Il brutto sogno della contessa Carafa

Carl Gustav Jung affermò che i sogni premonitori esistono. La giovane contessa Carafa fece un brutto sogno nella notte tra il 18 e 19 marzo dell’anno 1880. Sognò che l’amante stava affogando e che lei non riusciva a salvarlo. La contessa aveva pianto per quasi tutta la notte. Verso il mattino era riuscita a prendere sonno, ma la mente si era immersa negl’incubi. Nel mondo onirico che emergeva alla tormentosa coscienza, era tirata di qua e di là da individui sconosciuti. Svincolatasi, camminava timorosa all’ombra di alberi forzuti e giganteschi, all’interno di una interminabile foresta. Disperata, si era messa a piangere. Dal cupo della foresta uscivano sibili prolungati, miagolii, muggiti, terribili ululati e latrati famelici di cani spersi e di lupi predatori. In lontananza, i branchi dei lupi la fissavano con occhi sanguinolenti. Una flebile voce umana si udiva. Una voce che invocava aiuto. Girandosi, aveva scorto che l’amante Ciro Esposito stava annegando in un lago scuro, circondato da folta ramaglia, da spine e da cupe tenebre. Lei era corsa ad aiutarlo e cercava con un ramo di tirarlo fuori. Col ramo cercava di estrarlo lui fuori dal gelido lago. Tirava su con tutte le forze. Era disperata, ma non sapeva a chi chiedere aiuto.

Lui annaspava, chiudeva gli occhi soffocando. Lei gridava, ma nessuno accorreva. Nessuno udiva le disperate grida. Il medico Ciro Esposito annegava. Sopra di lui l’acqua si chiudeva, emergendo solo le dita che avevano afferrato il ramo, offerto da lei nell’estremo tentativo di tirarlo fuori. Lui annegava. Il ramo si spezzava e lei cadeva a terra senza avere la forza di potersi alzare. Tutto era perduto. Angoscia. Scure tenebre nebbiose avvolgevano il bosco. Le acque del lago avevano ingoiato il suo amante erano calme a cancellare la terribile tragedia. Al sommo della disperazione, la contessa si svegliò con un grido. Era tutta sudata. Andò in toilette a lavarsi. Tra i vetri, vide che era una giornata di sole. Il tempo s’era calmato un poco anche se nel cielo incombevano grosse nuvole e c’era vento che sollevava sulla via, polvere e foglie morte. Desolazione. Tristezza andante. Vita priva di ogni significato. Vuota esistenza. Udì per le scale del palazzo la serva che piangeva e parlava eccitata con il portiere. Sul ballatoio, lei chiese che cosa fosse tutta quell’agitazione. La serva piangente e singhiozzando le annunciò:
“Signora contessa, ieri sera sul tardi, mentre il dottore Ciro Esposito rincasava a casa, gli hanno sparato alle spalle un colpo di rivoltella.”
“Cosa?”
“E’ morto. C’è la polizia che indaga. Dicono che si tratta di un delitto d’amore.”
La contessa svenne all’istante.

Giuseppe Costantino Budetta