Amityville horror

Anno: 1979
Regia: Stuart Rosenberg
Soggetto e sceneggiatura: Jay Anson, Sandor Stern
Produzione: American International Pictures (Elliot Geisinger, Ronald Saland)
Fotografia: Fred J. Koenekamp
Montaggio: Robert Brown Jr.
Effetti speciali: Dell Rheaume
Scenografia: Kim Swados
Costumi: Ann Gray Lambert
Musiche: Lalo Schifrin
Cast: James Brolin, Margot Kidder, Rod Steiger, Don Stroud, Natasha Ryan, Helen Shaver, Amy Wright

Trama

I coniugi Lutz, George e Kathy, convolati a nuove nozze dopo precedenti esperienze matrimoniali, acquistano una grande casa in stile coloniale profittando del prezzo in forte ribasso, senza lasciarsi troppo impressionare dal fattaccio che ne ha provocato la netta svalutazione: un anno prima, proprio in quella casa, Ronald De Feo, giovane squilibrato e tossicodipendente, aveva sterminato la sua famiglia a colpi di fucile.
Presto, strani e inquietanti episodi giungeranno a turbare l’inizio del nuovo idillio familiare: sciami di mosche che invadono la casa, lezzi nauseabondi che si diffondono all’improvviso nelle stanze, strani rumori, mentre Amy, una dei tre figli di Kathy, sembra passare un po’ troppo tempo con Jody, la sua “amica immaginaria”, e George comincia a non sentirsi più molto bene, ad avere incubi terrificanti e a svegliarsi tutte le notti alle 3.15... proprio all’ora in cui Ronald De Feo aveva compiuto, un anno prima, l’orrenda strage familiare.
Cosa succede in quella casa? Quale diabolica presenza, che sembra voler isolare i Lutz da qualunque contatto con l’esterno e seminare zizzania tra i coniugi e i loro bambini, vi alberga? Sarà proprio George, sempre più alienato e stanco, a tentare di scoprirlo, per evitare di perdere completamente la testa e finire per compiere il più terribile dei delitti.

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Recensione

Vi è mai capitato di scoprire solo a posteriori che uno dei vostri film preferiti è in realtà tratto da un romanzo, da un racconto, da una pièce teatrale, e di sorprendervi subito dopo a obiettare, con una punta di delusione, “eh, ma allora non è così geniale come sembra...”? È una sensazione che ben esemplifica la specificità e la complessità della settima arte, l’ennesimo inganno in cui essa attira lo spettatore, spingendolo a concentrarsi pressoché totalmente sull’impianto narrativo del film e sulla sua comprensione e interpretazione e nel contempo a ignorare che, in realtà, il suo valore emotivo e semantico è dato, oltre che dalla semplice storia, dalla forma e dalla valenza estetica delle immagini, che attraverso le inquadrature, le giustapposizioni e le manipolazioni del montaggio, la luce della fotografia, l’inventiva scenografica e via dicendo, infondono un significato ulteriore all’opera; spesso anzi, il più importante.
Amityville horror è l’esempio calzante di questo doppio linguaggio attraverso cui si esprime il cinema: non solo il film è tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore e sceneggiatore Jay Anson; non solo il libro è la cronaca romanzata di quanto la famiglia Lutz ha realmente vissuto – ma per molti si tratta di fandonie inventate a tavolino, e i Lutz finirono anche per risponderne in tribunale... - nei ventotto giorni in cui risiedette in un casa in stile coloniale al 112 di Ocean Avenue a Amityville, presso Long Island, dove solo un anno prima – anche questo, ahimè, è vero...- Ronald De Feo, un giovane tossicomane mentalmente disturbato, aveva sterminato l’intera famiglia a fucilate e, interrogato, disse di averlo fatto per ordine di un’entità maligna che infestava la casa di Amityville; ma lo stesso film aggiunge ben poco a quanto già dichiarato dai Lutz ad Anson, e l’inventiva di Rosenberg e degli sceneggiatori si palesa principalmente nell’ultima parte della pellicola, limitandosi, per il resto, a qualche personaggio: come l’inesistente zia di Kathy, una suora colta da malore nel momento in cui si reca nella casa della nipote a causa degli influssi malefici che la avviluppano, o come Padre Delaney (Rod Steiger), che pur essendo ispirato a un sacerdote recatosi realmente presso la casa per benedirla nei giorni in cui i Lutz vi abitarono, è vittima di fatti che nella realtà non ebbero luogo. Meno originale di così!
Eppure, malgrado tutto, l’aspetto formale e stilistico delle sequenze carica di per sé la pellicola di tutta una serie di suggestioni inquietanti, angosciose, malsane, al punto che lo spettatore dimentica ben presto di assistere a una sorta di docu-film e si lascia ingannare dal cupo sottotesto visivo che ne costituisce l’originale e intensa quintessenza.
Davvero efficace è, ad esempio, la trovata di inframezzare, in fase di montaggio, le sequenze in cui i coniugi Lutz visitano, accompagnati dall’agente immobiliare, le varie stanze della casa illuminata a giorno, con quelle notturne – brevissime ma cupe e drammatiche - del massacro compiuto da Ronald De Feo, che irrompono improvvisamente e rumorosamente (a suon di fucilate e urla) a sconvolgerne la linearità e la tranquillità amena, per giunta proprio nei momenti in cui i tre fanno per entrare nelle camere in cui sono avvenuti gli omicidi: una vera e propria antitesi sensoria, il cui effetto è davvero destabilizzante per lo spettatore.

