Il regalo

"Oddio ma è orribile!"
"A me invece piace..."
"Contenta tu... io non metterei mai un rossetto di quel colore!"
"Perché non capisci niente! Il rosso fiamma è elegantissimo e poi è sempre attuale!"
"Sì, attuale! Ma figurati, se lo metteva mia nonna!"
"Uffa... ma ti fai gli affari tuoi?"
Tra Casey e Fran era sempre così. Un battibecco continuo.  Erano due belle ragazze e avevano da poco compiuto diciotto anni. Il più grave dei loro problemi era il non sapere che scarpe abbinare alla borsetta nuova. Vivevano in quel mondo patinato tipico delle giovani ricche, belle e stupide. D’altronde, la stupidità è un lusso che non tutti possono permettersi. La bellezza apre le porte, fa trovare lavoro e ti permette di arricchirti vergognosamente. Basta spogliarsi di fronte al fotografo giusto ed è fatta. Avrai di che vivere per quattro vite di fila...
"Ma l’hai visto Brian stamattina? Mio Dio! Con quella maglia attillata..."
"Maglia attillata? Quella rossa?"
"Sì proprio quella!!"
"Lo vedi che il rosso è sempre attuale?"
"Mamma mia quanto sei scema! Il rosso mi piace è il tuo rossetto che fa schifo! E comunque stavamo parlando di Brian o sbaglio?"
Nella stessa stanza, seduta alla sua scrivania, un’altra ragazza cercava invano di leggere il suo libro. Era Jeanne, la sorella di Casey. Sedeva con gli occhi sulle pagine del libro e le mani che passavano con movimenti nervosi dalle tempie alle orecchie finchè...
"Che palle tutt’e due!! Ma perché non andate a sparare cazzate da un’altra parte! E’ un’ora che sono sulla stessa pagina e non ci ho capito niente con voi due che chiacchierate! Faceste discorsi intelligenti almeno..."
Casey e Fran si guardarono allibite. Come? Cazzate? Brian, il rossetto e la maglietta sarebbero cazzate? Ma cosa le dice il cervello a quella?
Fu Casey a rompere il silenzio.
"Guarda cara che questa stanza è anche mia! Perché non te ne vai tu brutta stronza invidiosa!"
"Invidiosa io? E di che?"
"Di noi! Ma guardati! Uno come Brian puoi solo sognartelo tu!"
Scoppiarono a ridere, lei e Fran.
Jeanne rimase in silenzio. Cosa poteva rispondere? Era vero. Brian non avrebbe mai guardato lei e nemmeno gli altri ragazzi l’avrebbero guardata. Erano sorelle ma non si somigliavano. Casey era bella mentre lei... si alzò dalla sedia e uscì dalla stanza. Non voleva che quelle due la vedessero piangere. Di lei, avevano già riso abbastanza per quella sera.
Passò nel salotto, davanti ai suoi genitori che non si accorsero della sua presenza. Come sempre. Aprì la porta di casa, decisa a farsi una passeggiata per smaltire la rabbia e forse qualche etto, già che c’era.
"Figuriamoci" disse tra sé con un riso amaro sulle labbra "altro che passeggiata ci vuole per buttar giù tutto ‘sto lardo che ho addosso".
La famiglia di Jeanne e Casey era benestante. Vivevano in una bella villa sul mare. Jeanne amava il mare ma non come gli altri. No, lei di certo non poteva usare la spiaggia come passerella o luogo d’incontro, cosa che Casey faceva abitualmente per tre mesi l’anno. Jeanne, il mare, se lo godeva di sera oppure d’inverno quando la spiaggia deserta faceva da sfondo ai suoi pensieri e l’aiutava a riflettere.
"Ma perché? Perché sono nata cosi? Perché non sono nata bella come lei?"
Jeanne piangeva sommessamente seduta sulla sabbia. Quella notte il mare era calmo e il cielo pieno di stelle. Guardò il cielo e si lasciò incantare da quello spettacolo.
"Che cielo meraviglioso" disse sottovoce "Forse è lì che dovrei andarmene. Sì, farla finita, questo dovrei fare".
"Suvvia, che esagerazione!!"
