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Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2009 - edizione 8

L'idea che sarebbe durato in eterno la nauseava, ma quando Irene firmò, non ci fece caso. Era solo un innocuo pezzo di carta che profumava di anice. La penna la conserva ancora: la restituirà solo dopo morta. É una stilografica classica. Nera. Elegante. Dentro ci sono ancora gocce del loro sangue. É trascorso tanto tempo da quel giuramento. La paura è sfumata e la stilo ora Irene la usa come segnalibro. Il sangue è secco e del contratto Irene ha fatto una barchetta, messa sotto chiave nel primo cassetto del comodino, accanto al letto. Insieme a una croce.

Irene dimentica spesso il cellulare. Ovunque. E per recuperarlo digita il numero sul fisso e segue il trillo. Di solito lo trova nel salotto, affondato nella borsa o nel bagno sul bordo della finestra. Sul punto di precipitare per la vibrazione. Però questa sera Irene non riesce proprio a rintracciarlo, forse si è scaricata la batteria o la suoneria è a zero. È sola in casa. Piove e avere tra le mani It di King non la rassicura. D’impulso apre il cassetto personale. La barchetta non c’è più e alla croce manca un braccio. Sorride Irene della propria stupidità, proprio come il bambino del romanzo, ma un profumo di anice la fa sobbalzare. Nessuno la trascina nel buio. Nulla. Ritorna a cercare il Nokia: si telefona. Squilla e stavolta la suoneria la chiama dal soggiorno. Sta per attaccare, quando una voce risponde con un banale: - Pronto?
Il telefono non squilla più, non ha sbagliato… - No-o, non hai sbagliato numero, sono ii-o. Ce l’hai la penna-a?
Lei si ritrova a sussurrare: - In mano.
- Me la ridaa-i?
- Sì.
- Ma che brava questa bimba... e come sei ubbidiente, come allora.
- S-sei tu?
- La vuooi la barchetta?

Marcella Testa