Imago mortis

A volte i luoghi ci riconoscono e ci inviano un segnale.
Da oltre l’alta murata di cinta rumore di traffico cittadino giunge ovattato. Lapidi spuntano sbilenche dall’erba, pietra corrosa dal tempo, crepe polverose. Il lamento vuoto del vento contro le cancellate che sbarrano i sepolcri quasi fossero le canne di un organo. Angeli di marmo piangono lacrime color cannella.
Mi piace venirci, questo luogo mi dà un senso di appartenenza.
Ti ho incontrata per un caso fortuito, la tua lapide celata da sterpaglie e cespugli. Il trascorrere del tempo ha velato l’immagine antica incastonata nel marmo. Dall’iscrizione apprendo che sei morta da oltre un secolo. Avevi cinque anni. La collanina di corallo che ti si vede al collo risalta, sul soffice golfino bianco, come un rivolo di sangue color rubino che scende giù. I tuoi occhi sono due perle antiche che emanano un chiarore di alba.
EMMA.
Il tuo nome è un’unica lenta onda sonora.
I tuoi occhi continuano a fissarmi enigmatici ed imperturbabili. Forse è solo quel lieve strabismo, comune a molti bambini, a creare impercettibili dissonanze nel tuo sguardo.
Mi siedo sull’erba.
- Forse vuoi solo che io preghi per te – dico.
La sigaretta spenta tra le labbra, mi sdraio, le mani a conca dietro la nuca. Per me pregare è quando osservo le nuvole. E’ creare spazi di vuoto mentale che provocano questo vertiginoso senso di smarrimento. Solo allora mi accorgo che le fronde degli alberi sono a volte pervase da fremiti. E che le cime dei cipressi incessantemente oscillano.
Sento, Emma, che continui a fissarmi. I tuoi occhi sembrano provenire da molto lontano. Forse per te io sono speciale.
- Non temere principessina dal musetto imbronciato, non vado via, anche io ho bisogno di restarmene per un po’ qui, accanto a te.

 

***

 

Il tuo pensiero, labile e duraturo come un fiore tra le pagine di un libro, continua ad ossessionarmi. Perché negarlo, quel giorno c’è stato dell’altro. Ho percepito ad un tratto l’alito fetido del male aleggiare intorno a me. Per un attimo mi è parso di vedere il sepolcro e le orbite vuote. Il cielo si è fatto nero ed una pioggia fredda ha cominciato a scrosciare sulle cose, ed io...

 

- Cosa sei tu quando piove?
- Io... non lo so...
- Solo un uomo con il bavero alzato.
Clic!

 

... rientrai infine a casa zuppo come un pulcino.
Quella notte Emma ho sognato donne in nero che ascoltano musica per i defunti. Poi le ruote del carro funebre sul selciato in una giornata brumosa mentre le campane rintoccano a morto.
- Perché muoiono i bambini? – diceva il prete nell’omelia. – E come muoiono?
- Come muoiono? Con aggraziate convulsioni – disse tra sè l’uomo celato dietro la tesa del cappello.
Perché in quella funebre giornata, Emma, ho visto un uomo scegliere premeditatamente un cilindro dalla tesa ampia per gettarsi sul viso una penombra di malinconia. Gli occhi avevano però una luce spietata che forava quell’oscurità artificiale.
- Fermatelo! Il suo lutto è una menzogna! – urlavo, ma il suono delle campane cresceva fino a stordire. E copriva le mie parole.
Per questo, Emma, oggi ho infilato la mia Rolleiflex nello zaino e sono uscito. Solo per questo. Per venirti a trovare. Per portarti con me.

 

***

 

Riavvolgo il rullo, lo estraggo e lo poggio sul bancone.
- E quale grandezza di stampa possiamo ottenere? – chiedo.
- Tenterei un centoventi di lato – mi risponde il tecnico.
- E non incorreremo in problemi di sgranatura?
- Mi stava dicendo che la sua fotocamera monta un Planar, giusto?
- Sì – dico - un Planar.
- Non si preoccupi allora: nessun problema di sgranatura.

 

***

 

