Il trucco di Mandala

Qei capelli... rossi, rossi come il fuoco dell'inferno. E gli occhi scuri, come il baratro profondo dell'Ade. Era bella e aveva l'aria sicura di chi sa di esserlo.
Mandala, il suo nome, il nome di mia sorella.
Mi chiamo Edmund Bays, e vi parlo dal luogo in cui sono rinchiuso da mesi, anni, forse. Vi parlo da dietro le sbarre che mi imprigionano in questo mondo ai confini con il vostro, ai confini con il mondo reale.
Non ricordo come tutto sia iniziato, non ricordo quando. Forse è sempre stata così, forse non sono mai stato veramente libero, fin da quel giorno d'estate in cui il suono del suo primo vagito ha tagliato l'aria.
Eccezionale, l'avevano definita, fin da principio. Aveva delle capacità che altri non avevano, che io non avevo. Mandala parlava con gli uccelli, Mandala trasformava se stessa e gli altri in ciò che voleva. Io non potevo fare nulla, ero un ragazzo normale, ero come tutti gli altri.
Ricordo gli anni della mia gioventù come i più tristi, quelli in cui non avevo ancora trovato la mia strada, quelli in cui io non avevo niente e lei aveva tutto.
Ricordo il suo sguardo quando le ho comunicato che volevo andarmene, che volevo studiare, diventare uno scienziato.
«Edmund, ti prego, non lasciarmi. Voglio venire con te. Tu sei mio fratello, dobbiamo stare insieme».
«Mandala, sorella mia. Non posso portarti con me in questo viaggio, ma prometto che tornerò a prenderti non appena ne avrò la possibilità, non appena sarò pronto», le dissi mentre il treno partiva.
«Pronto per cosa?», mi chiese.

«Pronto per...». Continuai a muovere le labbra, fingendo di parlare, fingendo che fosse il rumore del treno a coprire la mia voce, ma in realtà non avevo emesso alcun suono. Non sapevo cosa dirle, non sapevo che scusa inventare.
Il mio sogno era diventare uno scienziato per capire cosa ci fosse di sbagliato in mia sorella, cosa rendesse Mandala così strana e così... cattiva.
Ricordo l'università, ricordo gli studi, le giornate trascorse in laboratorio. Ricordo di aver scoperto un mondo che non credevo esistesse, al di là della comprensione umana.
Ricordo le pubblicazioni, le conferenze, gli anni passati ad erudire gli altri, a metterli in guardia dagli esseri come lei.
E poi ricordo l'amore. È un ricordo lontano, avvolto dalla nebbia, cancellato in parte, ma non in toto, dal potere della strega dai capelli rossi.

 

«Dottor Bays, mi scusi...».
Mi volto e mi trovo di fronte agli occhi più belli che abbia mai visto. Sono circondati da un viso giovane, sorridente.
«Mi dica signorina...»
«... Kasper. Francine Kasper», risponde lei allungando la mano per presentarsi.
Una mano morbida, piccola e delicata, che stringo piano, temendo di farle male.
«Dottore, seguo i suoi studi da diverso tempo e vorrei... vorrei farle alcune domande. Sto scrivendo un libro e... ecco...».
«Risponderò molto volentieri a tutte le sue domande, signorina Kasper, ma non ora. Che ne direbbe di una cena? Decida lei il posto. Credo che una buona conversazione sia molto migliore se fatta a stomaco pieno», le dico sorridendo.

 

Ricordo le parole e gli abbracci, ricordo i baci e le lacrime. Piangeva, Francine, il giorno in cui partii per tornare nel mio paese natio.
C'era il sole e Mandala mi aspettava davanti casa, nel vialetto d'ingresso.
I suoi occhi scuri esprimevano tutta la sua rabbia, il suo risentimento nei miei confronti.
«Edmund, dove sei stato tutto questo tempo?», mi chiese, «Perché mi hai lasciata qui? Non mi hai nemmeno più dato tue notizie da quando sei partito...».
Non sapevo cosa dirle e la abbracciai, sperando che il mio gesto potesse almeno in parte sopperire alle mie mancanze.
Quella sera cenammo insieme e tutto sembrò tornato alla normalità. Mi chiese dell'università, delle ricerche. Ovviamente evitai di entrare nei dettagli, evitai di farle capire a cosa mi avessero portato i miei studi, quale fosse il loro scopo.
A una certa ora, complice il vino, forse, feci un passo falso: le parlai di Francine. Mi sentivo un adolescente che raccontava della sua prima cotta e mi feci prendere dall'entusiasmo, raccontandole fin troppo, nei dettagli.
Lei sorrideva e annuiva, io dimenticavo i suoi poteri, dimenticavo chi si nascondesse dietro l'aspetto angelico di mia sorella.
«Andiamo a letto ora, fratello. Domani sarà una lunga giornata», mi disse sorridendo, ma in quel sorriso c'era la promessa malvagia di una giornata indimenticabile.
Il giorno seguente partimmo per tornare in città. Ero felicissimo: avrei rivisto il mio amore, la donna della mia vita. In treno Mandala non disse nulla. Leggeva, osservando di tanto in tanto il panorama fuori dal finestrino. Quando i nostri occhi si incrociavano sorrideva, un sorriso dolce e materno, un sorriso rassicurante.

