Un mattino di fine estate

Quando la sveglia con le orecchie di Topolino inizia a suonare, il display luminoso segna le 7 e 30 del mattino. Una mano esce dal lenzuolo bianco che ricopre il letto vicino al tavolino con la sveglia e la spegne. Nicole Harris si alza lentamente a sedere nella luce spettrale di un mattino di fine estate. Si stiracchia per bene, sbadiglia, si strofina la faccia e poi regala al mondo i suoi due stupendi occhi blu. Si scompiglia un po’ i capelli biondi e infila i piedi nelle ciabatte di Paperino. Si alza, si stira ancora un po’, e poi guarda il posto vuoto nel letto matrimoniale. Suo marito a quell’ora è già uscito da un pezzo. Fare il pompiere a New York non è proprio una passeggiata di salute.
Nicole e Tom sono sposati da quindici anni, da quando lei ne aveva ventiquattro e lui venticinque. La sveglia di Topolino e le ciabatte di Paperino sono i regali che le hanno fatto i loro due figli, Sara di quindici anni e Robert di undici. Vivono in una bella villetta a due piani a pochi chilometri da New York, immersi nel verde e nella tranquillità di un vicinato molto gentile e premuroso. Hanno anche un bel pezzo di giardino dietro la villetta, dove Sara e Robert passano interi pomeriggi a giocare (dopo aver studiato, si capisce). Nicole è molto soddisfatta della sua vita. Ma come spesso accade, è proprio quando si abbassa la guardia che il nemico colpisce.

Dopo aver espletato i bisogni fisiologici ed essersi data una bella lavata, Nicole scende in cucina attirata dall’odore del bacon e della spremuta d’arancio. Entra nel locale dove mangiano tutte le sere e vi trova Sara e Robert intenti a finire le loro colazioni. “Ciao amore” dice Nicole a Robert prima di baciarlo sulla fronte. Non fa la stessa cosa con Sara, perché sa che verrebbe respinta. Ormai è entrata in piena adolescenza, e Nicole non esclude neppure che frequenti un ragazzo. Sorride al pensiero e saluta anche la figlia. “Avete visto vostro padre?” “No, è uscito più presto del solito oggi” le risponde Sara. “Ah, capisco... Bob, hai studiato per la verifica di scienze?” “Certo mamma” dice Robert con tono sarcastico che fa sorridere Nicole. “Non scherzare Bob... se no questo fine settimana lo passi nel Maine con tua nonna.” “No, dalla nonna no!” grida troppo forte suo figlio, facendo finta di strangolarsi col bacon. I tre scoppiano in una fragorosa risata.
Quando i suoi figli escono per andare a scuola, Nicole si veste col tailleur grigio per andare al lavoro. Prende le cose indispensabili da mettere in borsetta, raccoglie il portafoglio dal comodino, accende il cellulare, prende le chiavi della macchina e apre la porta d’ingresso. Si ferma un attimo a contemplare il soggiorno ormai assolato e pensa a quanto sia stata fortunata. Poi guarda l’orologio e si accorge che sono già le otto e un quarto. Dà un ultimo sguardo in casa e poi si chiude la porta alle spalle. E’ l’ultima volta che lo fa.
Sale sulla sua Bmw e si dirige al lavoro come ogni mattina. Le piace fare l’impiegata. Arriva al suo grattacielo e si infila nel parcheggio sotterraneo, riservato ai dipendenti. Scende, mette l’allarme e saluta con un gesto della mano Alfred, il custode, che ricambia amichevolmente.

 

