I morti non muoiono

Titolo originale: The dead don’t die
Anno: 2019
Regia: Jim Jarmusch
Soggetto e sceneggiatura: Jim Jarmusch
Produzione: Animal Kingdom, Film i Väst (USA, Svezia)
Fotografia: Frederick Elmes
Montaggio: Affonso Gonçalves
Effetti speciali: Michael Fontaine, Johann Kunz, Alex Hansson, Sam O’Hare
Scenografia: Alex Di Gerlando
Costumi: Catherine George
Musiche: SQÜRL
Cast: Bill Murray, Adam Driver, Tilda Swinton, Chloë Sevigny, Steve Buscemi, Danny Glover, Caleb Landry Jones, Iggy Pop, Selena Gomez

Trama

Nella cittadina di Centreville strani fenomeni naturali giungono a turbare la quotidianità ripetitiva e sonnacchiosa tipica della provincia rurale americana: il sole tramonta con insolito ritardo, gli animali assumono comportamenti aggressivi o spaventati, la luna appare stranamente vicina alla Terra e pare brillare di una luce inconsueta.
Sarà davvero colpa delle trivellazioni effettuate ai poli del pianeta dalle compagnie estrattive, che, come sostengono gli ambientalisti, avrebbero provocato l’inclinazione dell’asse terrestre? Intanto, alcune tombe del cimitero di Centreville appaiono scavate, mentre due donne vengono barbaramente trucidate da un misterioso aggressore...
Che cosa sta succedendo? Ci sono animali selvatici in giro per le strade della città? Oppure, come già qualcuno va dicendo, i morti sono davvero tornati in vita come nei film di Romero, in preda a un famelico istinto antropofago?

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Recensione

Nel 1978, il regista George A. Romero aveva lanciato il suo monito profetico alla società atomizzata e ultraconsumistica verso cui l’America del tempo si dirigeva inesorabilmente, con i suoi nefasti corollari in termini di massificazione, individualismo e nichilismo: essa avrebbe segnato l’inizio dell’involuzione umana, incarnata dalla figura allegorica dello zombi, goffo e decerebrato redivivo spinto all’azione soltanto per soddisfare i suoi bisogni primari, rappresentati dalla speculare dicotomia antropofagia-consumismo; vuotato di ogni dimensione emotiva e affettiva e incapace di riconoscere i propri cari, ridotti ai suoi occhi a mero, orrendo cibo, ma tuttavia ancora memore dell’importanza nodale che, in vita, egli aveva attribuito all’atto del consumare e ai luoghi preposti al soddisfacimento di tale attitudine, ossia i grandi centri commerciali.
Tuttavia, nei film di Romero era ancora netto il distinguo tra vivi e morti, espresso non soltanto dalla strenua volontà di sopravvivenza dei primi, ma anche dai loro stessi comportamenti, specchio fedele della dimensione fisica, mentale, emotiva e spirituale propria del genere umano. Ne I morti non muoiono, invece, tale diversità intrinseca sembra essere per molti aspetti, ahimè, venuta meno: la profezia romeriana è pressoché compiuta, l’involuzione sta per completarsi, gli esseri umani sono vivi solo all’apparenza, e somigliano troppo, negli atteggiamenti e nei comportamenti, agli zombi.
Nel delineare i suoi personaggi, Jim Jarmusch ricorre difatti ad una particolare tonalità di grottesco, non tanto volta, come succede di solito, ad enfatizzarne o a trasfigurarne alcuni aspetti a fini deformanti, ma ad appiattirne, al contrario, le capacità riflessive ed emozionali, in cui il senso del bizzarro e del destabilizzante derivano dalla generale abulia in cui essi si ritrovano invischiati. Ne viene fuori il ritratto di un’umanità talmente impigrita e abbrutita dalla modernità da non riuscire più a reagire adeguatamente agli impulsi esterni, di uomini privi di qualunque slancio empatico, tanto da restare atoni e impassibili anche dinanzi ai cadaveri straziati dei loro amici e capaci di liquidare l’orrenda visione con un laconico, afono commento, venato peraltro di una truce vena umoristica; di uomini, donne, vecchi e ragazzi sopraffatti dalla massificazione culturale e ridotti ad esseri acritici, talmente appiattiti e omologati da non riuscire neanche ad esprimersi in maniera diversa l’uno dall’altro (è emblematica, nonché risibile, la serie di sequenze in cui vari personaggi del film, interrogandosi su chi abbia mai potuto compiere un massacro così brutale, esprimono il quesito con le stesse, identiche parole - «È stata una bestia selvatica? O diverse bestie selvatiche?...» -, quasi attingessero a codici comunicativi preimpostati e asettici, senza alcun segno distintivo della propria individualità); di gente totalmente incapace di comprendere il mondo che li circonda, tanto che la loro fisiognomica e i loro comportamenti trasudano spesso un senso di alienazione e di stordimento magistralmente reso dalla caratterizzazione voluta da Jarmusch e dalla bravura degli attori, e che imprime al film la sua particolare vena ironica che lo avvicina alla horror-comedy.

