LA PALLINA NELLA STANZA

 

ingresso è quasi completamente avvolto dall'oscurità. Soltanto alcuni raggi di sole filtrano attraverso gli scuri sbarrati delle finestre e gli infissi delle porte, lasciando l'intera casa immersa nella penombra. A sinistra della porta d'ingresso si trova l'ampia cucina, mentre a destra un ripostiglio chiuso. Subito dopo, le scale in legno che portano al primo piano. Sul pianerottolo, che interrompe a metà altezza la rampa delle scale, una lieve brezza fa sollevare alcuni sbuffi di polvere, che risalgono velocemente gli ultimi gradini. Anche il corridoio del primo piano è avvolto dalla semioscurità. Quattro porte, due a sinistra e due a destra. Sono tutte socchiuse, rivelando le tenebre al loro interno. Tutte socchiuse tranne l'ultima a sinistra, che è sprangata con alcune assi di legno. La lieve brezza si è fermata. Non vola una mosca. Ora la casa è completamente immersa nel silenzio.
La porta sprangata… affiora un'incisione tra un'asse e un'altra… come una scritta…
Improvvisamente un vetro s'infrange dietro quella porta. Forse un bicchiere, o una tazza. Una pallina di gomma comincia a rimbalzare. Tam-tump. Tam-tump. Sul muro e sul pavimento di legno. Tam-tump, tam-tump. Più veloce. Tam-tump tam-tump tam-tump. Più veloce ancora. Tam-tump-tam-tump-tam-tump. Solo sul pavimento di legno. Tump-tump-tump-tump-tump-tump. Si ferma di colpo.

 

La serratura scattò e la porta si spalancò con un cigolio, inondando l'ingresso della luce del sole.
Il primo ragazzo entrò nella casa. Era alto, dalla corporatura massiccia. «Che schifoso odore di chiuso!»
«Mmmh… cavolo!» confermò la ragazza alle sue spalle arricciando il naso. «Perlomeno c'è un bel freschino qua dentro!» continuò, entrando a sua volta nella casa. Lei, al contrario, era piccola, dal corpo esile, si poteva pensare che un vento forte avrebbe facilmente potuto farla volare via.
«Dai Stefania, dammi una mano. Prima di scaricare la roba voglio dar un po' d'aria a ‘sto cesso di casa!»
«Secondo me non è così brutta come casa, Christian. E poi, è in un posto così tranquillo.»
«Ecco, appunto: sperduto in mezzo ai lupi. D'estate magari ci stai anche bene, ma d'inverno, con la nebbia! Ti rendi conto? Che tristezza!» Disse lui spalancando la prima finestra dell'ingresso.
Stefania non era tanto d'accordo con lui, perché effettivamente a lei sarebbe piaciuto vivere in un posto del genere. Era una ragazza tranquilla, che aveva bisogno della tranquillità. Ma cambiò discorso, sapendo che non avrebbe ottenuto nulla facendo incazzare il suo ragazzo; anzi… «Gli altri dovrebbero arrivare tra non molto, non è vero?»
«Già, ammesso che riescano a trovare questa casa in mezzo al nulla!» Le rispose Christian spalancando la seconda finestra.
«Mi sembra di aver dato a Marco tutte le indicazioni giuste...» disse quasi a se stessa Stefania aprendo un'altra finestra.
Christian questa volta non commentò, ma con un sorrisetto di sufficienza lasciò intendere che non si sarebbe fidato troppo delle indicazioni della sua ragazza. Quest'ultima lo notò e si chiese come facesse lui a farla sentire così piccola anche senza parlare.
«Vado di sopra ad aprire le finestre nelle stanze da letto», disse Stefania salendo le scale, le quali scricchiolarono nonostante il suo esile peso. Alcuni sbuffi di polvere si alzarono al suo passaggio.
Al primo piano l'unica luce proveniva dal pianterreno attraverso le scale. Stefania avvertì un cattivo odore di chiuso e si tappò il naso con le dita. Rabbrividì leggermente. La temperatura lì era stranamente più bassa che al piano terra. Entrò nella prima camera da letto sulla sinistra, spalancandone immediatamente le finestre. Stessa cosa fece per le altre due sulla parte destra del corridoio. Erano tutte piene di polvere e ragnatele. Ci sarà un bel daffare oggi pomeriggio, pensò, avviandosi verso l'ultima stanza sulla sinistra.
«Ma che strano», sussurrò Stefania, notando le assi inchiodate alla porta. Quando tentò di aprirla, la maniglia girò facilmente, ma le assi impedivano all'uscio di muoversi e quest'ultimo si spostò soltanto di qualche millimetro. Aguzzò la vista e, tra alcune assi di legno, intravide dei segni… anzi, no, sembrano delle lettere incise sulla porta…
La strombazzata di un clacson fece sussultare Stefania, che, con un salto, si allontanò dalla porta chiusa.
«Stefania! Sono arrivati gli altri!» gridò dal piano terra Christian.
Mentre scendeva dabbasso, Stefania ebbe soltanto un pensiero: perché hanno chiuso in quel modo quella stanza? Ma se ne dimenticò quasi subito non appena vide Marco e Giovanna che la aspettavano sorridenti.

 

