Le finestre morte

Fino da ragazzetto mi hanno sempre destato un senso non ben chiaro, di curiosità, preoccupazione, diffidenza, nelle facciate delle case, le finestre murate: quelle, voglio dire, che prima c'erano, aperte come le altre, in fila con quelle, o anche in disparte, a guardare un cortile, o sotto una sporgenza di grondaia; e poi furono tappate, e sopra ridipinte.
Tutte le altre sono vive, animate, estrose; sono gli occhi della casa, che guardano il mondo, piccolo o grande, che hanno attorno. Si aprono, si chiudono, si accostano a bocca di lupo a spiare e ammiccare, alzano le mezze persiane a far solecchio, si adornano di vasi di fiori e di gabbie dei canarini, sventolano panni stesi, civettano, sospirano, chiacchierano, spettegolano, litigano. Ci sono anche quelle che si danno arie superbe, non prendono confidenza col vicinato, e stanno quasi sempre chiuse. Le rare volte che le aprono si intravedono dentro le stanze vecchi mobili tristi, e poltrone e canapè incamiciati di bianco, come malati. Le più invece sono quelle altre, nel cui quadro la vita della casa passa avanti e indietro con le sue gioie, le sue tristezze, le sue noie, le sue rassegnazioni: che incorniciano teste di bimbi adorabili o detestabili, ragazze che cuciono, serve che sciacquano e cantano, uomini scamiciati con le bretelle ciondoloni, donnone ciabattone che sfaccendano, donne che si truccano. Bello è in certe mattine di sole vederne uscire due braccia nude e morbide che si sporgono a spalancare le persiane. Davanzali su cui anche « fanno bene », come dicono i pittori, setacci e tegami di conserva di pomodoro messa a seccare. Ma sono cose che non si vedono più; solo nei paesi, forse.
Le finestre murate sono come gli spettri di queste vive. Le hanno ridipinte nel rettangolo in cui si aprivano, rifacendo sull'intonaco vetri e telai. Qualcuno più fantasioso o sciagurato è arrivato a accennare dietro i vetri un ricamo di tendine, o sul davanzale un vaso di garofani. I più discreti si sono limitati a dipingerci una persiana chiusa o uno stoino mezzo abbassato. Il tempo è passato, i colori si sono sbiaditi, l'intonaco non bene spianato si è scialbato di polvere, e anche qua e là si è scrostato, scoprendo l'ossame di sassi e di mattoni della finestra morta.
Ognuna di quelle finestre aveva per me ragazzo, e per quel po’ di ragazzo che per fortuna nostra, chi più chi meno, portiamo sempre con noi lo ha ancora, un che di mistero, intorno al quale mi perdevo volentieri a fantasticare. Chi sa quando era stata murata, e perché. Capivo benissimo anche allora che la spiegazione comune era facile immaginarla: un giorno la gente che ci abitava aveva mutato disposizione alle stanze, quella finestra era risultata inutile o incomoda, e la avevano chiusa. Sì, questo è semplice a pensare, anche per un ragazzo fantastico. Ma lì fuori c'è quel fantasma dipinto, quella cosa che non c'è più ma vuole illudere di esserci ancora, e allora il ragionare non conta. Quella finestra murata sa di castigo, di ricordo che si è voluto distruggere; dietro a quei vetri mal dipinti e impolverati c'è un segreto che si affaccia, c'è una vecchia stanza abbandonata dove nessuno è entrato più da tanti tanti anni, c’è chissà. Le case che hanno quegli occhi cechi sono in generale vecchie case in cui tanta gente è passata, e che ne han viste tante, e chi sa quante potrebbero raccontarne, anche quelle che hanno l’aria più modesta, onesta e bonaria. Come quella che più d'ogni altra mi sta in mente.