 

«Edmund! Ed!! Sono qui!!». La voce di Francine è musica per le mie orecchie.
Le corro incontro e la abbraccio, la bacio sulle labbra. Quanto mi è mancato il suo sapore, quanto mi è mancato il suo profumo.
«Francine, amore mio. Mi sei mancata», le dico.
«Così questa sarebbe la famosa signorina Kasper». Mandala. Mi ero completamente dimenticato della sua presenza, troppo preso dalla smania di riabbracciare la donna che amo.
«Oh, certo. Che sbadato. Mandala, lei è Francine. Francine, questa è Mandala, mia sorella».
Vedo il sorriso spegnersi sul volto di Francine nel preciso istante in cui mia sorella le tocca la mano. Il suo viso cambia colore, impallidisce; ritrae svelta la mano, mi guarda terrorizzata e se ne va, si allontana da me.
«Mandala, perdio, che cosa diamine le hai fatto? Dimmi cosa le hai fatto!», grido a mia sorella.
Un sorriso perfido si materializza sul suo volto.
«Oh, Edmund caro... Non puoi neanche immaginarlo», dice lei tra le risate.

 

Da giorni la stavo cercando ma non riuscivo a contattarla in alcun modo. Francine sembrava sparita nel nulla, senza lasciare traccia.
Quel pomeriggio decisi di fare un ultimo tentativo, di cercarla nel luogo in cui la incontrai la prima volta, la biblioteca dell'università.
Da ore vagavo tra gli scaffali sperando di incrociare il suo sguardo quando, finalmente, la vidi. Era con un giovane, stava ridendo. Alzò lo sguardo e mi vide, salutò il suo accompagnatore e si avvicinò allo scaffale dietro il quale mi trovavo.

 

«Finalmente mi hai trovata, Ed. Credevo che non ti avrei mai più rivisto».
«Oh, Francine, amore mio, io...», le dico prendendole la mano, «Io... Io devo andare. Non posso. Non possiamo. È... è solo un errore, è tutto... tutto sbagliato. Non dovremmo vederci più».
Mi guarda, smarrita.
«Edmund, mio caro, che ti è capitato? Perché questo repentino cambio d'umore? Perché hai preso questa decisione? Dimmi qualcosa, aiutami a capire!» mi dice, ma ormai sto uscendo dall'edificio.

 

Da quel momento tutto cambiò. Fu come se l'amore per lei si fosse trasformato in qualcosa di terribile. Non ricordavo più i momenti trascorsi insieme, non ricordavo più gli attimi felici. Tutto era immerso nell'oscurità.
Lei continuava a cercarmi. Mi scriveva lunghe lettere in cui mi pregava di incontrarla, di spiegarle cosa fosse accaduto, ma non riuscivo a risponderle, non potevo farlo.
Dio solo sa quanto avrei voluto scriverle una lettera e chiarire ogni cosa, ma ormai mi era impossibile.
Ero in suo potere, completamente.
Fu lei a decidere, in un giorno d'estate, di chiudere la questione. Piansi, la supplicai, la pregai di non farlo. Le mie lacrime bagnavano la carta da lettere mentre lei mi costringeva a scriverle, mi obbligava a dirle addio per sempre.

 

«Edmund, fratello mio, devi farlo. Devi liberarti di lei. Ti sta perseguitando, non vedi? Ti renderà la vita impossibile, lo sai anche tu. Non puoi pensare veramente di trascorrere il resto dei tuoi giorni con quella ragazzina emotivamente instabile. Vedrai, staremo benissimo insieme, Ed. Solo io e te, per tutta l'eternità».

 

Mi chiamo Edmund Bays, e vi parlo dal luogo in cui il potere di mia sorella mi ha rinchiuso con un malvagio sortilegio, scagliato attraverso il canale più potente che l'umanità conosca, il vero amore.
Sono costretto a vivere la mia vita da spettatore, imprigionato nell'ombra, mentre la strega controlla le mie spoglie mortali. Sono stato qui per mesi, forse anni, nell'attesa che qualcosa mi riportasse in superficie.
Oggi l'oscurità che mi circonda ha, però, qualcosa di diverso. In lontananza, una luce, che con il passare del tempo si fa via via più grande, illuminando ogni cosa. Improvvisamente mi sento pesante ma al contempo vivo, di nuovo padrone di me stesso.
Apro gli occhi e, dopo quelli che sembravano secoli, vedo di nuovo il mondo degli uomini.
Sono in un cimitero, davanti a una lapide, con dei fiori in mano.
Leggo le parole incise sulla pietra, ma non riconosco la mia voce.
«Qui giace Francine Kasper, una vita votata all'amore, morta nell'atto eroico di estirpare il male dalle nostre terre».
Un giovane uomo si avvicina a me e raccoglie qualcosa da terra.
«Signore, le è caduto il bastone», mi dice sorridendo.
Allungo la mano per prendere l'oggetto che mi porge, pur non capendo. Sussulto nel vedere la mia pelle, vecchia e raggrinzita, sussulto nel vedere in quel giovane uomo gli occhi della donna che amavo.
«Conosceva mia madre?», mi chiede.
Annuisco.
«Sa, ha ucciso la strega... Mandala... E' così che è morta», mi dice, guardando verso la tomba di Francine. «Ci ha provato per anni, decine di anni e... beh... alla fine ci è riuscita. Ha recuperato dei volumi, degli studi che poi ha perfezionato... gli studi di mio padre...».
Il giovane continua a parlare ma io non lo ascolto più.
“Un figlio”, penso “ho un figlio”. Sento le lacrime scendere e tutto diventa buio di nuovo. Sento le lacrime scendere e il mio cuore si ferma.

Federica Gaspari