La mia casa

La mia casa non esiste più.
Dominava la scogliera di Madlin, dove gli strapiombi tolgono la vita e la roccia stringe l’acqua in un eterno abbraccio.
La mia casa era imponente, poggiava su colonne d’avorio, sola e fiera guardava il mare e sfidava la tramontana.

 

L’hanno distrutta.

 

Mi compiacevo della sua nobiltà; austera e protettiva, la casa rifletteva la sua luce nel blu dell’oceano. Nessuno si avvicinava a lei, incuteva timore e rispetto ma, con me, sapeva essere calda e accogliente.
Della mia casa sapevo ogni angolo e nascondiglio: più il rifugio era cupo e segreto, più mi sentivo al sicuro.

Sono arrivati di soppiatto, allo scoccare della mezzanotte. Sono giunti dai paesi vicini, nell’ora in cui il bene volge al male e, come per incantesimo, il nero si scioglie in bianco.

 

Mi muovevo sicuro tra le sue mura, ho trascorso giornate intere ad ammirare i suoi arazzi, a suonare il suo pianoforte d’ebano cantando le mie canzoni. Ogni notte ho visto spegnersi la fiamma del suo camino e ho camminato i suoi corridoi fino allo sfinimento.

 

L’hanno accerchiata, accecata con travi di legno alle finestre; hanno barricato i suoi portoni facendola tacere.
Disposti in circolo, hanno stretto le sue mura con la dinamite. Furtivi, incappucciati, tenendo in mano crocefissi e recitando preghiere.

 

Io amavo la mia casa, ogni singola stanza.
Quando hanno fatto detonare la carica, ero lì con lei. L’ho sentita soffrire, l’ho vista barcollare e piegarsi su se stessa. Non ha mai perso la dignità, neanche quando la polvere dei muri si è dispersa al vento.
Oggi vago per una strada solitaria, sopra la scogliera di Madlin, dove un giorno di mille anni fa ho saltato verso il nulla.

 

L’hanno distrutta, dicevano che era maledetta, infestata da un fantasma.
E’ vero, infestata da un fantasma, però io non ho fatto male a nessuno. Loro, gli uomini, mi hanno privato della mia casa.

Alessandro Napolitano