A cavallo fra l'infanzia e l'adolescenza mi accadde di passare un anno della mia vita in un paese del Mezzogiorno. Si stava di casa in una di quelle stradette mozze che là chiamano « corti ». Le stanze del davanti davano sulla corte con un lungo terrazzo fiorito di gerani e di convolvoli. Quelle interne, con la cucina e il solito sgabuzzino sul poggiolo, su un cortile silenzioso e squallido chiuso fra la casa nostra, il dietro di un'altra a due piani, e il vecchio tetto di una stalla vuota. Il cortile era della stalla, e da chissà quanto tempo nessuno c'era entrato. Erbacce e ortiche crescevano alte fra mucchi di calcinacci e di pietrame. In un angolo, a fior di terra, c'era una finestra nera di cantina, con l'Inferriata. Fra cantina e cortile una dozzina di gatti vivevano in libera e sonnolenta repubblica.
La casa vicina aveva quattro finestre, due per piano. Quella davanti alle nostre era murata. Nel rettangolo avevano ridipinto telaio e vetri, e dietro questi, per effetto scenico, un tendaggio rosso sollevato ai lati, a baldacchino, come quelli delle vecchie quinte. La pittura era sbiadita dal tempo, ma dietro la patina di polvere quella tenda rosseggiava ancora, e il vano su cui si alzava dava veramente un’impressione di buio e di vuoto. Meno, anzi quasi nulla, di giorno, quando il sole ammazzava quel po’ di colore che c’era rimasto. Ma appena il muro ritornava in ombra, la vecchia finestra morta si ravvivava. Sembravano allora più morte le altre: quella accanto, alla quale pure non si affacciava mai nessuno, e che aveva sul davanzale due vecchie pentole, in cui erano morte di sete piante di garofani e di basilico; e le altre due del piano di sopra, dove stavano certe vecchie in lutto con una nipote povera e zitellona, che faceva da serva, ed era la sola che qualche volta si affacciasse per buttar giù ai gatti cartate di puliture di pesce e di altri sudiciumi. Era una ragazzona brutta, grassa e floscia, e dicevano fosse un po’ matta. A volte sfaccendando cantava una specie di nenia campagnola che invocava la Madonna perché facesse piovere. Dormiva in cucina, e la notte, d’estate, con la finestra aperta si sentiva russare. La sua voce scolorita, e quelle irose o amorose dei gatti, erano le sole che il cortile conoscesse: ma anche quelle erano rare. Dall’esterno non giungeva eco di nulla. Pareva di essere fuori dal mondo, e che attorno, di là da quei muri, non ci dovesse essere che cielo, quel gran cielo azzurro che c’era sopra, e a voltarsi in su e fissarlo dava il capogiro.
La stanza dove dormivo affacciava su quel cortile.

Per un ragazzo abituato a stare molto solo, un cortile simile è un mondo. Non fosse altro per tutti quei gatti. Dopo un poco che si stava lì - ci si arrivò verso l'estate - li conoscevo tutti uno per uno, sapevo le loro abitudini, il loro carattere, le reciproche amicizie e antipatie. Di solito nella mattinata erano tutti fuori. Accucciati dalla parte dell’ombra, passavano le ore dormendo o sonnecchiando, quasi sempre ciascuno allo stesso posto, rispettandosene il possesso. Sul mezzogiorno quando il sole picchiava giù a perpendicolo, a poco alla volta tutti si imbucavano giù per l'inferriata della cantina, nel mistero di un altro mondo. Più degli altri restava ad arrostirsi al sole uno che doveva essere il capo riconosciuto di tutta la banda, certo il più vecchio, grande, forte, placidamente autoritario maschio, naturalmente. Soriano tigrato, con appena un po' di rogna su un orecchio, aveva degli occhi ancora bellissimi, d'ambra chiara. Quando le rondini passavano in gazzarra sul cielo del cortile, li apriva, seguiva per un attimo quei voli con fredda immobile cupidigia, e subito li richiudeva con rassegnata noncuranza. Anche esso, dopo un po’ che era solo, si alzava, si avviava verso l’inferriata, dava uno sguardo in giro al cortile vuoto e spariva del buio.
Era proprio il padrone di tutto quel mondo, temuto, rispettato, forse anche amato. Un giorno una gatta nera che da qualche tempo era scomparsa risbucò fuori dalla cantina seguita da quattro gattucci monelli. Il vecchio soriano era al suo solito posto, e sonnecchiava. La gatta mamma si avviò verso di lui, e si fermò a rispettosa distanza. I monelli invece gli si avvicinarono saltellando. Il vecchio aprì gli occhi e scosse l’orecchio rognoso. Guardò per un istante i nuovi venuti, poi si alzò, lentamente, e li fiutò. Sì, bene: erano dei suoi. Tranquillo si rimise giù. I piccoli si allontanarono per il cortile, saltellando con tutte quelle cose nuove che trovavano. La gatta nera non c'era già più. Aveva fatto le presentazioni, avevo avviato i suoi figliuoli per il mondo, la sua parte di mamma era finita. Sciò, tutti liberi, ora, e ciascuno pensi a sé e si arrangi. Sopra tutti, del resto, c'è il Vecchio.
A mezzo meriggio il cortile ritornava in ombra, e dall’inferriata tutti ritornavano su, e si rimettevano a sonnecchiare aspettando la rinfrescata, quando di solito la finestra del secondo piano si apriva e la zitella matta buttava giù qualche cartoccio. Tutti allora balzavano su, correvano verso la roba cascata, ma raro era che si azzardavano a toccarla prima che il Vecchio arrivasse. Se qualcuno più avido allungava l’unghia avanti, quello d’un balzo gli era sopra, e con una soffiata e una graffiata ristabiliva l’autorità e la tradizione. Poi raspava un po’, annusava, sceglieva qualche bocconcino, a volte nulla, e si allontanava lasciando il branco a spartirsela. Poca roba. Finiva presto. Allora tutti si voltavano in su, verso la finestra da cui quel po’ di ben di Dio era piovuto, e rimanevano lì fermi, a lungo, leccandosi i baffi, nella vana attesa di qualche altra cosa. Guardavano quella finestra, guardavano anche le altre, anche le mie, tutte, meno una. Nessuno, di tutto il branco famelico, guardava quella murata. Ma il vecchio soriano sì. Solo, in disparte, lontano da tutti, estraneo a tutti, pareva aspettare quell’ora già di mezz’ombra per non guardare che quella. Teneva i belli occhi chiari bene spalancati, e li fissava su quel rettangolo sbiadito come se qualcosa in esso lo affascinasse. Che? Gli animali che vivono con noi, nelle nostre case, nella nostra vita, i cani, i gatti, anche gli uccelli di gabbia, vedono tante cose, dicono, che noi non vediamo. Storie, si sa. Ma a volte si ha una gran voglia di crederle. Che vedeva il vecchio soriano, in quella finestra morta, per non guardare che quella, per guardarla così? Io ero certo che vedesse quello che non c’era più, la finestra quando era viva. Ne ero sbigottito, ma anche io affascinato. Con l’ombra che piano piano calava, lo sbiadito si ravvivava, la patina polverosa dava ai vetri come una vera trasparenza, il tendaggio rosso cadeva giù con ombrature morbide di vera stoffa. « Ecco » pensavo « ora una mano, una mano bianca, uscirà da quel nero, e solleverà la tenda… » La sera continuava a calare. Il gatto non si muoveva. Brividi fitti mi correvano dalla nuca alle reni. Rabbrividivo nelle braccia e nelle gambe. Ma non cedevo. Il giuoco della fantasia era più forte della paura. « Ecco, ora un viso pallido si affaccerà… Il gatto già lo vede… » Lottavo ancora, stringendo i pugni e i denti. Poi di colpo il buio mi vinceva. Chiudevo gli occhi, scappavo. Di là era già acceso il lume. Madonna, che respiro.