Se Christian e Stefania erano così diversi come corporatura e carattere, la stessa cosa non valeva certo per Marco e Giovanna. Questi ultimi erano entrambi di statura media, snelli, anche se Marco era decisamente stretto di spalle e Giovanna leggermente larga di fianchi. Lui moro con i capelli che gli arrivavano quasi al fondo schiena, raccolti in quel momento in una lunga coda; lei invece teneva i suoi biondi capelli tinti sciolti sulle spalle. Si assomigliavano in viso, tanto che più di una volta erano stati scambiati per fratello e sorella. Ma quasi subito chi faceva tale osservazione si rimangiava le parole, vedendoli scambiarsi profonde effusioni amorose. Erano talmente attaccati l'uno all'altra che non perdevano occasione per dimostrarselo: si stringevano le mani, si guardavano negli occhi sorridendo e, senza bisogno di parlare, si baciavano sulle labbra con uno schiocco rumoroso.
Stefania, osservando i suoi due amici in queste non rare occasioni, non poteva che provare una piccola stretta di invidia allo stomaco. Christian non era così affettuoso. Lui si reputava un uomo duro, uno di quelli che non ha bisogno di dimostrare a nessuno i propri sentimenti. E quindi considerava Marco e Giovanna alla stregua di due bambini sdolcinati che non sapevano come impiegare meglio il loro tempo.
Dopo una mezz'oretta trascorsa a raccontarsi come fosse andato il viaggio, se era stato difficile trovare quel posto, qualche battuta sul calcio tra i ragazzi e qualcun'altra sui vestiti tra le ragazze, cominciarono tutti quanti a dare una pulita alla casa. Christian e Marco si diedero da fare nell'ampia cucina, mentre Stefania e Giovanna andarono al piano di sopra a pulire le stanze da letto per poi disfare i bagagli. Non che fosse tanta la roba che si erano portati dietro, appena un borsone a testa. L'idea era quella di passare lì giusto quel fine settimana: le ferie vere e proprie erano ancora lontane. Christian e Marco facevano i manovali in una ditta di costruzioni edilizie, Stefania era impiegata in un'agenzia assicurativa, e Giovanna lavorava come commessa in un supermercato. Vivevano tutti nello stesso paese tranne Giovanna, la quale abitava ad una trentina di chilometri dagli altri. Marco era passato a prenderla quella mattina ed era per questo che erano arrivati un po' in ritardo rispetto all'altra coppia. In aggiunta si erano anche impegnati a fare la spesa prima di arrivare lì, ed ora Marco e Christian stavano sistemando i viveri in frigorifero e nelle mensole, dopo aver dato una ripulita veloce alla cucina.
Christian stava raccontando per l'ennesima volta a Marco di come fosse stato fortunato a trovare quella casa senza spendere alcuna lira ma conoscendo soltanto le persone giuste. Nell'ambiente lavorativo dei due ragazzi erano ampiamente riconosciute la tracotanza e la tirchieria di Christian, e quindi Marco non si stupiva affatto della continua voglia dell'amico di tornare su quell'argomento, ad ulteriore dimostrazione di quelle sue “qualità”.
«No, dico», stava continuando Christian mentre riponeva una confezione di lattuga nel frigorifero, «guarda come sa essere strana la vita a volte. Sono lì che prendo un aperitivo al bar di Gianni… a proposito, è un po' che non vieni a fare una partita a stecca…»
«Be', sì, ho un po' da fare con i miei in questo periodo», rispose Marco. «E poi con Giovanna, sai com'è…»
«Sì, sì, lo so…» ammise Christian, ma il tono della sua voce era quella di chi non approvava per almeno due motivi: primo perché Marco viveva ancora con i suoi mentre Christian stava già da solo, e secondo non concepiva che la propria ragazza fosse un impedimento per andare al bar quando ne aveva voglia. «Comunque, sono lì che mi bevo il mio aperitivo quando sento quelli accanto a me che parlano di una casa in campagna. Uno dei due lo avevo già visto altre volte lì da Gianni, ma l'altro mai. E quest'ultimo sta raccontando all'altro di come abbia intenzione di vendere questa casa. Io mi metto in mezzo, perché sai bene della voglia che ho di uscire da quell'appartamentino del cazzo.»
Fece una pausa, e si mise ad osservare la data di scadenza in cima al coperchio di un barattolo di sugo già pronto. «Agosto '95… mmmhh, ancora un paio di mesi, può andare…» sussurrò quasi a se stesso. Poi, rivolto di nuovo a Marco: «Be', insomma, a quel tipo gli dico che io potrei essere interessato, e lui lascia subito perdere l'altro e rivolge completamente la sua attenzione a me. Ne rimango un po' stupito, ma probabilmente vede in me il classico credulone da spolpare. Dopo avermela descritta, lo faccio scendere un po' dal suo prezzo iniziale. Lui mi dice che si potrebbe fare, ma poi astutamente svio il discorso su altri argomenti. Gli offro da bere e ci raccontiamo un po' dei nostri cazzi. Gli divento simpatico e alla fine lui mi offre questo fine settimana per vedere la casa con calma e decidere se mi può andare a genio.
«Il bello di tutta questa storia è che comunque questa casa, anche se non è male, costa troppo ed è troppo dispersa in mezzo alla campagna per piacermi... ma io comunque sono riuscito a scroccare una settimana gratis.» Sorrideva. Era soddisfatto di sé.
«Complimenti», disse Marco sorridendo a sua volta ed andando così ad accrescere l'immancabile presunzione dell'altro. Infatti il petto di Christian si gonfiò vistosamente. Marco lo sapeva, per quello non gli aveva negato quella “gratificazione”.
Marco non era infastidito dal carattere dell'amico, lui viveva la propria vita e lasciava che gli altri vivessero la propria. Gli dispiaceva soltanto un po' per Stefania, la quale avrebbe dovuto andare a conviverci tra non molto. Era questo infatti il desiderio di Christian, ma Stefania, fortunatamente, su quel punto resisteva ancora.
Ma perché non lo lascia? Pensava in quel momento Marco, riandando con la mente a qualche sfuriata di Christian nei confronti della sua ragazza e di cui era stato testimone. E se si comportava così in mezzo agli altri, figuriamoci cosa poteva combinare quando erano soli.

 

