Kohu

di Daniela E. - pagine 188 - 0,99 euro

Mi sorprende sempre l’autostima degli scrittori in erba. L’era moderna per certi versi spalleggia la loro sicurezza tramite la possibilità del self publishing, eppur vi dico: l’editore serve. Che voi siate King o Simmons (ed è difficile che lo siate), l’editore è indispensabile. È necessaria una “tirata d’orecchie” bonaria, qualcuno che vi scuota e vi chieda “ma che diamine significa?”, qualcuno che corregga punteggiatura, errori grammaticali e sintattici e refusi.
In Kohu sembra che ogni personaggio urli, dato l’uso quasi esclusivo dei punti esclamativi nei dialoghi; ho immaginato per tutto il tempo queste persone gridarsi l’un l’altro frasi di uso quotidiano.
Anche i refusi, come detto, abbondano (“bon-bon” per “pon-pon”), così come la scarsa ricerca della parola più appropriata (“compatirlo” per “biasimarlo”) o, più semplicemente, corretta (“apposto” è il participio passato del verbo apporre, diverso dalla locuzione “a posto”).

L’editore serve signori miei. Questo grillo parlante che legge e rilegge il vostro prodotto, che funge da incubatrice per il vostro embrione amorfo e debole, gettato altrimenti senza mezzo di difesa alcuno sulle pagine dei Kindle di recensori spietati e senza scrupoli (sic). Non è questo tuttavia ciò che mi propongo di essere; vorrei dare alcuni consigli utili all’autrice di questa storia, ancora ben lontana dal poter essere definita romanzo.
Sorvolando sulla indubbia necessità di una revisione grammaticale e sintattica, parliamo della trama. Sarebbe stato il più alto dei voti se questa storia fosse stata scritta da un’adolescente, e non da quella che si presenta già dalle prime pagine come un’aspirante scrittrice; da lei non posso accettare una tale impalpabilità dei personaggi, una tale superficialità dei dialoghi e una tale inverosimiglianza di situazioni.
Manca in toto un approfondimento storico o psicologico di tutti i personaggi, compresi i protagonisti, che diventano delle marionette ad uso e consumo di una trama anch’essa poco sviluppata.
Infine, un memorandum all’essenzialità della ricerca. Scrivere una storia ambientata tra i reparti di un ospedale necessita, per esempio, della conoscenza delle dinamiche dei ricoveri, dei turni degli operatori sanitari e di alcuni termini scientifici. Non è il caso di Kohu, ambientato altrove, nel quale tuttavia alcuni termini sembrano “gettati a caso”: “Attacco di bile”, “Sentire il respiro affannare” o “Proruppe un sospiro”, che sembra quasi un ossimoro non voluto, ne sono alcuni esempi.
Faccio un in bocca al lupo all’autrice di Kohu perché possa crescere e migliorare, in fondo non serve altro che esercizio.
Voto: 4

Trama
Mary Jane Mariani, una famosa scrittrice, si trasferisce in autunno in un piccolo paesino sulle rive del Po, nella speranza di ritrovare l'ispirazione perduta. Complice la nebbia che avvolge il paese, la protagonista sarà vittima di eventi paranormali che affondano le loro radici in vecchi segreti celati.

Mi chiamo Liana Africa, sono nata a Reggio Calabria nel 1988 e faccio il medico.
Avevo 9 anni quando guardavo con invidia la collezione di libri di King che arrivavano per corrispondenza ogni mese a mio cugino.
Non avevo il permesso da parte dei miei zii di leggerli e dunque rimanevo ore a guardarne le coste ed immaginarne le storie.
Un bel giorno vidi “Misery” tra gli scaffali di un ipermercato e chiesi ai miei genitori se potevo averlo; non vi furono obiezioni, nonostante l’ascia sulla copertina. Misery terminò due giorni dopo una crisi bulimica di lettura e da lì in poi la mia vita cambiò: avevo scoperto la letteratura horror.



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