Nel cimitero

Ricordo che la mattina era pallida e fredda, molto silenziosa, forse troppo. La nebbia avvolgeva le strade leggera e sembrava di vedere il mondo attraverso una soffice tenda candida. Mi ero svegliato presto giacchè avevo deciso di infilarmi di straforo al camposanto, prima dell'apertura mattutina.
Non era mia intenzione andare a pregare, vandalizzare o chissà cosa, semplicemente desideravo fare alcuni schizzi a matita del posto: l'intero cimitero era un museo, con tombe risalenti ai primi dell'Ottocento, e l'essere solo, senza gente intorno, avrebbe aiutato a concentrarmi. Camminai lesto fino al cancello del cimitero e le tombe che si intravedevano tra il manto lattiginoso di nebbia erano così simili a figure incappucciate o chine che sentii un brivido lungo la schiena. Rimasi fermo a contemplare la scena: all'abbraccio della foschia ogni cosa all'interno del camposanto sembravano ondeggiare. Dopo un fugace sguardo intorno, non vedendo nessuno, scavalcai il cancello arrugginito e puntuto. Appena posai il piede all'altra parte uno sbuffo di vento gelido soffiò per un attimo e la nebbia si aprì proprio davanti a me lasciandomi agghiacciato. Strinsi i fogli e le matite e trovai il coraggio di entrare all'interno del "sentiero" che il vento aveva aperto. Dovetti camminare per soli quattro o cinque metri, passando accanto due colonne e due piccole statue d'angeli armati di spada, ma li percorsi così lentamente che sembrarono non finire mai; mi voltavo continuamente per tenere d'occhio i due alati guardiani di pietra, fieri con le loro spade crepate e puntate al cielo. Feci appello alla razionalità e riuscii a dimenticare il loro sguardo indagatore e finalmente potei ammirare ciò che mi stava davanti.
Le file di lapidi grigie erano inquietanti, belle allo stesso tempo, e appena fui in mezzo ad esse smisi di respirare. L'intero cimitero era meravigliosamente attraente nella sua funerea silenziosità: nella maggior parte delle tombe, alcune coperte dall'erba, le iscrizioni sulle lapidi avevano subito il lento affronto dello scorrere del tempo: qua e là i lumicini rossi in lontananza risaltavano nella nebbia e sembravano pulsare, come tanti cuori. Senza perdere altro tempo, e per ignorare qualsiasi sensazione sgradevole avesse potuto assalirmi, buttai giù schizzi e disegni preliminari. Disegnare era una mia passione: venivo del tutto rapito e perdevo sempre la nozione del tempo. Ed è quello che mi accadde, dimenticai completamente il turbamento provato poco prima. Disegnavo senza curarmi più di nulla. Non mi accorsi nemmeno della repentina sparizione della nebbia. Il sole aveva cominciato a rendere l'aria meno scura e i colori intorno assunsero una nuova luce. Sospirai.
Per cercare prospettive migliori e altri angoli decisi di spostarmi. Mi addentrai dove le tombe erano più fitte e vecchie: provai un timore reverenziale per tutte le persone ritratte nelle foto e cercai di non incrociare i loro sguardi. Mi infastidivano e avevo la sensazione che i loro occhi seguissero i miei spostamenti. Ripresi a disegnare scuotendo il capo concentrandomi solo sui disegni. Una volta finiti tornai indietro, lasciando con sollievo quella zona del camposanto e seguii la stradina ciottolata che portava alla piccola cappella, una costruzione antica e semplice dal colore grigio marmoreo. Passai accanto ad una fila di basse lapidi tutte uguali, da una parte e dall'altra e d'improvviso ricevetti una spinta. Deglutii e sussultai, facendo cadere le matite. Erano state due mani: avrei giurato su qualunque cosa o persona, perfino su Iddio stesso. Ma ero solo!
Non ebbi il coraggio di voltarmi. Fissai invece la lapide sulla quale fui spinto. Tremai. Un errore, pensai, o un omonimo. Sulla superficie grigia c' era scritto:

 

Eritt John
Nato il 9 - 9 - 1969
Deceduto il 12 - 3 - 2005

 

Se anche avessi potuto avere dei dubbi, una volta scostati alcuni ciuffi d'erba alla base, vidi il mio viso sorridente, in un ovale dorato. Ero paralizzato ma via via mi rilassai. Percepii mille sguardi vicino a me eppure non ne fui turbato, anzi, li sentivo come familiari e finalmente capii.
Nella mia mente si formarono solo due nitide immagini: Samuela dai profondi occhi verdi e i capelli castani e Elina, dal dolce sorriso.

 

* * *

 

-Mamma, vieni a vedere!- chiamò la piccola Elina con voce chiara. Samuela si avvicinò, asciugandosi le lacrime. Aveva la camminata stanca ed il viso tirato. Elina le afferrò la mano, cercando di sorreggerla, e indicò con il dito eccitato la tomba di suo padre, morto pochi mesi prima.
Singhiozzando Samuela vide un mazzo di fogli e delle matite posate sulla tomba di John.
Incuriosita ed agitata raccolse gli oggetti e gli trovò freddi, come se fossero stati là tutta la notte. Cominciò a tremare nel riconoscere nei disegni lo stile di John, e altre lacrime scesero lungo le sue guance arrossate. Elina si strinse ancor di più alla madre. Ella, in un impeto di tristezza, stava per gettare al vento i fogli e all' ultimo momento vide alcune parole scritte sul retro di un disegno.

 

Samuela, Elina,
Vi voglio bene e ve ne vorrò sempre.
Non preoccupatevi per me,
Sto bene.
Un bacio e un abbraccio.
John.

 

La calligrafia era inequivocabile, tutto era stato scritto dalla mano di John. Samuela non aveva bisogno d'altro, nè di spiegazioni razionali e sensate. Strinse a sè i disegni e la mano della piccola Elina, la quale sfoggiò un sorriso luminoso, uno di quelli che aveva sempre regalato al suo papà. Insolitamente felici varcarono la soglia del cimitero e tornarono a casa, certe che sebbene John non fosse più con loro, egli le avrebbe sempre amate e protette.

Fabrizio Serra