Al piano di sopra le due ragazze avevano finito di pulire le due camere da letto che avrebbero occupato quella notte. Stavano ora disfacendo le valigie. Stefania si trovava nella prima stanza sulla destra, mentre Giovanna nella prima sulla sinistra. Le due stanze si trovavano una di fronte all'altra e quindi le due ragazze potevano vedersi tranquillamente mentre parlavano attraverso le porte aperte.
«… e non ne voleva proprio sapere di capirlo», stava raccontando Giovanna riferendosi ad un episodio capitatole al supermercato. «‘Signora', le ho detto per la terza volta, ‘la promozione c'è soltanto su quella marca di fette biscottate,' e lei mi ha risposto con una vocina esile esile – avrà avuto ottant'anni – ‘ma a me quelle fette biscottate non piacciono'. Be', insomma, lei voleva prendere le fette biscottate che le piacevano facendosele scontare assieme a quelle che non le piacevano ma che erano in promozione.»
«E come hai risolto la situazione?» chiese Stefania dall'altra stanza.
«Mi faceva un po' pena… Però, un po' perché si era creata una fila molto lunga alla cassa e un po' perché non ero del tutto sicura che fosse così rincoglionita ma che se ne stesse magari un po' approfittando… alla fine mi sono stufata e, senza dirle altro, le ho fatto lo scontrino come doveva essere fatto.»
«E la vecchietta?»
«Non ha detto niente.»
«Allora ti stava prendendo in giro?»
«E chi lo sa? Può benissimo aver creduto che alla fine le abbia fatto lo sconto anche sulle altre fette biscottate, per quanto ne so.»
«Mmmhh, poverina», commentò Stefania sconsolata, «spero tanto di non ridurmi così da vecchia.»
«Basta fare una vita sana e mantenere la mente in allenamento», sentenziò Giovanna con un sorriso. E lei ne sapeva bene qualcosa di mantenersi in allenamento: doveva perdere quei chiletti in più che aveva accumulato nel sedere. «A proposito», continuò, cambiando discorso, «e con Christian come va?»
«Va bene», disse prontamente Stefania, come se si aspettasse quella domanda da un momento all'altro; ma il tono della sua voce era falsamente convinto.
«Dai, a chi vuoi darla a bere», replicò Giovanna dolcemente. «Lo sai che con me ti puoi confidare… che non ti devi fare certi problemi…» E dicendo queste parole si era portata sull'uscio della stanza che occupava Stefania. Quest'ultima accennò a un fievole «lo so», senza però alzare la testa da una maglietta che stava piegando.
Giovanna entrò nella stanza e si sedette sul letto appena rifatto accanto all'amica. «Quando io e Marco vi incontriamo, avvertiamo immediatamente una forte tensione fra voi due.»
«Perché parli così?»
«Perché questo è quello che sentiamo…»
«No», la interruppe Stefania, «perché dici noi... noi qui, noi là…»
«Non lo so, mi è venuto naturale…» Giovanna era vistosamente interdetta.
«Lo vedi? È proprio questo che mi manca…» E finalmente Stefania alzò lo sguardo: aveva gli occhi lucidi. «La possibilità di dire ‘noi': noi abbiamo fatto questo, noi abbiamo fatto quello… noi ci vogliamo bene…»
Giovanna mise da una parte la maglietta che Stefania aveva piegato ormai una decina di volte, prese le mani dell'amica e le tenne nelle sue, senza interromperla, in modo che continuasse tranquillamente a sfogarsi.
«Tu e Marco vi volete così bene e ragionate in modo così simile che è come se foste una persona sola… è per questo che hai detto ‘noi', è molto semplice. Io a Christian voglio bene e so che anche lui me ne vuole, ma ha un modo tutto suo di dimostrarmelo… non gli piace… esporsi in pubblico.» Fece una pausa, asciugandosi una lacrima che le era scesa su una guancia. «So che sa essere molto buono, molto gentile, e anche generoso… anche se, allo stesso tempo, so benissimo che questo non è quello che la gente pensa.» Si interruppe.
Giovanna capì che era arrivato il suo momento. «Perché stai piangendo, allora?» Le chiese semplicemente.
Le due ragazze si guardarono a lungo negli occhi, poi Stefania non resistette più: abbracciò l'amica, stringendola forte. «Tu credi che sarebbe giusto lasciarlo, vero?» chiese Stefania, singhiozzando sulla spalla dell'amica.
«Credo che questo sia proprio quello che tu desideri fare», le rispose Giovanna carezzandole la schiena.
«Sì, lo so, ma assieme abbiamo avuto anche tanti bei momenti... e quando penso di lasciarlo mi vengono in mente proprio quei momenti... e così... io non ne ho più la forza...»
«E magari pensi anche alla reazione che Christian potrebbe avere se glielo dicessi.»
«Mmmh... forse», disse piano Stefania. Poi si scostò lentamente dall'abbraccio sicuro e affettuoso di Giovanna, e, asciugandosi le lacrime, continuò: «È meglio se torniamo giù dagli altri, adesso.»
«Sei sicura?» chiese Giovanna. «Nessuno ci mette fretta, e se ne vuoi parlare ancora, io sono qui.»
«No, dai, chissà che cosa penseranno i ragazzi se non ci vedono tornare giù.»
«Va bene», le concesse Giovanna poco convinta. «Ma questa è una cosa che devi risolvere. Non puoi andare avanti così, lo sai, no? Ti stai facendo solo del male...»
«Scendiamo, dai», la implorò Stefania, evitando di risponderle e di guardarla negli occhi.
Quando furono nel corridoio, però, Stefania si fermò sui propri passi. «Devo prima farti vedere una cosa.» Lo disse volgendosi improvvisamente verso Giovanna e mettendo molta enfasi nella voce, quasi fosse felice di indirizzare la propria attenzione verso qualcosa che non fossero i suoi problemi. L'accompagnò di fronte all'ultima porta sulla sinistra, quella sprangata. Rimasero qualche secondo in silenzio ad osservare quelle vecchie assi di legno.
«Chissà perché hanno dovuto chiudere così questa porta», disse Stefania con una strana luce negli occhi. «Sembra quasi che abbiano dovuto chiudere qualcosa dall'altra parte.»
«Fa fresco quassù o sono io che non sto bene?» chiese Giovanna massaggiandosi le braccia: rabbrividiva vistosamente.
Stefania si girò a guardarla e vide che l'amica era sbiancata in volto. «Che cos'hai?»
«Non lo so… è che da un momento all'altro mi è venuta un po' di… non lo so.»
«È meglio se scendiamo, adesso. Forse è anche l'aria che stiamo respirando. Questa casa è rimasta chiusa per tanto tempo…» Anche Stefania cominciava a preoccuparsi, adesso. Avrebbe voluto aggiungere che tra le vecchie assi di legno si intravedeva una scritta, in modo da aumentare l'alone di mistero attorno a quella stanza sprangata e alimentare un argomento diverso di cui discutere con Giovanna. Ma evidentemente all'amica non andava molto a genio la cosa. C'era qualcosa che la turbava.
«Forza, andiamo giù, Giovanna», continuò Stefania vedendo che l'amica rimaneva immobile ad osservare la porta.
«Sembra esserci anche una scritta dietro a quelle assi», disse piano Giovanna, e la sua voce era flebile e il tono lento e cadenzato, come se si stesse svegliando da un sogno; solo che la sensazione che dava in questo caso era quello contrario: di entrare in un sogno.
Questa cosa spaventò Stefania: non aveva mai visto l'amica in quello stato. La prese per un braccio decisa a riportarla giù, e a quel tocco Giovanna si “ridestò” con un sussulto e con un piccolo “uh” strozzato. Fece poi un passo indietro e guardò l'amica sbattendo gli occhi un paio di volte. «È meglio se scendiamo», affermò Giovanna, anche lei ora vistosamente preoccupata.
«Ero qui che te lo stavo dicendo, che ti è successo?»
«Non lo so, ma quella porta mi fa paura.»
«Paura? E perché mai? È soltanto una porta chiusa, che cosa può farti?»
«Chiusa? Vorrai dire sprangata…»
«… va bene, sprangata…»
«… e non voglio certo sapere perché qualcuno si sia preso la briga di farlo…»
A questo punto Stefania si mise a sorridere. «Dai, ma che ti sta venendo in mente, Giovanna?»
Ma il volto di quest'ultima non lasciava spazio all'ilarità, anzi… «Non mi prendere in giro, Stefania, ok?» Il tono era quello perentorio di chi non ammette repliche.
E Stefania, dal carattere fragile come il suo corpo, ne risentì vistosamente, spaventandosi a sua volta; anche perché il tono della voce di Giovanna in quel momento assomigliava molto a quello di Christian quando si arrabbiava con lei. «Scusami, non volevo…» cercò di difendersi.
Ma Giovanna, al contrario di Christian, se ne accorse. «No, scusami tu.» Il tono era tornato ad essere quello dolce di poco prima. «È solo che questa porta mi ha messo addosso una strana sensazione… adesso comunque mi è passata: dai, scendiamo.»
Stefania tirò un lieve sospiro di sollievo, rasserenata nel vedere la stessa Giovanna di prima. Non aggiunse altro, ma fu lei questa volta a farsi quasi trascinare dabbasso. E mentre scendevano per le scale, pensò: è davvero un'amica e forse mi può aiutare… ma perché mai si è spaventata così tanto davanti a quella porta? E Giovanna, tenendo a braccetto l'amica, pensò: devo aiutarla in qualche modo, ma devo stare attenta con lei, è così fragile, non devo essere impulsiva… ma quella porta… era come se avvertissi qualcosa… meglio non pensarci.