La continuità con la saga romeriana e con il suo codice epistemologico è esplicita e finanche dichiarata: si va dalle citazioni in termini di inquadrature e sequenze (come quella iniziale, in cui un’automobile percorre le stradine tipiche della provincia rurale americana fino a costeggiare il cimitero, richiamo inequivocabile all’incipit de La notte dei morti viventi) all’omaggio diretto, in cui del compianto regista è pronunciato persino il nome: come quando un gruppo di hipster in viaggio per l’America ricevono i complimenti di un cinefilo un po’strambo che gestisce una stazione di servizio allorché costui vede l’automobile con cui i giovani viaggiano, una Pontiac molto simile a quella di Johnny e Barbara, protagonisti del suddetto film.
Più in generale, l’apporto strutturale di Romero si evince dal ricorso constante alla mitologia zombesca da lui creata, che assurge tra l’altro a principale strumento interpretativo utilizzato dai personaggi del film per comprendere ciò che gli succede intorno: al giovane agente che affianca lo stralunato commissario Bill Murray basta un semplice sguardo rivolto ai cadaveri straziati per capire chi siano i responsabili del massacro, e «uccidi la testa» diviene la sua parola d’ordine, la regola basica per togliere di mezzo i non-morti, proprio come avveniva nei film del grande regista. Ma l’inserimento nell’alveo romeriano è operato da Jarmusch anche a fini allegorico-simbolici, per delineare più efficacemente la condizione misera e desolante in cui si è ridotta l’umanità contemporanea: mentre infatti i protagonisti dei film di Romero, avvinti dal terrore, si mostrano spesso incapaci di comprendere e di accettare l’aberrante catastrofe in corso (ribadendo così la loro appartenenza al genere umano!), i bislacchi personaggi di Jarmusch comprendono sin dall’inizio, dunque ben prima di vedere con i propri occhi i morti viventi, cosa sta succedendo, e non mostrano, salvo rari casi, sbigottimento o terrore, ma al contrario affrontano la situazione con la loro solita atonia, la loro freddezza quasi robotica, che a volte si muta in un sarcastico compiacimento per ciò che sta avvenendo, nonché in una morbosa eccitazione, scaturita dalla possibilità di dar sfogo ai propri istinti violenti nel corpo a corpo con i non morti. Se in Dawn of the dead lo sfogo degli istinti più retrogradi e sadici era opera dei cattivi di turno - la gang di motociclisti che profittano dell’anarchia e del disordine imperante per darsi al saccheggio e ai comportamenti più osceni e aberranti e che assaltano il centro commerciale in cui si svolge gran parte della storia -, qui sono gli stessi protagonisti a cadere vittima della propria parte più bestiale e perversa: in tal senso, emblematica è la scena in cui il giovane agente di polizia decapita i cadaveri sbranati dagli zombi per evitare che si rianimino e, nel farlo, ostenta la sua sicumera e la sua determinazione, pensando così di “farsi bello” agli occhi dello sceriffo e della terrorizzata poliziotta, che a un certo punto, in un parossismo grottesco, viene raggiunta da un fiotto di sangue che le imbratta gli occhiali.

