MARCELLO E LA CARNE FRESCA
a settimane oramai il mattatoio di Givoletto è tenuto sotto controllo da
una gruppo non ufficiale di ambientalisti estremi che distruggono le
attività coinvolte nello sfruttamento, di qualunque tipo, della natura. Il
capo della società di macello è un tipo grasso, ignorante e di bassa
statura, una di quelle persone che non sa portare rispetto a se stesso. Come
potrebbe portarlo al resto della vita se nemmeno è in grado di comprenderne
a pieno il significato? Il terreno sui cui si erge il mattatoio è piccolo,
sarà più o meno un ettaro e gli animali vengono tenuti in condizioni
pessime, hanno poca disponibilità di movimento e vengono nutriti con mangimi
proteici per metter su più massa nel minor tempo possibile. Agli occhi del
gruppo Blu, così è come si auto definisce il gruppo ambientalista, quel
mattatoio era da sabotare a tutti i costi. Non passa molto tempo che,
misteriosamente, tutte le bestie vengono liberate e disperse per i vari
pascoli della zona. È subito scandalo e la gente mormora. Come in ogni paese
piccolo, in cui tutti conoscono tutti, iniziano a circolare voci accusatorie
contrastanti fra loro. La verità è che nessuno sa chi sia stato a liberare
il bestiame, ma tutti sentono l'irrefrenabile bisogno di far prendere aria
ai denti e di ricevere attenzioni in qualche vecchio bar di alcolizzati. I
carabinieri bollano l'accaduto come ragazzata, e nel giro di una settimana
viene dimenticato. L'unico ad aver subito un danno è il macello che ora non
può vendere le carni. Un altro evento però si abbatte sul macello del paese,
quella struttura metà moderna e metà decadente, viene distrutta da un
improvviso incendio notturno aiutato dalla polvere da sparo e qualche
bombola di gas. Il botto squarcia la notte e vive il suo secondo di gloria
seguito dall'eco lontano che rimbalza possente fra le montagne vicine... in
pochi si svegliarono e quei pochi non poterono capire cosa fosse accaduto a
causa della posizione del mattatoio. Bisogna attendere il giorno successivo
perché si inizino a diffondere dicerie circa l'incendio. La situazione pare
più seria, ora non si può trattare di una bravata adolescenziale, deve
esserci una motivazione più profonda rispetto al semplice divertimento fine
a se stesso. Ad ogni modo l'ipotesi più diffusa fra la gente è che il
proprietario avesse pestato i piedi alle persone sbagliate, tutti sanno che
Givoletto ed i paesini limitrofi sono gestiti parzialmente dalla mafia,
basta fare un torto a qualcuno di potente e le conseguenze si fanno sentire
in poco tempo. Anche i carabinieri la pensarono così ed infatti non accadde
nulla, nessuno fu arrestato e nessuno accusato. Ora il macellaio veniva
visto in malo modo dai paesani che, dal canto loro, lo consideravano un poco
di buono se non addirittura un malavitoso.
Un bel giorno di luglio il macellaio si stava avviando a casa passando per
il solito sentiero sterrato, una bella scorciatoia che taglia la campagna.
Una volta arrivato si toglie i vestiti per sentire più fresco, si stappa una
bella birra e, spaparanzato sul divano, si rincoglionisce di televisione.
Passano solo due ore che qualcuno forza la porta di casa senza fare il
benché minimo rumore, entra e prende da dietro il ciccione costringendolo a
respirare in uno straccio imbevuto di cloroformio. Il boia perde i sensi ed
in pochi minuti altri personaggi si uniscono al coraggioso teppista per
legare l'assassino di bestiame. Da lì a poco ha inizio la tortura. Prima
d'ogni cosa viene sfiorato ripetutamente con la pistola elettrica che si usa
per far camminare le bestie, le ustioni che provoca sulla pelle umana non
sono un granchè, ma risultano alquanto dolorose ed ad ogni scossa il corpo
trema e sussulta. Dopo la corrente è il turno della marchiatura a fuoco
seguita della castrazione, sì esatto, proprio come quella che si pratica ai
tori per mantenerne la carne morbida e saporita. Marcello, il macellaio, si
dimena e grugnisce come un maiale, ma non può liberarsi in nessun modo.
Viene imbavagliato per evitare che le urla attirino qualche buon samaritano
mentre la tortura continua. Gli vengono strappare le unghie dei piedi una
dopo l'altra ad intervalli regolari e dopo la stessa sorte tocca ai denti.
Per finirlo, come colpo di grazia, gli viene somministrata una bella dose di
scopolamina per indurre il delirio dopodiché gli viene recisa una piccola
vena in modo che la morte per dissanguamento sopraggiunga il più tardi
possibile. Il sadismo del gruppo è estremo e la morte del bastardo
decisamente dolorosa. Per evitare di lasciare tracce il gruppo carica il
corpo inerme sul furgoncino ed appicca il fuoco all'abitazione del
macellaio... Quell'estate nella cittadina venne distribuita la carne tritata
migliore degli ultimi vent'anni, un po' dolce ma alquanto succulenta, ottima
per fare ragù e polpette. Finisce così la storia del macellaio di Givoletto,
si dice che i figli si siano trasferiti lontano ed abbiano continuato la
professione del padre, ma la gente è certa che il loro turno giungerà
presto, seguiranno le orme del padre in tutti i sensi. Nessuno ha mai saputo
cosa effettivamente fosse accaduto a Marcello, l'unica cosa certa è la sua
sparizione, tutto il resto è ignoto.
Ezio Testore |