 

A cena le discussioni furono frugali e certamente poco impegnative, perché tutti erano affamati e quindi molto più interessati a finire quello che avevano nei piatti. Tutti tranne Giovanna. L'appetito della ragazza era decisamente minore rispetto al solito, ma fece uno sforzo e non lo diede a vedere.
Tra quei quattro ragazzi ci si sarebbe aspettati che il più vorace fosse Christian, con la sua stazza da principiante culturista; ma così non era. Invece, la straordinaria forchetta era Marco e una persona che non lo conosceva e che per la prima vi si sedeva accanto durante un pasto, avrebbe sicuramente avuto in timore di perdere un braccio tra le fauci fameliche del ragazzo. Perché, oltre alla capienza misteriosa del suo stomaco in rapporto alla costituzione quasi gracile del suo fisico, era anche straordinariamente veloce nell'ingozzarsi; quasi che non masticasse affatto il cibo, ma che lo divorasse intero allo stesso modo dei rettili o degli uccelli. Quella sera sparirono dentro al suo corpo due piatti di pastasciutta, tre bistecche di maiale, mezza terrina di pomodori e lattuga, pane a iosa, un bel pezzo di formaggio pecorino, un po' di stracchino e cinque pesche, tutto innaffiato da del buon vino rosso.
Alla fine della cena, immancabile come sempre, arrivò la battutina di Christian: «Ma tutta quella roba che mangi, dove la metti? nei capelli?» In effetti Marco era alto un metro e settanta per soli sessanta chili di peso, e se quest'ultimo non accennava minimamente ad aumentare, la stessa cosa non si poteva dire per i suoi lunghi e fluenti capelli neri; quasi che fossero questi ad “ingrassarsi” ad ogni pasto. Marco rispose con un sorriso falsamente fiero, in modo da nascondere la noia di sentirsi ripetere sempre le stesse cose. Stefania, al contrario, non riusciva mai a farci l'abitudine e ogni volta che mangiavano assieme non poteva che spalancare gli occhi di tanto in tanto, continuamente stupita. Giovanna, invece, non fece commenti, abituata com'era al suo ragazzo… e non ne avrebbe fatti comunque, anche se non fosse stata altrove con la testa come lo era in quel momento.
Come dessert avevano comprato una meringa e tutti se ne servirono (questa volta Marco si contenne, mangiandone solo una fetta).
Dopo cena e dopo aver sparecchiato la tavola, si bevvero un caffè… o meglio, tentarono di farlo, perché la moka della casa era inutilizzata ovviamente da molto tempo e il caffè che ne risultò fu unanimemente considerato schifoso. Passarono quindi alla sigaretta: tutti quanti. Se quel gruppo di ragazzi non si amalgamava bene come opinioni e tratti caratteriali, davanti ad una tavola imbandita o, soprattutto, ad un pacchetto di sigarette, diventavano come una persona sola.
Stavano discutendo di cinema e degli ultimi Oscar assegnati a Hollywood quando un suono aritmico li fece zittire.
Tump, tump, tump-tump-tumptumptump… I battiti ovattati sul legno si spensero velocemente, come se al piano di sopra una pallina fosse caduta sul pavimento da un ripiano più alto. I ragazzi alzarono la testa all'unisono verso il soffitto della cucina, socchiudendo gli occhi alla luce del lampadario sospeso sopra le loro teste.
E tutto cominciò ad accadere molto in fretta.
«Che cosa è stato?» chiese Stefania continuando a guardare in alto.
Nessuno le rispose, perché il tavolo a cui erano seduti cominciò a tremare furiosamente, facendo tintinnare le tazzine sui piattini.
«Ma che cazzo…» «Ma porca…» imprecarono quasi nello stesso istante Christian e Marco. Poi la loro attenzione fu rapita da Giovanna. La ragazza era presa da convulsioni talmente violente che faceva tremare il tavolo a cui era aggrappata con le mani. I suoi occhi erano spalancati ma persi nel vuoto, dalla bocca le colava un filo di saliva, i violenti spasmi del corpo le stavano scompigliando i capelli… eppure non accennava affatto a staccare le mani dal tavolo, forse soltanto perché non era più in grado di farlo.
Per alcuni secondi Marco, Stefania e Christian non dissero assolutamente niente, completamente increduli di fronte a quello che stava accadendo a Giovanna. Poi esplosero, e nell'ordine esclamarono: «Cazzo!», «Giovanna!», «Porca puttana, porca puttana!» Scattarono velocemente tutti attorno a lei, rovesciando le sedie dietro di loro.
«Ma che cos'ha? Sta avendo delle convulsioni? È epilettica?» chiese tutto d'un fiato e con incredulità Stefania.
«No, non può essere… non me l'ha mai detto», rispose Marco con una nota di disperazione nella voce e cercando di liberare la sua ragazza da quella posizione.
«Forse non sapeva neanche lei di esserlo…» suppose Christian, vistosamente incapace di fare alcunché.
«Ma vaffanculo! Non è possibile! Che cazzo faccio, adesso?! La stendo per terra, vero? Vero?!» sbraitò Marco, vistosamente incerto sul da farsi.
«Non lo so, non lo so! Oddio, oddio, che cosa le sta succedendo!» esclamò Stefania disperata, mentre cominciava a piangere.
La saliva che colava dalla bocca di Giovanna si era trasformata in bava bianca e densa, e le convulsioni non accennavano affatto a placarsi, aumentando la disperazione e il senso di impotenza dei ragazzi. Poi, uno spasmo più violento degli altri fece arcuare all'indietro il busto di Giovanna, un fiotto di vomito le sgorgò dalla bocca mischiandosi alla bava bianca e andando ad imbrattare Marco e in parte anche Stefania – Christian se ne stava da una parte ammutolito e con gli occhi sbarrati. In quel momento le mani di Giovanna si staccarono dal tavolo, permettendo a Marco di stenderla a terra. Il corpo della ragazza assunse immediatamente una posizione fetale, con le mani bloccate ad artiglio.
«Che cazzo fai lì impalato, dammi una mano!» urlò Marco all'indirizzo di Christian; ma quest'ultimo non si mosse.
«Ti vuoi muovere? Non sei il più forte, tu, brutto stronzo? Muovi quel culo!» continuò Marco mentre tentava di mettere Giovanna su un fianco.
Quando Christian finalmente si mosse, andò via la corrente elettrica, lasciando i ragazzi completamente al buio.
«Mio Dio, no, perché, perché?» piagnucolò Stefania.
«Porca puttana! Tesoro resisti, ti prego, resisti…» adesso anche Marco stava piangendo.