“Wow, Nicole, come siamo eleganti oggi!” è il primo commento di Jack Anderson quando sale sullo stesso ascensore della donna. “Grazie, John”. “Oh, prego, figurati, non c’è di che. Sai, stavo proprio pensando a te! Non è che oggi verresti a pranzo con me?” “No, grazie, John.” “Oh, sempre la solita risposta. Ma sai che non smetterò mai di provarci con te, non è vero?” “Ti ricordo, per l’ennesima volta, che sono sposata e...” “... e che hai due figli. Lo so, Nicole. Ma io non mi arrendo.” PLINK! Nicole tira un sospiro di sollievo. Quel rumore annuncia che sono arrivati. Per fortuna quella sanguisuga di Anderson lavora in un altro ufficio. Scende dall’ascensore e si ritrova al 76° piano. L’orologio digitale di fronte a lei segna le 8 e 54.
Entra nell’ala del piano dove ci sono gli uffici della “Shephard&Hume”, l’agenzia di immobili per cui lavora ormai da quasi 5 anni. La attende il suo collega che, come ogni mattina, ha già una tazza di caffè fumante in mano. “Ehilà, Nicole! Come va oggi?” “A parte quel rompipalle di Anderson, bene grazie.” Prende anche lei il suo caffè e si dirige verso la sua scrivania, che è posta vicino alla finestra che le permette di vedere tutta Manhattan. Si siede sulla poltrona in pelle, appoggia il caffè sulla scrivania e si stiracchia per benino. Il suo collega è in piedi davanti a lei che guarda fuori dalla finestra. Riprende in mano la tazza del caffè e beve il primo sorso. E’ in quel momento che sente il rombo. E’ ancora lontano, ma si sente. Chiude gli occhi massaggiandosi le tempie. “Speriamo non sia un terremoto. L’hai sentito anche tu, Charlie?” Non ottiene risposta. Apre gli occhi e vede Charles Burke che guarda fuori dalla finestra con gli occhi spalancati e la bocca aperta. “Che cosa...” dice Nicole, e gira di 180 gradi la sua sedia in pelle nera. Succede tutto in meno di 5 secondi, ma a Nicole sembra un’eternità. Adesso lo vede anche lei, e capisce in un istante che il rombo non è affatto un terremoto, ma qualcos’altro. Vede il riflesso del sole sulla carlinga del Boeing che si avvicina a più di 500 chilometri all’ora. In quel frastuono, sente distintamente la tazza di Charlie che si frantuma sul pavimento; sente i suoi pantaloni che si bagnano d’urina. Non riesce nemmeno a pensare alle cose belle della sua vita, a suo marito, i suoi figli. Non ne ha il tempo. Poco prima dello schianto, riesce ad intonare il Padre Nostro. Dopodichè, il boato.

 

Sara era attaccata alla rete che delimitava la zona dei lavori. Qualche metro più indietro c’era David, che l’aspettava appoggiato alla portiera della sua macchina, come sempre aveva fatto negli ultimi quattro anni. Come Sara, anche altre decine di persone erano appoggiate alla recinzione e avevano lo sguardo fisso nel vuoto. Molti di loro pregavano. La ragazza chiuse gli occhi e in un momento ricordò sua madre che la salutava e suo padre vestito da pompiere. Era morto anche lui quel giorno, e Sara portava sempre con sé la medaglia d’onore che il governo gli aveva donato, quella medaglia che suo padre non si sarebbe mai messo al collo. L’11 settembre 2001 il mondo era cambiato, insieme alla vita di Sara e di suo fratello. Erano andati a vivere dalla loro zia, nel New Jersey, ed erano cresciuti lì, senza i loro genitori. Tutti gli anni però, nell’anniversario della tragedia, andavano a Ground Zero per ricordarli. Quest’anno suo fratello era a casa bloccato con una gamba rotta, ma lei c’era, con il suo fidanzato, che era lo stesso di cui Nicole sospettava l’esistenza cinque anni prima. Mentre una lacrima usciva dall’occhio destro di Sara, una mano le toccò delicatamente una spalla. “Amore, dobbiamo andare. Faremo tardi dal dottore.” Sara riaprì gli occhi, e la vita splendente del loro azzurro inondò quel luogo di disperazione. “Sì, arrivo subito” mormorò. Si piegò delicatamente sulle ginocchia per lasciare vicino alla rete una rosa rossa. Quando si rialzò, si massaggiò con amore il pancione che, da sette mesi a quella parte, cresceva continuamente. E insieme ad esso cresceva anche la bambina che si sarebbe chiamata Nicole. Sara diede un’ultima occhiata a Ground Zero e versò un’altra lacrima. Si girò e raggiunse David alla macchina. Salì sulla vettura e ripartirono verso casa, nella calda luce di un mattino di fine estate.

Stefano Porta