Notevole è poi l’utilizzo di alcune particolari pseudosoggettive, in cui la macchina da presa è posta poco dietro un oggetto, a incarnare il punto di vista della terrificante entità che “spia” i membri della famiglia o sorveglia la “sua dimora” di nascosto: lo spettatore percepisce così, anche senza che accada nulla di strano, la presenza di qualcosa di malvagio e di onnipresente.
Un plauso va inoltre agli scenografi, che hanno saputo ricostruire fedelmente la facciata laterale dell’abitazione – non fu possibile usare quella originale perché i nuovi proprietari si opposero, per cui essa venne riprodotta su un’abitazione dalle fattezze analoghe che si trova nel New Jersey – e che, opportunamente inquadrata e immersa in una cupa e irreale penombra, sembra davvero, in alcune sequenze, un teschio ghignante: la casa e la creatura infernale che vi si cela divengono così un tutt’uno, in una spaventosa prosopopea visiva, e non a caso, ogniqualvolta essa viene inquadrata, le finestre a spicchio della soffitta – due inquietanti “occhi”... - sono sempre illuminate, anche quando tutte le altre luci sono spente, quasi a suggerire allo spettatore che il Male è sempre vigile e ubiquo. A tal proposito, impossibile non ricordare l’incipit del film, dove, sullo sfondo delle inquietanti musiche di Lalo Schifrin, la casa si staglia, nera e ghignante, contro un’alba rosso sangue, che poi sfuma lentamente in un lugubre viola e in un glaciale grigio per cedere infine il passo al mattino, dove tutto assume le sue tonalità consuete: restando in tema di figure retoriche applicate al cinema, la metafora della notte come luogo ideale per lo scatenarsi di forze ignote e terribili e, all’opposto, del giorno quale custode dell’illusione per eccellenza, che tutto fa apparire logico e lineare, arriva forte e chiara a chi guarda.
Come ogni buon horror che si rispetti, la pellicola di Rosenberg non solo spaventa ma, soprattutto, fa paura, insinuando negli spettatori quel senso di precarietà e di insicurezza che, anche molto tempo dopo la visione del film, continuerà a insinuare in loro dubbi e angosce circa la solidità e le certezze incarnate dalla realtà tangibile.
In tale prospettiva, il film mette in discussione il ruolo della famiglia come centro di gravità dell’individuo integrato nella società e ne individua quei punti deboli che sono spesso forieri di fallimenti e di drammi. Quella narrata nel film è infatti una famiglia solo apparentemente serena e solida, dove il fattore biologico – i tre bambini sono figli della sola Kathy, avuti da un precedente matrimonio – può in qualunque momento di debolezza tornare a galla e provocare fratture, anche gravi e insanabili: non a caso, è proprio questa “imperfezione” del nucleo familiare che l’entità diabolica userà a più riprese per mettere i Lutz l’uno contro l’altro, soprattutto i bambini contro George e viceversa, tanto che ad un certo punto la piccola Amy rivela a sua madre che a Jody (la sua amica immaginaria, altra maschera rassicurante dietro cui si cela il demonio che infesta casa Lutz) “George non piace”; inoltre, l’influsso malefico che aleggia nell’abitazione individua solo e unicamente in George il soggetto ideale da condizionare affinché possa ripetere ciò che un anno prima aveva fatto Ronald De Feo, quasi avesse percepito la rabbia che, nel profondo, George cova per essere un semplice padre adottivo e cercando di farla emergere nella maniera più terribile. Va precisato che tali inquietanti dinamiche psicologiche e il loro corollario fattuale sono uno degli elementi aggiunti dalla fantasia degli autori, e che perciò ne corroborano la valenza artistica e allegorica.

