Il cerchio del male

Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2014 - edizione 13

La porta si chiuse per non riaprirsi mai più. Alle spalle avevo lei, non potevo né sentirla né vederla ma sapevo: lei c'era! Mi girai di scatto, il cuore in gola e poi il vuoto sotto le gambe. Precipitai per diversi metri, urlando, fino a tuffarmi in un lago nero e denso. A stento riuscii a raggiungere una riva, dove in fondo ad essa v'era una sinistra riproduzione del salotto di casa. E infatti, davanti a me, il camino con sopra una scritta: “Di te perdant ut etiam in sepulcro excruciatus sis”.
Piansi quel giorno. La stringevo tra le mani sporche del suo stesso sangue. La uccisi perché ero geloso di lei, volevo soffocarla nel sonno. Ma lei sapeva e si difese bene. Le strappai quelle forbici, rompendole le dita. Quelle sottili lame a me destinate, lei sapeva della mia follia, ma io ero più forte. E poi piansi per lo stupore: mi aveva avvelenato con una siringa nascosta nel guanciale. Era pronta a tutto: il suo amante, quel veleno.

Non riuscivo più a muovermi. Il respiro si faceva pesante e la porta di quella stanza si chiuse come si chiusero i miei occhi: per sempre. Attorno a me già giravano ombre e spifferi gelidi che mi graffiavano le carni, che poi si aprivano in ferite ancora più grandi e d'immane dolore.
Alle spalle avevo lei, non potevo né sentirla né vederla, ma c'era. Mi girai di nuovo e precipitai giù. Il tuffo e sopra il camino quell'eterna maledizione sepolcrale: “Gli dei ti portino alla morte e che anche nella tomba tu possa soffrire". La vedo! Si allontana da me, mano per la mano, con quell'altro. È ancora viva.
La porta si chiude. Ora non la sento più. Ma tornerà, mi han detto, poiché anche lei ha peccato.

Carlo-Maria Negri