tre parti, come tre racconti a se stanti, nei quali i tre diversi punti di vista ci permettono di esplorare gli angoli più nascosti e oscuri del cuore e della mente umana. La capacità descrittiva di Vivona è fondamentale per immaginare ogni più piccolo particolare dei suoi personaggi, degli ambienti, degli odori che vivono e fanno vivere questo libro. L’autore ci trasporta così dalla banalità di un quotidiano a una realtà completamente stravolta, quella in cui tutte le certezze crollano di fronte all’inspiegabile, facendo prima dubitare i personaggi della propria sanità mentale, fino a portarli alla consapevolezza che, per quanto sembri impossibile, invece è vero.
Personalmente, ho trovato molto interessante l’aspetto sfumato che l’autore fornisce alle creature infestanti: una via di mezzo tra alieni e demoni, come se non fosse importante una definizione precisa, quanto piuttosto dare forma al senso strisciante e crescente di inquietudine che caratterizza le persone “normali” quando, per scelta o loro malgrado, si confrontano con l’ignoto.
Un romanzo non per tutti, sicuramente non adatto alle persone impressionabili, ma assolutamente da non perdere per gli amanti del genere.
Voto: 8
[Sarah Biandrati]



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