Ma non è tutto: Amityville horror vuole essere anche un monito contro le derive più materialistiche e nichilistiche della società contemporanea, che impediscono ormai agli uomini di ritrovare un punto di contatto con tutto ciò che invece è intangibile e metafisico. Tale funzione monitrice è incarnata dalla vicenda di padre Delaney, ex psicanalista poi diventato sacerdote, l’unico a capire sin dall’inizio cosa si nasconda di malefico in quella casa. Pregna di significato è la scena in cui il sacerdote cerca di convincere i suoi superiori che la dimora dei Lutz sia realmente infestata da qualcosa di soprannaturale e di demoniaco, ma che rifiutano in toto le sue dichiarazioni e lo prendono quasi per pazzo: neanche coloro che si occupano quotidianamente di faccende spirituali, riguardanti l’aldilà, vengono risparmiati, dunque, dalle aberrazioni della contemporaneità, che rende gli uomini ciechi, incapaci di vedere oltre la materia, la logica, il reale.
Che Amityville horror sia un film di indiscusso valore oltreché un’opera di primaria importanza nel panorama horror è confermato non solo dai suoi numerosi sequel (il primo dei quali, Amityville possession del 1982, vede alla regia il nostro Damiano Damiani ed è un film niente affatto epigonale o sterile, che si focalizza principalmente sul rapporto tra gli uomini e il Male e vede, tra i protagonisti, il grande Burt Young), ma anche dall’influenza che ha esercitato sulla produzione cinematografica successiva: certo, la casa come entità viva, dotata di una propria anima – dannata, ovviamente... - è un archetipo dell’horror dagli albori del genere (basti pensare a La caduta della casa degli Usher di Edgar Allan Poe) ed era già apparsa in varie pellicole (come ad esempio l’inglese La casa che grondava sangue di Peter Duffell, del 1971), ma dopo l’uscita di Amityville horror le sale cinematografiche proporranno sempre più spesso film il cui fulcro narrativo è rappresentato proprio da una casa maledetta (si pensi a Poltergeist di Hooper del 1982, a Quella villa accanto al cimitero di Fulci del 1981, ecc.).
Uno di essi, uscito solo un anno dopo il film di Rosenberg, è un capolavoro del cinema in senso assoluto: si tratta di Shining, firmato Stanley Kubrick. Diversi sono gli spunti che l’osannato genio del cinema ha tratto da Amityville horror, pellicola molto meno fortunata, al confronto.
In primis, la famosa scena dell’ascia: precisando anzitutto che essa non si trova nel romanzo di Stephen King da cui il film è tratto, la celeberrima sequenza richiama molto da vicino quella di Amitville horror in cui George, in preda a un raptus di follia, cerca di sfondare a suon di scure la porta dietro cui si nascondono i figli di Kathy – anche se almeno altri due film di molto precedenti, ovvero Il giglio infranto del 1919 e Il carrettiere della morte del 1922, entrambi muti, includono una scena che potrebbe aver a sua volta suggestionato il cineasta. Va poi notata la forte assonanza tra il sangue che, ad un certo punto di Amitville horror, prende a trasudare dai muri di casa Lutz, via via più copiosamente, e la terrificante sequenza del capolavoro kubrickiano in cui fiumi di sangue straripano dagli ascensori dell’Overlook Hotel: si tratta di una rielaborazione molto originale da parte di Kubrick, ma l’idea di un edificio che in qualche modo “restituisce” il sangue dei delitti in esso avvenuti è evidentemente tratta dal film di Rosenberg. Va inoltre notata un’altra somiglianza, stavolta meno rielaborata e più esplicita: in Shining il crescendo orrorifico del plot viene scandito da didascalie che riportano indicazioni circa il giorno, l’ora o il momento della giornata in cui i vari gruppi di sequenze si svolgono; quest’incedere “cronologico” è chiaramente ripreso da Amitville horror, dove, in maniera molto più frequente e regolare, piccole scritte poste in basso informano lo spettatore circa i giorni trascorsi dalla famiglia Lutz nella casa (fino al ventottesimo, quello finale...), riportando anche ora e data. E che dire, infine, della macabra scena in cui George ha un incubo terrificante, in cui si ritrova presso il letto di Amy, la scure in mano, dopo aver fatto scempio del suo corpicino? Non vi ricorda mica un paio di gemelline trucidate da un padre impazzito...?
Non me ne vogliano i kubrickiani più puristi e intransigenti: l’intento non è assolutamente quello di screditare un regista immenso, che ci ha regalato capolavori immortali, e che, come tanti altri grandi cineasti, ha fatto tesoro degli input ricevuti da altri film ovviamente rimodellandoli secondo il suo “occhio filmico”; è però importante ricordare il grande contributo offerto alla settima arte da pellicole molto meno osannate, spesso anzi ingiustamente svilite e bistrattate dalla critica nonché dai loro stessi spettatori, ma che invece hanno saputo ispirare persino giganti del calibro di Kubrick e che meriterebbero, già solo per questo, di essere fortemente rivalutate.
Che dire di più? Godetevi la visione di Amityville horror! Prima però... assicuratevi che alla vostra casa piacciano i film dell’orrore!
(Salvatore Napoli)



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