Confesso di essere molto soddisfatto del risultato. La cornice scura a fatica argina la luce diafana che emana il tuo sguardo. Sulla parete di fronte al mio scrittoio dove possiamo vederci, sentirci, osservarci, toccarci.
- E questo cosa sarebbe?
E’ dietro di me, le sporte della spesa in mano, accaldata, stanca, spossata.
- La riproduzione di un quadro – dico. – Ti piace?
- No, non mi piace, è sinistro, mette paura. E poi per quanto ne possa capire non mi sembra affatto un quadro. Sembra... sembra... No! Dimmi che non è quello che sto pensando.
Ma poi perché mentirle, dal momento che è quello che sta pensando.
- Amore, ti presento Emma. Emma... mia moglie.
Il suo sguardo torvo su di me, il fatto che nemmeno un muscolo del suo viso si è mosso, significano solo che il mio tentativo di sdrammatizzare è fallito miseramente. Ecco, ora so quello che deve succedere. Perchè quando vuole essere crudele con me è sempre così terribilmente prevedibile, quasi scontata? Abbasso gli occhi e attendo.
- Bene! – dice. – Ora anche i morti in casa ci mettiamo. Comincio a credere che tu sia seriamente disturbato. Ma dimmi: a cosa ti serve? A spararti seghe sulle ossicine di una bambina morta?
- Ora stai diventando eccessiva – dico. Non mi piace vederla trascendere.
- Vado di là a cambiarmi – dice. - Quando torno tu hai tolto quell’obbrobrio dalla parete e lo hai fatto sparire, chiaro?
Degludisco a vuoto. Ma perché non capisce? Eppure è tutto così semplice! Dovrei dirle dell’uomo con il cappello dalla tesa larga... E di questo senso di pericolo imminente... Dei miei sogni, così complessi ultimamente... Sì, dei miei sogni che non si erano mai spinti così oltre. E delle telefonate anonime che continuano a tormentarmi...
- Chiaro? – ripete.
Forse dovrei dirle anche...
- Sarà fatto cara – dico.

 

***

 

- La maestra mi ha chiesto che lavoro fa il mio papà.
- E tu?...
- Gli ho detto che il mio papà è un dottore.
- Bene piccolo! E lei?...
- Mi ha chiesto che tipo di dottore sei. Allora le ho detto che mio papà è un dottore infermiere.
- Argh! Ma come ti è saltato in mente piccolo sciocchino impertinente. Ti avevo detto dottore. Dottore e basta.
- Ma tu papà... sei davvero dottore?
- Certamente! Io curo i bambini che non mangiano.
- Anche quella bambina non mangiava? – dice.
- Quale bambina, non ti seguo.
- La mamma ha detto che oggi hai portato in casa una bambina.
- E cos’altro dice la mamma?
- Dice che quella bambina se la sono mangiata i vermi perché era cattiva e che ora è solo cenere.
- Tutte queste cose terribili ti ha detto la mamma?
Si soffia via la frangetta da davanti gli occhi e abbassa lo sguardo a fissarsi le scarpette della Nike.
- Ti odio papà – dice con un filo di voce.
- Cosa hai detto? – dico.
Mi balza addosso e comincia a tempestarmi il petto con i suoi pugnetti.
- Ti odio papà – ripete tra le lacrime. – La mamma ha ragione, quella bambina è cattiva e tu non sei riuscito a curarla! Ma ora è solo cenere, è solo cenere, è solo cenere...

 

- Senti una presenza dietro te. Cosa fai?
- Mi volto.
- Ti volti?
- Ma certo!
- Io no.
Clic!

 

Ho incartato il quadro dentro fogli di giornale e l’ho riposto nello sgabuzzino tra le altre cose inutili.
Vi è rimasto fino al giorno in cui...

 

***

 

- Sembriamo due amanti in clandestinità. Ultimamente ci si vede solo nei periodi che tua moglie parte.
Cerco di catturare i suoi occhi nei miei mentre elaboro in fretta una risposta ad effetto.
- Non fraintendermi – mi anticipa. - Non ho nessuna intenzione di fare sesso con te.
- Eppure un tempo io e te...
- Siamo stati insieme, lo so. Eppure se potessi tornare indietro sceglierei di non rivivere quel tempo.
Mi affretto a cambiare discorso prima che finisca di demolirmi.
- Senti Laura, ti propongo un gioco. Tu ora chiudi gli occhi e li riapri solo quando te lo dico io.
Mentre la mia amica ha gli occhi chiusi corro nello sgabuzzino, prendo il quadro, lo scarto e lo porto nella camera. Lo sistemo con cura sulla spalliera di una sedia di fronte a lei.
- Ecco fatto. Ora puoi riaprire gli occhi.
Un’espressione di piacevole stupore.
- E questo cos’è? – dice.
- Ti chiedo solo di dirmi se ti piace.
- E’... strano.
- D’accordo, strano. Ma ti piace?
- Un po’ mi piace, un po’ mi mette paura.
Gli narro a grandi linee tutte le circostanze che mi hanno portato a possedere quella riproduzione. Lei non ne sembra turbata. Continua a fissare la stampa con interesse.
- Laura, io non posso tenerla – dico infine. – Avresti dovuto vedere mia moglie la tragedia che ha fatto solo perché lo avevo appeso alla parete. Perché non te lo prendi? A te lo cedo volentieri, sul serio.

 

***

 

- Prendi la linea Gino, ti passo un’esterna.
- Pronto.
- Dobbiamo vederci.
- Smonto alle due – dico. – Ma poi devo...
- No cazzo! Tu non devi proprio niente. Facciamo alle due e trenta alla stazione.
Clic!
Era Laura. Non avevo mai sentito la sua voce così gelida.

