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IL MANICHINO

 

urango, 1882.
Alvin Borgnine e sua moglie Judy avevano aperto un negozio di abbigliamento. Originario di Boston, lui era cresciuto con il pallino degli abiti e delle stoffe; lei praticava l’attività di sarta con un certo mestiere. Avevano cercato un loro spazio nel West, dove la concorrenza era ancora scarsa, dove con un po’ di abilità, ma anche con un po’ di rischio, ci si poteva affermare e ingrandire.
Durango era una cittadina piuttosto rustica, ma si stava sviluppando. E non mancavano certo le donne, di ogni età, pronte a desiderare un bell’abito o a intenerirsi davanti a un grazioso merletto.
- Domani arriverà il manichino – disse Alvin, sollevando lo sguardo dal registro della contabilità.
- Ci costerà un occhio – fece Judy, intenta a servire il caffè.
Era una calda giornata d’autunno. Un’atmosfera brumosa appannava lo splendore delle verdi vallate e delle alture boscose di quell’angolo del Colorado.
- Sì, mia cara, ma ci permetterà di mettere in bella mostra i nostri abiti da sposa. Vedrai che in poco tempo riusciremo ad ammortizzare la spesa. – Mise una zolletta di zucchero nella tazza e soggiunse: - Mi hanno detto che viene da Parigi, dove la sanno lunga in fatto di abbigliamento.
Quando arrivò, i coniugi ebbero dapprima una delusione. L’oggetto non sembrava un granché, con quel corpo stilizzato che doveva essere messo insieme incastrando i vari pezzi di legno. Solo la testa di cera era realistica: graziosa, con una parrucca bionda tutta a boccoli e un viso dai tratti squisiti che offriva un’espressione di dolce malinconia. E quando ebbero rivestito il manichino con l’abito nuziale, si accorsero del prodigioso effetto. Sembrava una donna autentica, bellissima, raffinata, capace di mettere tutti gli uomini ai suoi piedi.
- Ci si potrebbe innamorare – disse scherzosamente Alvin Borgnine, mentre piazzava la finta donna al centro della vetrina.
Judy gli diede una gomitata nel fianco: - Non fare il cretino. L’importante è che sortisca il suo effetto sulle signorine in cerca di marito.

 

***

 

Jonas Burton non aveva potuto fare altro che fermarsi davanti alla vetrina dei Borgnine. Quel volto angelico, con quel sorriso malinconico, aveva catturato la sua attenzione.
- È lei! – disse a voce alta. Poi, tra sé: - La donna che viene a trovarmi di notte mentre mi giro sotto la coperta.
Adesso la ammirava. E più gli occhi si soffermavano su quel visino delizioso, più sentiva il turbamento crescergli dentro.
Jonas sapeva di essere impressionabile, anzi di esserlo troppo. E questa sua predisposizione gli causava un misto di timore e di compiacimento. Ma provava disagio per i suoi puntuali fallimenti con le donne. Passando gli anni (ne aveva ormai ventitre), cominciava a sospettare di essere un tipo un po’ complessato. L’idea lo disturbava, così tendeva a chiudersi sempre di più in se stesso.
Quel giorno passò ben quattro volte davanti alla vetrina dei Borgnine, e tutte quattro le volte si soffermò a osservare il manichino.

 

* * *

 

