Il fluido elettrico

Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2012 - edizione 11

Quel pomeriggio fummo tutti convocati d'urgenza con un preavviso di sole due ore. Fui accompagnata in una camera dei sotterranei della facoltà, dove su di un tavolo giaceva il corpo nudo, esanime di un uomo adulto affogato solo poche ore prima nel vicino lago. Non ho mai saputo, né voluto sapere se l'annegamento fosse stato realmente accidentale. Il dottore teneva in mano due grosse barre metalliche, elettrodi collegati a una grande pila già carica. Ne fissò uno alla nuca del cadavere e gli infilò l'altro in profondità nel retto, poi azionò la pila. Nello stupore dei presenti la schiena del cadavere s'inarcò improvvisamente, le palpebre sbatterono freneticamente e una gamba scalciò in aria, poi più nulla.
Il pubblico cominciava già a mormorare, quando il dottore azionò nuovamente la pila. Inizialmente si diffuse solo una nauseante puzza di feci e carne bruciata, poi accadde l'impensabile, ciò che tutti avevano sperato e al tempo stesso temuto di vedere. Il cadavere fu prima colto da violente convulsioni, per poi cadere dal tavolo vomitando acqua sul pavimento e infine rialzarsi in piedi da solo emettendo un'agghiacciante urlo di dolore.

Gli astanti furono colti dal panico e cominciarono a scappare urlando, ma non io, rimasi seduta fissandolo mentre imprecando spezzava il collo del dottore come fosse un fuscello.
Il cadavere cadde allora a terra e perdendo sangue da ogni orifizio cominciò a trascinarsi verso di me, fino a raggiungermi. Fissandomi con i suoi occhi velati di bianco, da cui piangeva lacrime di sangue, implorò un mio atto di pietà e io glielo concessi, afferrai lo stiletto sul tavolo del dottore e glielo sprofondai nel cranio attraverso l'occhio sinistro, avvertendo il fluido elettrico che lo abbandonava.
Quel giorno fui testimone non di un miracolo, ma solo del delirio di onnipotenza dell'uomo.

 

25 luglio 1816

 

Mary S.

Simone Babini