Si tratta di uno degli effetti che scaturiscono dal discorso metacinematografico che si rivela, man mano che si procede nella visione, elemento strutturale del film, in cui Jarmusch condensa molteplici suggestioni e significati. È anzitutto evidente la critica al cinema contemporaneo, soprattutto quello cosiddetto “di genere”, che ha smarrito la sua funzione introspettiva, interpretativa e critica, e finisce spesso per sfornare prodotti improntati al mero effetto visivo e alla spettacolarità della trama, tanto da apparire spesso improbabili e patetici: sunto perfetto di tale degenerazione del cinema è Zelda (Tilda Swinton), la beccamorta-samurai che, nelle pause dal lavoro, si allena con la sua katana (i richiami a Kill Bill sono evidenti), che parla come un burocrate navigato (critica della standardizzazione della lingua del cinema in senso formale e anti-realistico?) e che alla fine, in un’acme di demenzialità e di non sense, si rivelerà essere... no, niente anticipazioni!
Il meta-film si evince poi nella tendenza generale dei personaggi, di cui s’è detto pocanzi, di leggere gli assurdi e terribili eventi che si verificano sotto i loro occhi attraverso la lente argomentativa dei film, dando vita così al paradosso per antonomasia: interpretare la realtà tramite la finzione. È uno degli spunti più interessanti, vivaci e polisemici della pellicola di Jarmusch, che se da un lato contribuisce a connotare in maniera ancora più evidente la povertà mentale e la sterilità critica dei vari personaggi, talmente lobotomizzati dai mezzi di comunicazione di massa e dalle derive sempre più totalizzanti e “totalitarie” degli universi virtuali da essi generati da non riuscire più a discernere la realtà dalla sua deformazione mediatica, dall’altro si richiama al tema dell’arte come inganno sublime dei sensi, della mente e dello spirito, fino a presentarla – e il legame con Romero è forte anche in quest’aspetto – come una sorta di sfera di cristallo, che precorre e profetizza ciò che dovrà avvenire. L’approccio del film nel film raggiunge il suo apice nel finale, in un exploit surreale e straniante dai toni gustosamente ironici.
Ne I morti non muoiono un ruolo importante rivestono altresì la denuncia sociale e la critica ecologista: l’apocalisse zombi, insieme a tutti i fenomeni che la preannunciano – giorni troppo lunghi, animali impazziti, mezzi tecnologici malfunzionanti o fuori uso – è infatti provocata dal cosiddetto fracking, una tecnica utilizzata in genere per le estrazioni di materie prime che consiste nel provocare profonde fratture nel sottosuolo tramite l’utilizzo di acqua pressurizzata; nella fattispecie, stando alle cronache televisive che riecheggiano nel film, è il fracking messo in atto sui due poli della Terra ad aver provocato, infine, l’inclinazione dell’asse terrestre con tutti i suoi sconvolgimenti, tra cui l’invasione dei non-morti. A tal proposito, più che a Romero – ne La notte dei morti viventi la tematica ecologista è appena suggerita, e si limita alla lapidaria notizia di un radiogiornale secondo cui la causa della resurrezione dei morti potrebbe essere imputabile alle radiazioni emanate da una sonda inviata su Venere -, il film ha un importante progenitore in una pellicola tutta italiana (fatta eccezione per il regista, il catalano Jorge Grau), Non si deve profanare il sonno dei morti del 1974, dove la polemica ambientalista è il perno attorno al quale ruota tutta la vicenda e che – bisogna urlarlo, poiché è un grande merito del cinema italiano degli anni ’70! – è il vero iniziatore dello zombie-movie sociologico: Dawn of the dead uscirà infatti solo quattro anni dopo, e sebbene l’elemento di critica sociale emerga a tratti ne La notte dei morti viventi, esso è ben lungi dall’innervare l’intera pellicola, come succederà poi nel secondo, magistrale capitolo della saga: diamo a Cesare quel che è di Cesare!

Dunque, l’originalità del film di Jarmusch trae origine, paradossalmente, dalla rielaborazione dei principali elementi formali e tematici già utilizzati da Romero nei vari capitoli della sua saga zombesca. È proprio in questa rielaborazione, tuttavia, che il film si carica di valori semantici, emotivi e concettuali del tutto nuovi: attraverso filtri abbondantemente utilizzati fino ad apparire, spesso, triti e ritriti, Jarmusch legge e interpreta la società contemporanea e la sua inesorabile decadenza, e nella sua analisi l’insegnamento cinematografico di George Romero viene assunto come termine di paragone. Il risultato, ahimè, è tutt’altro che positivo: il processo di disumanizzazione operato dalle degenerazioni della contemporaneità è più che mai attivo e operante, gli uomini sembrano zombi e gli zombi riescono (bella trovata da parte di Jarmusch per innovare in parte anche l’estetica dello zombie-movie), proprio in virtù della forbice sempre meno ampia tra vivi e morti, ad imitarne gli usi comunicativi, spiccicando parole come “Chardonnay” o “Wi-Fi”, e addirittura ad utilizzare gli smartphone: insomma, se la globalizzazione industriale e commerciale ha affossato l’umanità, l’era digitale finirà indubbiamente per seppellirla.
Già, perché non basta avere un amico elicotterista o una barca per fuggire via dall’apocalisse zombi 2.0: il mondo è un’unica, enorme trappola, e l’unico modo per salvarsi – chissà per quanto ancora…– è rifiutare in toto le sue regole: proprio come l’eremita barbuto del film, che vive nella foresta e che, grazie alla sua lontananza dalla società “civile”, riesce a comprendere meglio di chiunque altro quello che sta accadendo.
In conclusione: mettetevi comodi e guardatevi I morti non muoiono. Anche i dinosauri più intransigenti e conservatori – me compreso! -, che tendono a pensare che l’horror contemporaneo non abbia più nulla da dire e che sia solo un’inutile accozzaglia di effetti digitali e di cucù-sèttete, ne resteranno piacevolmente sorpresi.
(Salvatore Napoli)



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