Quasi tutti

Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2007 - edizione 6

Per un momento, al di là della parete sottile, gli parve di sentire la voce dura di suo padre che inveiva contro di lui: «E’ senza carattere quel ragazzo e non combinerà mai niente di buono nella vita, lo sai anche tu. Dovevo scorticargli il sedere a cinghiate da bambino...».
La voce di sua madre non la sentiva mai, non ricordava le giustificazioni che muoveva in suo favore, ma sapeva che non ce n’era bisogno. Lei l’aveva sempre difeso.
Entrò nella stanza, c’erano solo i suoi fantasmi ad attenderlo.
Tracciò i segni per terra, poi si denudò, prese la scala, fissò un capo della corda al lampadario e all’altro estremo fece un cappio. Infilò la testa nel cappio, recitò le formule e si lasciò cadere a mezz’aria.
Con suo padre non s’era mai capito e avevano spesso litigato. Troppo diversi. Una volta per troncare una discussione lui gli aveva detto brutalmente: «Ricordati bene una cosa caro mio, segnatela: è la morte che vince alla fine. La morte fotte sempre tutti».
Lui non aveva saputo cosa replicare, ma del resto sarebbe stato inutile, suo padre aveva sempre ragione.
Si sentì affamato d’aria, e allora per calmarsi con la mente tornò all’articolo che aveva letto sui condannati alla forca nelle esecuzioni del 1600. I medici che avevano visionato i cadaveri avevano scoperto che gli uomini avevano avuto un’erezione arrivando ad eiaculare; solo una normale reazione dell’organismo all’asfissia, come sarebbe stato chiarito anni dopo.
Sentì che il sesso s’era inturgidito.
Sorrise.
Poi arrivò la morte ed era bellissima. Lei gli fu sopra, lo cinse, lo fece gemere, poi con un bacio gli tolse l’ultima aria dai polmoni, e allora finalmente lui venne e fu felice, perché almeno su una cosa suo padre s’era sbagliato.
La morte se l’era fottuta lui.

Michele Bolettieri