Una notte, faceva gran caldo e si dormiva con le finestre spalancate, mi svegliò un miagolio lungo, lamentoso. Aprii gli occhi, guardai fuori. Alla finestra morta c’era un lume. Una fiammellina chiara si accendeva e si spegneva, sbattendo ai vetri finti. Col cuore in gola balzai su, mi affacciai…
Oh, niente. Una lucciola. Lì presso cominciava la campagna. Una lucciola era venuta a sperdersi nel cortile. Ma quel povero vecchio gatto, lo riconoscevo alla voce, perché si lamentava così? Che aveva? Che vedeva? Miagolò così ancora un po’, poi tacque.
La mattina lo vedemmo laggiù, sotto quella finestra, stecchito. Un altro, uno grosso nero, gli era succeduto nel comando, e sonnecchiava al suo posto.

Traduzione di Sergio Bissoli

Guelfo Civinini

Guelfo Civinini (Livorno, 1º agosto 1873 – Roma, 10 aprile 1954) è stato uno scrittore, poeta, giornalista ed esploratore italiano. Dopo la morte precoce del padre e il secondo matrimonio della madre Civinini si trasferì con la famiglia a Roma, dove terminò gli studi al liceo "Umberto I" il cui preside Giuseppe Chiarini, critico e letterato amico del Carducci, per rimproverarlo di una bugia e avendone già intraviste le possibilità letterarie, gli predisse un futuro da giornalista. Iniziò a frequentare l'ambiente letterario romano che si riuniva nella storica Terza Saletta del Caffè Aragno. Dal 1895 in poi cominciò a collaborare con articoli di cronaca e di critica letteraria a vari quotidiani e riviste. La produzione letteraria di Civinini iniziò con due raccolte di poesie d'intonazione crepuscolare, L'urna, e I sentieri e le nuvole, e con alcune opere teatrali. Nel 1906 con la novella Gattacieca vinse il suo primo premio letterario. Erano in giuria Giovanni Verga, Luigi Capuana e Federico De Roberto. Nel 1908 sostituì Carlo Zangarini nella stesura del libretto de La fanciulla del West, musicato da Giacomo Puccini.



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