 

***

 

E’ pallida come dopo una notte insonne. Gli occhiali scuri non riescono a nascondere la vistosa ecchimosi violacea sotto lo zigomo.
- Ora tu mi devi dire chi era quella bambina – dice.
- Mi sembra di averti già spiegato tutto.
- Certo, mi hai spiegato tutto. Ti resta solo di dirmi chi era quella bambina.
Sbuffo esasperato.
- Mia moglie ed i bambini ultimamente mi detestano. Ora Laura non mettertici anche tu, te lo chiedo per favore. Sediamoci ad un tavolo, abbiamo tutti e due bisogno di un caffè.
- Ieri sera è venuta a cena da me una mia vecchia amica – dice poco dopo. Sembra che il caffè un po’ l’abbia distesa. – Ho fatto pressappoco quello che avevi fatto tu con me: gli ho fatto chiudere gli occhi e l’ho accompagnata di fronte al quadro. Quando li ha riaperti ha lanciato un grido strozzato e si è accasciata in terra. Ha rovesciato gli occhi ed ha cominciato a fare la bava dalla bocca. Ho avuto paura. Davvero sai? Non sapevo cosa fare.
- Ti credo bene! – dico. – E’ evidente che la tua amica va soggetta ad attacchi epilettici.
- Quando poco dopo si è ripresa – continua lei - si è alzata e mi ha mollato un ceffone. Era furiosa. Ha cominciato ad inveire contro di me. Perché gli avevo mostrato quella cosa? Ne aveva sentito addosso tutto il male profondo che emanava. Infine se ne è andata sbattendo la porta.
- Una cosa davvero spiacevole Laura. Mi dispiace.
- Me ne infischio dei tuoi “mi dispiace”. Il problema è che io ora ho bisogno di sapere. E tu sei l’unico che mi può aiutare.
- Cosa dovrei fare?
- Mi basta che mi conduci su quella tomba. Al resto penserò io. Devo svolgere indagini retrospettive. Esisterà pure un’anagrafe cimiteriale! Voglio svelare quale mistero avvolge quella bambina.
- Laura, comincio a pensare che i morti hanno solo bisogno di essere lasciati in pace.
- Sei tu che li hai risvegliati – mi risponde in tono sinistro. – Ed ora io ho bisogno di sapere.

 

***

 

- Perché muoiono i bambini?
- Io... non so risponderti...
- E come muoiono?
- Per favore... - dico.
Clic!

 

***

 

Il giorno che l’ho accompagnata sul luogo della lapide c’era un magnifico cielo sgombro di nubi. Ho viva l’immagine di lei in jeans e camicetta bianca che si inginocchia per estirpare le sterpaglie che nascondono l’iscrizione sottostante. Ci siamo salutati freddamente, quasi come due estranei. Ed ora un po’ me ne dispiace. Del resto, al momento nulla lasciava presagire che...
Circa due mesi dopo quell’incontro una telefonata di una comune amica mi informava che Laura si era tolta la vita defenestrandosi dalla finestra del suo appartamento.
Non so nulla delle sue indagini. Non so nemmeno se il quadro, al momento del suicidio, era ancora in suo possesso.
So dove la mia amica è sepolta, ma non sono mai andato a trovarla. Nemmeno per deporrere un fiore. Strano, vero? Io che amo i cimiteri, che amo dimorarci, non sono mai andato a trovare la mia amica Laura. E nemmeno nessun altro dei miei morti.

 

***

 

- ... e dimmi: cos’altro ti ha detto la mamma?
- Ha detto che quando muori ti scatta una foto proprio mentre i vermi ti mangiano la faccia.
- E’ proprio necessario dirmelo con quel sorrisino sulle labbra? Ho capito, c’è dell’altro, vero? Su, avanti, parla!
- Ha detto anche... ha detto...
- Cosa?
Un sorriso radioso gli si dipinge sul viso.
- Ha detto che dopo il tuo funerale ci porta tutti da McDonald.
- Ah, brutta canaglia, se ti prendo...

 

***

 

GLI EREDI INCENERISCONO IL TESTAMENTO
CON LO SGUARDO.
LE BARE SONO SARACINESCHE ABBASSATE
IL 15 DI AGOSTO.
NELLE VOCI OLIO E RUGGINE.
UNA BAMBINA CON OCCHI DI CANFORA
MASTICA PASTICCINI SECCHI.

 

Questa breve poesia la scrissi tempo fa pensando alla bambina della lapide. Il significato continua a restarmi oscuro. Sei stata tu Emma a suggerirmela, vero? Chissà cosa hai cercato di dirmi principessina dal musetto imbronciato.
O forse ha ragione mia moglie: voi morti siete solo cenere. Ed i veri fantasmi sono quelli della nostra mente.

 

E questo è tutto. La storia termina qui ed io vi lascio alle vostre cose.
No, tu non andare! Vieni dal tuo papà. Così, bravo! Ed ora guardami negli occhi e dimmi: cos’altro ti ha detto la mamma?

Gino Spaziani