L'inquilino del terzo piano  

Titolo originale: Le Locataire
Regia: Roman Polański
Cast: Roman Polański, Isabelle Adjani, Melvyn Douglas, Jo Van Fleet, Claude Piéplu, Bernard Fresson, Shelley Winters
Soggetto: Roland Topor (romanzo Le locataire chimérique)
Paese di produzione: Francia
Anno: 1976
Durata: 125 minuti

Trama

Un giovane ebreo polacco, Trelkowski, è a Parigi e cerca fortemente un appartamento in affitto. Quando finalmente lo trova è soltanto a causa di una disgrazia: la precedente affittuaria, Simone Choule, ha tentato il suicidio ed è in fin di vita. Trelkowski si reca in ospedale per chiarire con la ragazza alcuni aspetti dell’affitto, ma la giovane è tutta fasciata e non può parlare (morirà poco dopo). Il giovane ebreo entra dunque in casa e inizia a vivere nell’appartamento, facendo i conti progressivamente con tutta una serie di inquilini che sembrano usciti dalla galleria della peggior perfidia e malvagità. L’atmosfera claustrofobica e ansiogena dello stabile incide pesantemente sulla psiche del ragazzo, che inizia ad avere anche allucinazioni, o almeno così sembra.

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Recensione

Film del 1976, diretto e interpretato da Roman Polanski, non ebbe un gran successo nell’immediato, pur diventando però col tempo un piccolo film culto, opera imprescindibile per chi si avvicina all’horror e punto di riferimento per i registi del genere. Si direbbe quasi un thriller psicologico, a tratti grottesco, poco inquadrabile... ma certamente Kafkiano, nelle atmosfere, nei ritmi, nella claustrofobia e frustrazione sessuale..., un onnipresente senso di colpa che pervade moltissime sequenze. Lontano da “Rosemary’s baby”, per molti critici considerato il vero capolavoro di Polanski (e anche lì si dava molto spazio ai vicini di casa), “L’inquilino del terzo piano” è decisamente un’opera peculiare e rappresentativa dello stile e delle ossessioni del regista polacco.
Trelkowski parte svantaggiato da subito, ebreo e polacco a Parigi, con pochi soldi in tasca e nessuna conoscenza importante, anonimo, a momenti timido, nè bello né simpatico, in balia di una realtà urbana pronta a divorarlo. Quella agognata casa dovrebbe poter essere un porto sicuro, un contentino alla fine della giornata (come lo è per tanti abitanti di una metropoli), ma in realtà diventa una trappola da cui fuggire, un’imboscata in cui cadere. Gli inquilini dello stabile come defunti mostri tornati in vita, cupi e accaniti, complici nell’orchestrare una sottile congiura ai danni di Trelkowski, per poterlo finalmente incolpare, incriminare, incastrare.., perfino uccidere (c’è molto de “La metamorfosi”). Non può esserci dunque difesa adeguata, appare lampante che si dovrà soccombere e soffrire, patire e penare contro un destino di cattiveria ineluttabile, un destino abitato da esseri immondi famelici, rancorosi e inesorabili. ‘Liberiamoci del nuovo inquilino! peggio per lui!!’
Chi è il regista della congiura? chi comanda? Mah... non è tanto questo che conta, quanto inebriarsi ad osservare le atmosfere del palazzo, i pesanti silenzi, gli sguardi marcati, l’assenza di umanità, la caratterizzazione più crudele d’un vicinato senza anima.


Polanski sta parlando anche di sé stesso? della sua infanzia, della faticosa gavetta? può darsi..., ma forse sta anche ammiccando ad un recente conflitto mondiale che nel 1976 odora di ferite aperte sanguinanti, e sullo sfondo troneggia una guerra primordiale mai fuori moda dei tanti contro pochi, nativi contro forestieri, cittadini contro apolidi, potenti contro insicuri e precari, dei primi contro gli ultimi, eccetera eccetera.
Va detto poi qualcosa sulla prospettiva, sul punto di vista, sì perché questo è l’aspetto che da sì fascino al film, ma al contempo è uno degli angoli più difficili da studiare. Noi vediamo le scene dal punto di vista di Trelkowski? Domanda, a tratti sembra di no, e Trelkowski stesso ha grosse difficoltà riguardo la propria identità sociale e sessuale. Gli inquilini lo trattano come se fosse la precedente affittuaria Simone, e lui stesso alla fine pare convincersi di non essere chi credeva, cresce la nevrosi e lo sdoppiamento, le molteplici facce.
C’è insomma un dramma che si perpetua all’infinito come un disco in vinile incantato, alimentato in gran parte dall’assenza di salde certezze sulla propria individualità: chi sono io? cosa voglio, cosa desidero? chi desidero? da dove vengo? ho delle qualità? E tutti questi dubbi avrebbero potuto generare una pellicola di dramma esistenziale pervasa di malinconia e rimpianti, invece con Polanski portano ad un horror originale e capostipite. Polanski mischia e confonde la vita con l’arte, con la seconda che si nutre voracemente della prima.
Voto: 7

Claudio Bacchi è nato il 04-12-1970 a Foligno (PG) ed ha sempre avuto una grande passione per la scrittura, coltivata come profondo interesse e non come occupazione principale. Laureato in Scienze Politiche, nel corso degli anni ha pubblicato numerose recensioni cinematografiche su vari siti web di settore e collaborato con la rivista "C'Era 2000" per brevi racconti. Nel 2000 pubblica il romanzo giovanilista "Pursauenghi poi bang", con la casa editrice Laurum, e in seguito fa stampare alcune centinaia di copie dell'altro romanzo "Salvala guitar", nel 2017. E' un grande appassionato di cinema, animalista e vegetariano.



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