Pizon era ubriaco, ma non fino al punto di perdere il controllo di sé.
- Vattene a casa – gli disse il vicesceriffo Bush.
Nel locale, la serata era appena cominciata. Ai tavoli in fondo, alcuni cowboys consumavano bistecche e patate. Milly Norton, la rossa cantante, non si era ancora fatta vedere.
- Bevo un altro bicchiere alla tua salute, vicesceriffo. Poi me ne vado dalla mia bella. – Gli puntò l’indice sul petto. – Lo sai che non vedo l’ora di sposarla. Mi ha aspettato un bel po’, ma adesso è ora che mi decida a fare un po’ di vita tranquilla. Suo padre è morto e lei è ormai l’unica erede di quel fruttuoso ranch, laggiù a Spring Valley.
Bush scosse il capo. – Te lo auguro, Pizon. Forse fai troppo affidamento sulle tue attrattive. Ricordati che le donne per bene non si lasciano incantare solo da un bel ciuffo. Devi innanzitutto mettere la testa a posta.
Pizon, di origini messicane, era un tipo non del tutto a piombo. Tutti lo temevano, e non solo nella contea di Durango. Era capitato da quelle parti tre anni prima con un oscuro passato. Forse aveva militato in qualche banda del Texas occidentale o dell’Arizona. Comunque, circolavano solo delle mezze verità sul suo conto. Una cosa era certa: la sua pistola non aveva rivali. Si era messo a riscuotere taglie ed era entrato nella manica di almeno una decina di sceriffi, quello di Durango in testa. Ma era rimasto sempre un gran tipaccio, dal quale stare alla larga. Solo le donne ne erano in qualche modo attratte, forse per quel fascino latino un po’ tenebroso, per l’aspetto decisamente gradevole, che poteva contare su un corpo atletico, una bella capigliatura nera e due occhi azzurri, freddi, luminosi, penetranti.
- Tu non mi credi – disse sarcastico – ma vedrai che in capo a tre giorni porterò quella pollastrella qui in città e me la sposerò in pompa magna.
- Potrei scommettere, Pizon. Penso di avere in mano delle buone carte.
Il messicano gli rivolse un’occhiata di fuoco, vuotò d’un fiato il bicchiere e lo spinse di lato. – Bah, non rompermi le scatole, vicesceriffo.
Si avviò verso l’uscita.
Fuori, non era ancora buio.
Pizon, ancora stizzito per le parole dubbiose del tutore della legge, si aggiustò il cappello. Stava per montare a cavallo, quando fu attratto dalla vetrina dei Borgnine, proprio di fronte all’ingresso del saloon. Fino a quel momento non ci aveva fatto caso, ma ora il suo occhio si soffermò sull’abito bianchissimo che spiccava nella semioscurità.
Lasciò le redini e con passo malfermo attraversò la strada.
Porca miseria, era proprio un bell’abito da sposa. Ed era ben messo in risalto sul quel manichino dal viso d’angelo.
- È proprio quello che mi ci vuole. Maureen farà salti di gioia.
Gli venne in mente lo scetticismo di Bush e avvertì un moto di rabbia.
Mise una mano sulla maniglia e nervosamente fece per aprire la porta.
Era chiusa.

 

- Che intenzioni ha quel pezzo di merda? – disse tra sé Jonas Burton, appoggiato al muro dell’ufficio postale.
Da tre giorni non riusciva a staccare gli occhi dal manichino in abito da sposa. Se ne era innamorato. E gli sembrava che quello splendido viso avesse assunto un’espressione più malinconica, come se la finta donna in vetrina non approvasse quel suo corteggiarla con lo sguardo. La notte non riusciva a prendere sonno. Nei sogni immancabilmente si trovava a contatto con una donna bellissima che aveva quel viso dal sorriso dolce e un po’ triste.
Adesso Jonas osservava l’uomo che scuoteva la porta chiusa con impazienza e nervosismo.
- Ehi! Che sta succedendo?
Una finestra si era aperta al primo piano, proprio sopra l’ingresso del negozio.
- Aprite questa dannata porta – sbraitò il pistolero, guardando in alto.
- Andatevene, il negozio è chiuso – disse Alvin Borgnine.
- Devo fare un acquisto. È urgente.
- Che cosa dovete comprare di tanto urgente in un negozio di abbigliamento?
- L’abito da sposa che tenete in vetrina.
- Passate domani mattina.
- No, lo voglio subito.
- Dovete sposarvi questa notte?
- E se anche fosse? Aprite questa dannata porta.
- Andatevene... o chiamo lo sceriffo.
Ascoltando il battibecco, Jonas pensò che il signor Borgnine andasse contro i suoi stessi interessi, ma probabilmente non voleva darla vinta a quel prepotente. Meglio così. Era bello vedere ancora per un po’ il manichino con quell’abito nuziale.
Pizon estrasse la pistola e con il calcio ruppe il vetro della porta, vi introdusse la mano e riuscì ad aprire.
Jonas attraversò la strada e si avvicinò alla porta del negozio.
In quel momento già ne usciva Pizon, tenendo per mano una ragazza in abito da sposa, che protestava:
- Lasciatemi! Non voglio venire con voi, il mio posto è qui... Lasciatemi, vi supplico!
Ma il pistolero messicano sembrava non farci caso. Anzi, sghignazzava con una certa soddisfazione.
Poi, sulla voce della ragazza si sovrappose quella del signor Borgnine. Dalla finestra di nuovo spalancata gridava a sua volta:
- Delinquente! Al ladro, al ladro!
Se qualcuno aveva sentito o visto l’azione, se ne era stato alla larga, probabilmente perché in quella faccenda c’era di mezzo il famoso Pizon.
Solo Jonas Burton sentì dentro di sé un insolito coraggio. Sbarrò la strada all’uomo e alla donna. Il messicano, trascinandola con forza, stava in quel momento per attraversare la strada e raggiungere il suo cavallo.
- Fermo! – intimò Jonas.
Non credeva ancora ai suoi occhi, ma era affascinato dalla figura graziosa di quella ragazza. Sì, era proprio lei, la donna dei suoi sogni. Non era un manichino, ma una fanciulla in carne e ossa già pronta, in abito di nozze, per unirsi a lui.
- Togliti di mezzo - gracchiò Pizon.
Jonas, spinto da un improvviso moto di collera, gli fu addosso. Ma l’altro, con la mano libera, gli diede un formidabile cazzotto. Cadendo, Jonas batté la testa contro il bordo del marciapiede.
Un colpo di fucile venne dalla finestra del negozio.
Il signor Borgnine doveva aver sparato al ladro. Anzi, di questo era sicuro. Non altrettanto certo fu del fatto che la pallottola avesse colpito Pizon. Ma lo sperò ardentemente, prima di chiudere gli occhi per sempre.