Una voce alle sue spalle la fece sobbalzare.
"Cosa? Chi è?"
Nessuno. Non c’era nessuno. Eppure era sicura di aver sentito parlare qualcuno. Si alzò, fece un giretto, ma niente. Nessuno.
"Ecco. Adesso ho pure le allucinazioni!".
Si sedette di nuovo ed un brivido le fece rimpiangere di non essersi portata un maglione.
Aveva stranamente iniziato a far freddo.
Rientrò a casa proprio mentre Fran se ne stava andando. La vide uscire e dirigersi verso la sua macchina. Una gran bella macchina. Fran mise in moto e si allontanò e fu allora che Jeanne sentì di nuovo quella voce.
"Però! Ha un gran bel paio di gambe l’amica di tua sorella! Non che tua sorella sia da meno ma..."
Jeanne si girò di scatto pronta a mandare a quel paese il proprietario di quella insopportabile voce ma... non c’era nessuno.
"Oddio... ma che mi prende stasera? Sto diventando pazza... meglio andare a dormire".
Entrò in casa, ripassando davanti ai suoi genitori che, neanche stavolta, si accorsero di lei. Raggiunse la sua stanza dove Casey si stava infilando nel letto. Una rapida occhiata rabbiosa e niente più . Anche Jeanne si mise a letto. Spensero la luce.
Jeanne si svegliò di soprassalto. Forse aveva sognato... le era parso di sentir bussare alla finestra.
Casey dormiva tranquilla. Non aveva sentito niente. Stava per rimettersi a dormire quando sentì bussare di nuovo.
Tre colpi leggeri al vetro della sua finestra. Jeanne si guardò intorno. L’orologio segnava le tre e cinquanta minuti. Di nuovo, tre colpi. Si alzò dal letto. In piedi, di fronte alla finestra, allungò lentamente la mano per scostare la tenda. Ma poi, all’improvviso, si fermò. Il cuore le batteva all’impazzata. Qualcuno, dietro di lei, aveva riso.
"Casey sei una str..."
"Casey dorme, non vedi?"
Chi era? Cosa diavolo era? Jeanne poteva scorgere solo un’ombra, forse di un uomo.
"Chi sei? Che vuoi? Casey! Svegliati Casey! Cazzo Casey dobbiamo chiamare qualcuno!! Casey!!"
L’ombra rise di nuovo.
"Ti ho già detto che dorme... e poi non sono qui per lei. Sono qui per te, Jeanne".
Le venne da ridere. Un uomo per lei. Giusto un folle criminale...
"Che cosa vuoi da me?"
"Voglio farti un regalo, Jeanne"
"Un regalo? Che regalo? Insomma chi sei??"
Jeanne iniziava a sentirsi meno spaventata. Ora era più curiosa che spaventata. Un uomo, per lei, di notte e voleva farle un regalo.
"Uno splendido regalo per te, Jeanne. Il sogno di una vita. Io so cosa vuoi..."
"Davvero? E cosa?"
"La bellezza"
"La bellezza... già, è vero. E tu come pensi di darmela? Sei forse il Padreterno?"
L’ombra ebbe un fremito e poi sussurrò:
"No, ma se mi ascolti realizzerai il tuo sogno"
E Jeanne ascoltò.

 

Lì per lì aveva rifiutato, scosso la testa, pianto. Era impossibile, non ce l’avrebbe mai fatta. Ma il suo sogno le appariva cosi vivido, cosi reale, cosi vicino.  Si immaginava  alle feste, fasciata in abiti aderenti, colorati, trasparenti... ragazzi, amiche, serate a ballare, giornate in spiaggia a prendere il sole.
Che strana sensazione. Il suo corpo era caldo e formicolava in modo strano eppure così piacevole mentre trascinava il corpo di sua sorella Casey nello stanzino.
I vestiti le stavano larghi...
Coi suoi genitori fu più difficile, erano in due, ma alla fine cedettero e trascinò anche loro due nello stanzino, uno per volta. Erano così pesanti.
E quei dannati jeans le cadevano in continuazione...
Pulì il sangue dal pavimento e fece la doccia.
Tornò in camera e aprì l’armadio della sorella.
Prese una minigonna viola e un top nero.
Le stavano perfettamente.
Doveva aver perso almeno venti chili.

Roberta Federici