«Deve essere scattato l'interruttore generale… vado a cercarlo…» disse piano Christian, quasi a non volersi far sentire.
«Col cazzo, aspetta, non c'è tempo, vieni qui con l'accendino», lo fermò Marco. Avvertiva che le convulsioni di Giovanna stavano rallentando, ma un terribile rantolo stava ad indicare che la ragazza faticava a respirare.
Christian si avvicinò al buio e andò a sbattere con un piede contro una sedia. Allora armeggiò nei pantaloni ed estrasse uno zippo. Lo accese, rischiarando di fronte a lui il viso di Stefania rigato dalle lacrime, poi scansò la sedia e si avvicinò a Marco inginocchiato a terra accanto alla testa di Giovanna. Quest'ultima giaceva in una pozza di vomito e anche se la poca luce della fiamma poteva ingannare, era indubbio che il viso della ragazza stava diventando paonazzo. Oltretutto, un forte odore di urina si stava spandendo nell'aria.
«Vieni qui, fammi luce!» gli ordinò Marco, riuscendo finalmente a girare la ragazza su di un fianco e cercando allo stesso tempo di aprirle la bocca per facilitarle la respirazione. «Dai Giovanna, ti prego… non mollare.»
Ma proprio quando sembrava che le convulsioni si stessero placando, il corpo di Giovanna si distese completamente, fino ad arrivare ad arcuare di nuovo la schiena all'indietro. Una forte inspirazione strozzata fece inghiottire parte dei liquidi attorno alla bocca della ragazza, la quale li restituì con un altro violento conato di vomito, mentre il corpo tornava con uno scatto in posizione fetale.
«Ahi!» squittì quasi come una femminuccia Christian, spegnendo lo zippo perché si era bruciato un dito e facendo così tornare il buio sopra di loro.
«Ma che cazzo fai!» urlò Marco.
«Merda, mi sono bruciato», rispose Christian giustificandosi.
«Aspetta, ci penso io… ho il mio accendino…» disse Stefania debolmente, ma nello stesso istante tornò la corrente elettrica.
I ragazzi per qualche istante rimasero accecati dall'improvviso ritorno della luce, poi Marco esclamò: «Oh, cazzo…» accorgendosi di come attorno alla bocca di Giovanna ci fossero delle vistose macchie di sangue espulso assieme al vomito. Un pesante rantolo usciva dalla bocca della ragazza e aveva le labbra violacee. Soltanto un lieve tremolio continuava a far agitare leggermente il suo corpo. Aveva gli occhi sbarrati e iniettati di sangue.
Sia Marco che Stefania piangevano, ma mentre quest'ultima se ne rimaneva impalata ad osservare l'agonia dell'amica incapace di rendersi utile, Marco tentava di farla respirare in qualche modo: aprendole la bocca, spostandole la lingua e dandole qualche pacca sulla schiena. Ma poi il corpo di Giovanna si irrigidì, il viso digrignato in uno spasmo di dolore. Una lunga espirazione gorgogliante mista a sangue le uscì dalla bocca. Le membra del suo corpo si rilassarono, gli occhi le rimasero sbarrati, e non si mosse più.
«Oddio!» esclamò Stefania con una mano sulla bocca ed una nota acutissima nella voce.
«No, no, merda, no…» disse Marco rigirando il corpo di Giovanna e mettendola supina. Si accovacciò con una guancia sul suo petto. «Merda, non sento il cuore!» Tentò di praticarle un massaggio cardiaco. «Dai, Stefania, vieni, qui, dammi una mano!» Non ci pensò più ad interrogare Christian. (Quest'ultimo continuava ad osservare tutto, ammutolito, con gli occhi spalancati, tremante.)
«Ma io… io…» balbettò Stefania.
«Muoviti!» le ordinò di nuovo Marco. La ragazza scattò a fianco del corpo inerte di Giovanna.
«Adesso le massaggio il petto e quando te lo dico le soffi dentro la bocca, va bene?»
Stefania non sembrava del tutto convinta, ma assentì velocemente con il capo, perché l'espressione del viso di Marco non ammetteva alcuna replica. «Reclinale la testa all'indietro… così, adesso mettile due dita in bocca e spostale la lingua… così.» Poi cominciò a praticarle il massaggio cardiaco: «Uno… due… tre… soffia!» E Stefania soffiò: sul viso rigato dalle lacrime della ragazza si disegnò un'espressione mista di disgusto, panico e disperazione.
«Uno… due… tre… soffia! Christian, muovi quel culo, cerca un telefono in questa casa e chiama un'ambulanza! Uno… due… tre… soffia!»
Christian si alzò in piedi con poca decisione, ancora intontito, e si diresse verso l'ingresso.
«Muoviti!» lo spronò Marco. «Uno… due… tre… soffia!»
Ma Christian si fermò quasi immediatamente, tornando sui propri passi. «Non c'è nessun telefono in questa casa…»
«Cazzo! Allora esci, vai a cercare aiuto! Uno… due… tre… soffia!»
«Non resisto più…» gemette Stefania.
«Ti prego resisti, non mi abbandonare adesso…» disse Marco, ma non si capiva bene se rivolto a Stefania o a Giovanna. «Uno… due… tre… soffia!»
Christian uscì dalla casa con un po' più di convinzione senza chiudersi la porta di ingresso alle spalle.
«Uno… due… tre… soffia!»
Marco e Giovanna andarono avanti così per circa un altro minuto e mezzo. Un'eternità per i due ragazzi. Entrambi piangevano e sudavano. Stefania era bianca in volto e sembrava che dovesse svenire da un momento all'altro. «Oddio…» disse a un certo punto quest'ultima, girandosi e vomitando. Poi si allontanò carponi e andò a sedersi con la schiena contro il muro del soggiorno. Marco non le disse niente. Continuò da solo a praticare il massaggio cardiaco e a soffiare nelle bocca di Giovanna per qualche altro secondo. Poi anche lui si arrese, convincendosi che forse Giovanna era già morta quando aveva avuto quella lunga espirazione e il suo corpo si era rilassato.
Anche lui espirò profondamente adesso, un sospiro di sconfitta accompagnata al rilassamento delle sue spalle e ad una espressione di tristezza inconsolabile.
La tensione del momento sembrò allentarsi. Tutto si fece molto silenzioso. Soltanto i singhiozzi soffocati di Stefania aleggiavano nell'aria del soggiorno.
Marco, al contrario di Stefania, non si allontanò dal corpo esanime della sua ragazza, ma le si sedette a fianco, a gambe incrociate – senza preoccuparsi di inzaccherarsi i vestiti di altro vomito e sangue. La prese per le spalle, accogliendo il suo busto sulle proprie gambe. Cominciò a cullarla così, avanti e indietro, dandole qualche bacio leggero sulla fronte e parlandole con un sussurro incomprensibile all'orecchio.