 

* * *

 

Tre giorni dopo, pioveva.
Judy, la moglie di Alvin Borgnine, era in grande apprensione. Guardava dalla vetrina la strada poco battuta e aspettava il marito che era andato in tribunale per il processo a suo carico, sicuro della sua innocenza. Dopotutto aveva ucciso un balordo, sorpreso mentre rubava nel suo negozio, anche se quel balordo era un amico di tutti gli sceriffi del Colorado, aveva fatto piazza pulita di numerosi gaglioffi come lui e anche peggiori di lui.
Accanto a Judy, si ergeva in tutta la sua maestosa grazia il manichino in abito da sposa. Lei lo guardò ancora una volta e non riuscì a trattenere un brivido. A distanza di tre giorni non si era ancora abituata a quello strano fenomeno. Nemmeno Alvin sapeva spiegarselo. Ma tant’era. Il manichino aveva cambiato espressione e adesso ostentava un sorriso d’altra natura: un’espressione allegra, quasi ilare, che dava a quella testa una luminosità tutta nuova.
Dopo il fattaccio lo avevano riportato nel negozio e lo avevano rimesso al suo posto. E allora si erano accorti dell’incredibile cambiamento. Alvin aveva detto che era come se il manichino fosse contento di quello che era accaduto.
Judy ebbe un sussulto. Eccolo!
Il marito si stava avvicinando al negozio. Il processo era finito. La donna cercò di decifrare l’espressione del volto dell’uomo. Solo quando lui fu davanti alla porta, andò a spalancarla e gli si gettò fra le braccia.
- Sì, cara, è andato tutto a buon fine. Mi hanno scagionato.
Lei lo baciò con passione.
Entrando, lui disse:
- Legittima difesa di proprietà. C’è stata la testimonianza che ho gridato più volte di fermarsi e di lasciare la refurtiva. E io ho sostenuto che non volevo ucciderlo, ma impedirgli in qualche modo di filarsela con il mio manichino. La giuria ha capito che quel Pizon, benché utile, non era molto affidabile. Tutti avevano paura che in qualche modo si stancasse della sua attività di cacciatore e si mettesse a farne di tutti i colori. Da un po’ di tempo si stava montando la testa, aveva idee megalomani, pensava di essere il padreterno e quindi non si sarebbe più accontentato dei saltuari proventi delle taglie.
- E che cosa hanno detto a proposito dell’altro?
- Quel povero ragazzo è morto in modo accidentale, a causa del pugno beccatosi da quel delinquente. Li hanno seppelliti insieme, uno vicino all’altro. – Scosse la testa. – Ironia della sorte.
Judy guardò il suo uomo con ammirazione. - È stato tutto merito tuo, comunque.
Alvin Borgnine sollevò lo sguardo sul manichino. Judy intuì che cosa gli passasse per la testa.
Lui disse:
- Due uomini, uno buono e uno cattivo, sono scomparsi da questa faccia della Terra. Forse qualcun altro ne è responsabile.
Judy rabbrividì: - Intendi il manichino?
Alvin guardò negli occhi la sua donna, tenendola per le spalle con entrambe le mani. – Quando avremo venduto quell’abito, brucerò la testa del manichino e la sostituirò con un’altra, stilizzata, senza volto. Vorrei farlo subito, ma... ho paura.
- Come vuoi tu, caro.

Giuseppe Novellino