Ho una tigre nella tasca

Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2007 - edizione 6

Chi ha avuto l’idea di questa tortura?
Quale essere diabolico?
Chiudermi nuda in una gabbia, in questa enorme stanza bianca?
Da giorni non bevo né mangio.
Devo pisciare e cacare qui, in questa gabbia.
Ho urlato, ho pianto, ho chiesto aiuto.
Nessuno ha risposto.
Tornavo dal cinema in cui lavoravo come cassiera; un colpo in testa e mi sono ritrovata qua.
Perché?
Perché in questo stanzone senza porte né finestre?
Divento pazza.
Cosa starà facendo Giulio? Il mio ragazzo mi starà cercando come un forsennato. Ansioso com’è, avrà già chiamato la polizia. E mia madre?...
Chi è quel grande figlio di puttana che m’ha rinchiuso qua dentro?
Dove mi trovo?... Da dove viene questa luminosità astratta? Ho freddo adesso, come avessero aperto di colpo porte e finestre.
No, non può essere vero!

Una delle immense pareti bianche si sgrana come nebbia. Silenzioso, un corteo di giganteschi, mostruosi esseri incede nell’aula. La donna si pone schiena contro le sbarre; i suoi lineamenti non sono trasfigurati dalla paura o dal terrore, ma da qualcosa che non ha nome. Il corteo s’arresta. Uno dei mostri bitorzoluti, abbigliati con abiti fantastici di lamiere e schegge di vetro, volta l’orribile capo verso un altro molto più grande di lui e dice: - Egregio Messere, lo spettacolo è quasi pronto.
- Spero, Giullare di Corte, che sia meglio dell’ultima volta. Per poco, m’addormentavo.
- Vedrà...
- Da quale pianeta viene quella strana creatura? - fissa gli occhi da camaleonte gigante il Signore dei luoghi.
- Terra, Egregio Messere. Ma non è la sola creatura di quel lontano pianeta. Ce n’è anche un’altra... - detto ciò, il Giullare di Corte s’avvicina alla ragazza, prende dalla tasca un sacchettino di tela bianca, apre la gabbia e lo deposita.
Uno strappo, in un ruggito la tigre si libera.

Giovanni Buzi