All'esterno, Christian stava vagando come in trance lungo un sentiero di terra battuta, allontanandosi sempre di più dalla casa. L'unico chiarore che poteva rischiarargli il cammino proveniva dalle luci della casa. Nessun'altra abitazione era visibile nelle immediate vicinanze. Soltanto campagna, terra coltivata. E un cielo colmo di stelle. Il vuoto lo circondava. Lo stesso vuoto che gli riempiva l'anima.
È soltanto un sogno… può essere soltanto un sogno, non può essere successo veramente, pensava Christian camminando.
Perché non hai fatto niente? Gli chiese una vocina: la sua coscienza?
Forse non ho digerito… adesso vado al bar da Gianni a prendere un digestivo…
Perché non hai aiutato Giovanna?
Forse prima è meglio che faccia… ma il pensiero gli si interruppe a metà, perché scivolò in un fosso che costeggiava il sentiero. Sbatté il sedere sulla riva erbosa e si ritrovò con le gambe dentro al fosso. Fortunatamente quest'ultimo era asciutto.
Ma quella vocina non si fermò. Sei proprio uno stupido: che cosa stai combinando? Non vedi nemmeno più dove metti i piedi!
Fu allora che si riscosse. «Giovanna!» esclamò con impeto alla notte. «Devo aiutarla!»
Tentò di rimettersi in piedi velocemente, con il risultato di scivolare un paio di volte sull'erba resa insidiosa dalla rugiada incipiente. Quando ritornò sul sentiero in terra battuta individuò immediatamente l'unico punto luminoso intorno a sé. Doveva essersi allontanato dalla casa almeno di un buon cinquecento metri. Cominciò a correre, facendo attenzione, per quanto gli era possibile, a dove metteva i piedi.
Non ci abita nessuno qui attorno… dovevo prendere la macchina! Ma dove ho la testa? Queste sono cose che a me non possono succedere! Che cosa penseranno di me, gli altri? No, no, devo fare qualcosa!
Quando soltanto una decina di metri separavano Christian dalla porta d'ingresso e dalla sua automobile parcheggiata di fronte, riecheggiò nell'aria un urlo acuto e secco proveniente dalla casa.
«Stefania!» esclamò Christian riconoscendo in quell'urlo la sua ragazza. Avanzò deciso verso la luce che fuoriusciva dalla porta d'ingresso. Nell'attraversarla con impeto andò quasi a sbattere contro Stefania che scendeva furiosamente le scale.
«Che ti è successo?!» le chiese. Stefania corse ad abbracciarlo e lo strinse forte a sé. Piangeva e singhiozzava. Tentava di dire qualcosa, ma Christian non riusciva a capire nulla. Nello stesso istante fece capolino nell'ingresso Marco, proveniente dalla cucina. Aveva il viso sconvolto. «Giovanna è morta», disse con tono piatto rivolto a Christian o forse a se stesso… forse cercando una ulteriore conferma nelle parole a quella tragedia.
«Christian… io… io… l'ho visto», stava dicendo intanto Stefania tra le braccia di Christian. Se quest'ultimo credeva di aver spazzato via quel torpore che lo aveva avviluppato quando era uscito dalla casa, ora avvertiva una nuova confusione montargli dentro. Era sconvolto per quella semplice e cruda constatazione di Marco sulla morte di Giovanna, e allo stesso tempo Stefania sembrava essere sconvolta per qualcos'altro. In più, aveva ancora il fiato corto per la lunga corsa.
«Mi dispiace», disse Christian a Stefania scostandola un po' da sé per riuscire a parlarle in viso. «Mi dispiace per Giovanna… ho cercato aiuto qui intorno, ma non c'era nessuno, e sono tornato per prendere la macchina…» si interruppe, perché la sua ragazza lo stava guardando con una strana espressione, come se non stesse del tutto capendo quello che lui le stava comunicando.
A quel punto intervenne Marco, sempre con quel tono piatto: «Perché hai gridato, di sopra?»
Christian lo guardò perplesso, incapace di comprendere il carattere dell'amico. Come fa ad essere così calmo in questo momento? Poi guardò di nuovo Stefania. «Che cosa ti è successo di sopra?»
Stefania si scostò ulteriormente da Christian. Tremava e singhiozzava ancora. Guardò a sua volta Marco, mentre alle spalle di questi, verso la cucina, intravedeva il corpo di Giovanna steso a terra. Non riusciva a parlare. Altre lacrime le scivolarono dagli occhi. Riportò la sua attenzione su Christian, e in quel momento la pallina tornò a rimbalzare al piano di sopra. Stefania emise un altro strillo e cercò di scappare verso la porta d'ingresso. Ma Christian la bloccò prendendola per le braccia. «Che cosa succede?!» le sbraitò in faccia. «Che cos'è questo rumore?» Stava perdendo velocemente il controllo di sé.
«Oddio… è lui!» strepitò tra le lacrime Stefania.
«Lui chi?» le chiese Christian afferrandola con forza per le spalle.
«Christian, stai calmo!» gli ordinò Marco trovando nuova forza nella propria voce, e interponendosi tra i due. Christian si zittì all'istante, lasciando andare Stefania.
«Stai calma, Stefania…» continuò Marco. «Ecco, brava… adesso dimmi: che cosa hai visto di sopra?»
La ragazza riuscì a calmarsi un po', anche aiutata dal fatto che la pallina al piano di sopra aveva smesso di rimbalzare – doveva aver continuato non più di qualche secondo. Ma la voce le tremava comunque. «Stavo per entrare nella camera da letto…», singhiozzò, «volevo prendere i bagagli… volevo andarmene da qui… dopo quello che era successo a Giovanna.» Fece una pausa. Respirò profondamente. «Ero sulla porta quando ho visto… ho visto il suo viso vicino al letto.»
«Il viso di chi?» chiese Christian.
«Ho visto il viso di un bambino…»
«C'è un bambino di sopra? Ma è impossibile…»
«Non ho detto che ho visto un bambino, ho detto che ho visto soltanto la faccia di un bambino: sembrava sospesa a mezz'aria, vicino al letto…»
«Ma che cazzo stai dicendo, sei impazzita?!» La collera stava montando nella voce di Christian.
Ma questa volta Stefania non subì in silenzio. «Ma perché non mi credi mai quando dico una cosa?!»
Christian rimase per un attimo sconcertato per la reazione della sua ragazza, poi proruppe: «Perché ti metti a dire delle stronzate in un momento come questo! Ecco perché non ti credo!»
«Non sono stronzate, lo vuoi capire?! Io l'ho visto veramente!»
Christian alzò una mano per darle uno schiaffo, ma Marco lo fermò mettendosi di nuovo in mezzo. «Fermati! Stai soltanto peggiorando le cose!»
«Voi… voi non siete ancora saliti di sopra e per questo non avete visto la porta…» sussurrò Stefania.
