Adam Scovell, Folk Horror: Hours dreadful and things strange

Il termine "folk horror" indica un sottogenere tipicamente britannico della letteratura e soprattutto della cinematografia dell'orrore. Storie di ambientazione rurale, nelle quali antiche tradizioni precristiane e superstizioni assortite servono da carburante per manifestazioni inquietanti, delle qauli molto spesso la popolazione locale è partecipe e complice.
I titoli di riferimento sono "Witchfinder General" (1968), "Blood on Satan's Claw" (1971), "The Wicker Man" (la versione del 1973, non il remake del 2006), passando per cose sperimentali come il "Tam-Lin" del 1970 diretto da Roddy McDowall.
Alimentato dalla sensazione di inquietudine che la nostra cultura urbana percepisce quando si trova a confrontarsi con gli spazi caotici della campagna, quello del folk horror è un territorio ancora inesplorato ai margini della casa Hammer, e che tuttavia sta vivendo una sorta di revival, grazie a titoli come "The Witch".
E di fatto, in Italia come potremmo definire altrimenti certi lavori di Danilo Arona, o di Fabrizio Borgio, o di Luigi Musolino?
Non più confinato al territorio britannico, il folk horror pare destinato ad allargarsi e espandersi, e a mutare, nel ventunesimo secolo.

Ora, per coloro che volessero approfondire la propria conoscenza di questo sottogenere e delle sue origini, e ampliare la propria lista di libri da (ri)leggere e film da (ri)vedere, l'inglese Adam Scovell ci offre "Folk Horror: Hours Dreadful and Things Strange", un bel saggio corposo sul folk horror e sulla sua prima stagione.
E in effetti, se è vero che Scovell rintraccia le radici letterarie del folk horror in opere come i lavori di Machen o di M.R. James, è anche vero che il grosso pubblico viene a contatto con il folk horror attraverso il cinema negli anni '60 e '70.
La miscela di cultura hippie, di riscoperta delle radici folk della cultura inglese va a intersecare il revival pagano e un periodo particolarmente felice per la cinematografia di genere.
Il libro di Scovell è quindi una sorta di strano luna park nel quale i diversi carrozzoni offrono leggende popolari e cultura celtica, musica folk e psichedelia, cinema di cassetta e cinema sperimentale.
Il lettore si addentra così in un panorama nel quale la narrativa (per parole o per immagini, o in musica) non solo è legata alle tradizioni e alle leggende tipiche dell'Inghilterra rurale, ma nella quale è il paesaggio stesso a proiettare un'ombra inquietante sugli eventi.

 

Scovell è una miniera di informazioni su infestazioni e leggende locali, un'enciclopedia sulla psicogeografia delle aree rurali, un catalogo di luoghi nascosti, di dischi volanti, tesori sepolti dai sassoni, abbazie derelitte. La ricerca è approfondita, lo stile spigliato e divertente. In poco più di 200 pagine, l’autore riesce a costruire un valido modello stilistico per un intero sottogenere, per un modo di intendere l’ororre che è sempre stato con noi ma spesso non abbiamo saputo riconoscere.
Corredato da una eccellente filmografia che siallarga alle serie televisive che in quegli anni esplorarono gli stessi temi, "Folk Horror" è un testo indispensabile su un sottogenere che forse non sapevamo esistesse, ma che abbiamo sempre apprezzato.
(Davide Mana)

Davide Mana: nato a Torino nell'ormai lontano 1967, Davide Mana è un geologo e paleontologo. Una malsana passione per il fantastico lo ha spinto con gli anni a scrivere e tradurre letteratura di genere. Non ci sono invece giustificazioni per il fatto che gestisca due blog.  

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