Incubo

Diedi le condoglianze di rito ai familiari di Anna, la collega deceduta per improvviso ictus. Aveva appena trent’anni e lasciava un figlio di otto anni e marito distrutti dal dolore.

 

La mattina nel recarsi al lavoro in macchina aveva accusato un leggero mal di testa. Aveva riferito per telefono questo particolare al marito appena arrivata in ufficio. Verso le dieci ero entrato da lei a portarle una tazzina di caffé come facevo di solito e la vidi riversa col busto e la testa sulle carte della scrivania. Intorno un lago di sangue che aveva bagnato anche il pavimento. Mi cadde la tazzina di caffé e gridai. Chiamai aiuto. Accorsero gli altri del dipartimento. Anna era morta. Ictus. Il sangue sulla scrivania e sul pavimento era fuoriuscito da bocca, naso ed orecchie. Non aveva avuto neanche il tempo di gridare aiuto.
Al funerale tanta gente. Uno vicino a me commentò:

 

“Era una donna bella, giovane e felice. A volte il destino è feroce, assurdo...”

 

La notte la sognai. Ebbi un incubo. Vagavo... Vagavo in un mondo caliginoso... ero in una caverna con stalattiti e stalagmiti. La vidi. Vidi Anna. Era un essere gigantesco oppure ero io minuscolo in un mondo immenso. Dormiva distesa su una grande pietra levigata. La mia altezza superava appena il bordo superiore delle sue cosce... Adesso camminavo scalzo e in equilibrio sopra le sue enormi cosce. Passai adagio sul vasto ventre e ne scorsi l’ombelico. Proseguii oltre. Davanti a me s’elevavano i suoi seni e i capezzoli rossi ed appuntiti come piccole dune. Sotto i miei piedi il suo petto era immobile. Anna non respirava. Osservai il suo mento, la linea della mandibola e le fisse, infossate guance. Chiamai forte:

“Anna.”
Intorno il vasto silenzio e la foschia della caverna. Una voce misteriosa, originatasi dagli anfratti bui della caverna, disse echeggiando: “Fummo amanti e felici..”

 

Vidi il sangue abbondante uscirle dalla bocca e colare a terra in un piccolo lago. In quella cupa conca vermiglia si specchiava l’immagine di una donna che disse:

 

“Io sono Nemesis. Non potevo sopportare che la vostra felicità a lungo durasse.”
I suoi occhi erano lucenti e freddi. Mi svegliai di soprassalto. Ansimavo. Mi mancò l’aria. Ero tutto sudato nonostante fosse inverno.

 

Il giorno seguente in ufficio pensai a tante cose. C’è la zona eterea, silenziosa ed immacolata dove gli dei si raccolgono e ci siamo noi umani con le nostre passioni. Se diamo fastidio alla divina beatitudine, una guerra, una epidemia, un diluvio, un terremoto... ci mettono a posto. Ritorna la calma e l’ordine.
Se gli umani s’elevano oltre un certo limite, ci pensa Nemesis, la dea della giustizia della vendetta, sorella della Morte e del Sonno. Lei doma la superbia e l’umana eccessiva felicità.

Giuseppe Costantino Budetta