«Su, forza, vai avanti», la sollecitò Marco con calma.
«Di sopra c'è una porta…», continuò la ragazza, «una porta chiusa con delle assi di legno. Oggi pomeriggio l'ho fatta vedere a Giovanna, e lei ha avuto una strana sensazione. Io ci ho scherzato sopra dicendole qualcosa del tipo ‘chissà mai chi possono averci chiuso dentro'… e poi Giovanna è stata male… e adesso quel viso, quella faccia, quel… quel bambino…» Si interruppe un attimo, cercando di asciugarsi le lacrime dal viso con le mani. «Ho paura, ho tanta paura… ti prego, Christian, portami via da qui…»
Marco non disse nulla, sembrava riflettere. Al contrario di Christian, che disse: «Stai soltanto dicendo delle stronzate, sei sotto stress e ti sei immaginata tutto.» Forse lo aveva detto ripensando al proprio stress e alla reazione che lui aveva avuto quando era uscito di casa. Stefania si rimise a piangere, non avendo più le forze per controbattere.
«Ma se ne sei così sicuro, perché non vai a controllare tu stesso?» Fu la provocatoria proposta di Marco.
«No, no, vi prego, non fate così, andiamocene via da qui!» interloquì Stefania con disperazione.
Christian rimase per un paio di secondi interdetto: era stato colto alla sprovvista. Però doveva dimostrare a loro che lui non era un bambino pauroso. «Certo che ci vado! Ci vado subito!» esclamò dirigendosi verso le scale.
In quel mentre risuonò nella casa per la terza volta il tump-tump della pallina che rimbalzava al piano di sopra. Christian si fermò. Marco non fiatò più. E Stefania ricominciò ad urlare: «Basta! Voglio andarmene! Portatemi via!» Fece per scappare ancora verso la porta d'ingresso, ma a quel punto si portò le mani alla testa: un dolore fortissimo le era esploso nella nuca. La voce le si strozzò in un mugugno. Non riusciva più a parlare.
«Christian!» lo chiamò Marco.
«Oddio, Stefania!» disse Christian raggiungendola.
Tump-tump-tump-tump. Quel suono continuava, e stava ora acquistando un ritmo più veloce.
Stefania, sempre con le mani alla testa, si inginocchiò a terra. Entrambi i ragazzi si inginocchiarono a loro volta, ma non fecero in tempo a trattenere la ragazza, la quale, svanite le forze, si accasciò sul pavimento dell'ingresso. Non si muoveva. Non respirava.
«No, Dio, no, non può essere», disse Marco con una brutta sensazione addosso. Rigirò Stefania facendosi aiutare da Christian. Gli occhi della ragazza erano rimasti spalancati. Sangue le colava dal naso, e un rivolo rosso le usciva dall'orecchio destro. Marco appoggiò il viso sul suo petto: non c'era più battito. Era morta.
«Ma che cosa, che cosa… mio Dio, perché?» chiese in un sussurro Christian. Aveva gli occhi colmi di lacrime, tremava vistosamente. Prese il corpo della sua ragazza tra le mani e cominciò ad agitarlo freneticamente. «Svegliati, Stefania, svegliati!» le urlò in faccia. Ma non ebbe nessuna risposta.
«Fermati, Christian, basta!» gli ordinò Marco. «Non c'è più nulla da fare…» Aveva la voce spenta, stanca, forse rassegnata. «Cazzo, Christian, ma dove cazzo ci hai portato…» E poi, con rabbia, rivolto al soffitto: «Smettila, stronzo, smettila!» Il suono della pallina che rimbalzava non accennava minimamente a placarsi.
Marco diede un'occhiata alle scale. Un'ombra si mosse in cima al pianerottolo, come qualcuno che fuggiva alla vista dei ragazzi. Marco rimase fermo immobile ad osservare per qualche secondo. Nelle orecchie aveva il piagnucolio di Christian che si stava disperando sul corpo esanime di Stefania, e quell'odioso rimbalzare della pallina. Ma i suoi occhi erano incollati in cima alla rampa di scale. Aveva visto veramente qualcosa o se lo era solo immaginato? C'era soltanto un modo per saperlo. Si alzò in piedi.
«Christian… non siamo soli qui dentro…»
Christian guardò l'amico con un'espressione inebetita sulla faccia. «Ma… ma che stai dicendo?» gli chiese cercando di asciugarsi le lacrime dalla faccia con la grossa mano.
«Vado di sopra… tu aspettami qui.»
Christian cercò ancora di fermarlo prendendolo per un braccio, ma Marco si divincolò da lui, avanzando e mantenendo lo sguardo fisso sulle scale. Aveva una luce nuova negli occhi: collera.
«Fermati! Aiutami, cosa devo fare?!» esclamò Christian. Perché va via? Cosa devo fare con Stefania? Pensava confusamente al massaggio cardiaco che aveva visto fare da Marco su Giovanna. Perché non mi dà una mano con lei? Perché se ne va? Chi c'è di sopra? Che cos'è questo suono?
Mentre i passi di Marco risuonavano sugli scalini di legno, Christian tentò qualche confuso movimento con le sue grosse e inesperte mani sul corpo di Stefania, ma gli risultò tutto inutile. Non solo perché non vedeva alcuna reazione nella sua ragazza, ma anche perché sapeva che non stava compiendo i movimenti giusti. Si maledisse. Si maledisse con tutto se stesso. In quel momento si rese conto che non servivano a nulla i suoi muscolosi bicipiti da culturista… ma più di tutto, si rese conto di come fosse puerile tutta quella forza sbandierata a tutto il mondo in tutte le altre situazioni della sua vita. Ora, la sua forza non serviva a nulla. Ora, la sua sicurezza si sbriciolava come un castello di sabbia esposto al vento. Lasciò perdere tutto quanto. Prese di nuovo il corpo di Stefania tra le braccia e ricominciò a piangere come un bambino. Non sentì l'interrompersi dei passi di Marco in cima alla seconda rampa di scale, e, quasi nello stesso istante, non si rese conto nemmeno che anche quello strano suono prodotto dalla pallina si era fermato.
Ma l'urlo straziante che arrivò fino a lui dal piano di sopra fu come un tuono esploso nella quiete di un pomeriggio estivo.
Christian drizzò la schiena con uno scatto e il respiro gli si bloccò in gola per qualche secondo. Porca puttana, Marco…
Poi qualcosa cominciò a rotolare giù dalle scale, con un rumore molle di carne che sbatteva sui gradini, che raschiava sulla ringhiera, che scivolava lungo il muro. Il corpo di Marco venne giù pesantemente, senza più alcun grido.
Christian lasciò andare definitivamente il corpo di Stefania e si drizzò in piedi, girandosi verso le scale. In quel momento il corpo di Marco andò a fermarsi sul pianerottolo in cima alla prima rampa di scale.
Se aveva avuto la forza di alzarsi in piedi, ora aveva le gambe come due pilastri di cemento. Il cuore gli batteva forte nel petto. Il respiro gli raschiava la gola. Osservava l'amico, aspettando che da un momento all'altro muovesse un braccio o alzasse una mano o… o che almeno dicesse qualcosa. Ma non accadde nulla. L'aria intorno a Christian era immobile. Soltanto il suo respiro dava come un ritmo a quel momento di stallo temporale. Momento in cui gli orrori più cupi si rincorrevano nella sua mente. Orrori a cui non sapeva dare un nome, a cui non sapeva dare un volto… orrori che non capiva.
Le sue gambe si mossero, tuttavia Christian non era affatto cosciente di averle mosse. La sensazione che ebbe fu come se esse avessero deciso autonomamente di muoversi. In ogni caso, con le braccia abbandonate sui fianchi come in segno di rassegnazione verso tutto quello che stava accadendo, il suo piede destro salì sul primo gradino di legno. E poi, lentamente, sul secondo. Il suo sguardo era completamente rapito dal corpo di Marco: non riusciva ancora a scorgerne il viso dalla posizione in cui si trovava, ma soltanto le gambe, accavallate una sopra l'altra. Era riverso supino, e la testa doveva trovarsi a ridosso del muro.
Il suo respiro, e lo scricchiolio dei gradini di legno sotto ai suoi piedi.
E saliva, passo dopo passo, saliva.
Quando raggiunse il corpo dell'amico non riuscì a scorgerne la faccia, perché quest'ultima era ricoperta dai folti e scompigliati capelli scuri del ragazzo. Christian, come in trance, vide la propria mano che si allungava verso il corpo, verso la testa; ne scostava i lunghi capelli, e… non riusciva a trovare la faccia! La sua mano si agitò più frenetica, ma quello che riusciva a scorgere era soltanto la nuca di Marco. Poi Christian si allungò un po' di più sopra al corpo, e capì: Marco doveva essersi spezzato il collo e la sua faccia era quasi completamente rivolta verso la schiena.
Christian tornò a drizzarsi in tutta la sua statura e quel vuoto nell'anima che lo aveva rapito quando era scappato all'esterno riprese il sopravvento. Scavalcò il corpo immobile di Marco e continuò la sua salita sulla seconda rampa di scale.
Un pensiero riuscì a farsi strada attraverso quel foglio bianco che sembrava essere diventata la sua mente. Dove sto andando? Ma le sue gambe non si fermavano. Lo portarono sul corridoio illuminato del primo piano. Anche la prima stanza sulla destra era illuminata. Le altre due porte erano socchiuse, le rispettive camere al buio. L'ultima stanza sulla sinistra era chiusa. La pallina ricominciò a rimbalzare. Tump-tump. Tump-tump. E allora capì.
La sua mente si risvegliò.
… una porta chiusa con delle assi di legno… la voce singhiozzante di Stefania. … la faccia di un bambino… chissà mai chi possono averci chiuso dentro…
E Christian, forse proprio quando non c'era più nulla da dimostrare a nessuno, si lanciò verso l'ultima porta sulla sinistra. Vi si parò davanti. Sei o sette assi di legno sprangavano la porta davanti a lui. Il suono che produceva la pallina proveniva proprio dall'interno di quella stanza. E in quel momento cominciò a rimbalzare ancora più velocemente. Tump-tump-tump-tump-tump-tump. Christian si poteva immaginare una pallina di… di che cosa… di gomma? Forse. Che rimbalzava sul pavimento di legno all'interno della stanza. Rimbalzava sul pavimento e veniva raccolta da… che cosa? Una mano? La mano di chi?
… la faccia di un bambino…
Un bambino? E come può un bambino aver fatto questo? E io? Io ho paura di un bambino?
Respirava profondamente. Gonfiava il petto e i muscoli. «Basta! Smettila!» urlò verso la porta, forse soltanto per darsi un altro po' di coraggio. Allungò una mano verso il pomolo della porta, lo girò. L'uscio si scostò verso l'interno soltanto di pochi millimetri, impedito nel movimento dalle assi di legno. Si allontanò allora di un paio di passi. La pallina continuava a rimbalzare. Il suo petto continuava a gonfiarsi. Aveva gli occhi iniettati di sangue. Un ghigno collerico gli scopriva le gengive. Si mise su un fianco e si scagliò contro la porta andandovi a sbattere con la spalla destra. «Aahh!!» Numerosi scricchiolii esplosero nel momento dell'impatto e polvere gli cadde addosso, ma la porta resistette. Un paio di passi indietro. Un'altra spallata. «Aahh!» Questa volta la porta si scostò di qualche centimetro. Cominciò allora a tempestarla di calci. Un calcio, due calci, tre calci. Alcune assi si spezzarono. Polvere cadeva in abbondanza. La porta si scostava sempre più. La pallina continuava il suo pazzesco rimbalzare. Un altro calcio e la porta, con ancora alcune assi attaccate, si spalancò verso l'interno immerso nelle tenebre.
Christian fece un passo indietro, ansimante. Nel buio della stanza la luce del corridoio arrivava ad illuminare soltanto mezzo metro di pavimento polveroso. Ora avvertiva ancora più distintamente quell'incessante tump-tump-tump della pallina sul pavimento. Lo sentiva così nitidamente… era come se lo avesse di fianco.
«Chi sei?!» urlò Christian, ma la paura rese la sua voce un gracchiare confuso.
Tump-tump-tump.
«Perché non vieni fuori?!»
Tump-tump-tump.
Nessuna risposta, soltanto quella maledetta pallina.
Stefania, io ti volevo bene, fu l'ultimo suo pensiero prima di entrare nella stanza buia.
La porta si richiuse dietro le sue spalle con un tonfo.
La pallina smise di rimbalzare.
Tutte le luci della casa si spensero.
Un lungo e straziante urlo di orrore risuonò dall'interno della stanza.
Un urlo che si propagò all'infinito in ogni angolo della casa.
Un urlo che risuonò anche all'esterno, nella buia campagna deserta.
Non c'era più nessuno che avrebbe potuto sentire quell'urlo.

 

Sulla porta, le assi cadute avevano rivelato una scritta:

 

Ti sto accanto gioca con me

 

NOTA DELL'AUTORE
Il massaggio cardiaco che Marco e Stefania eseguono sul corpo di Giovanna è indubbiamente sbagliato. (Comunque io credo che non sarebbero riusciti a salvarla in ogni caso.) Purtroppo i corsi obbligatori di pronto soccorso nelle scuole italiane non sono ancora così diffusi e, cosa ancora più importante, reiterati nel tempo.

Diego Matteucci