La poltrona fumante

Era il settembre del 1985. Avevo perso mio padre da meno di un anno, e avevo di conseguenza cominciato a lavorare al suo posto. Avevo 19 anni, e venivo catapultato dai fatti della vita in prima linea.
In quei giorni iniziavo il quinto anno di ragioneria, e a casa, con tre fratelli più piccoli, era impossibile concentrarsi per studiare. Lavoravo la mattina, andavo a scuola il pomeriggio - causa doppi turni - e studiavo la sera fino a tardi: decisi che la soluzione ideale era andare a vivere da mia nonna Valeria, in un antico palazzo di Via del Corso. La casa la conoscevo a memoria, c'ero stato centinaia di volte, ma ricordo la prima volta che entrai con le valige. Vidi il quadro che mi spaventava da bambino: una donna con dei cassetti nelle cosce, roba tipo Salvador Dalì, non so... e poi i manichini di quando mio nonno faceva il sarto, e la poltrona dove era morto, meno di cinque anni prima. Ricordo ancora la mano furtiva di nonna che accarezzà il bracciolo, come se lui fosse ancora là seduto.
"Mi svegliai verso le sei", mi raccontò nonna, "e lo trovai seduto là... sembrava dormisse, ma poi quando alle dieci ho provato a svegliarlo non rispondeva..."
Ricordo la mattina in cui morì, era il giorno dopo il mio compleanno. Il giorno prima nonno era alla mia festa, e i miei compagni si spaventavano perchè baciava le sigarette non riuscendo più a fumarle.
Passai oltre, davanti a quella che era stata la stanza di mio padre, portato via in cielo da un mostro chiamato cancro: ormai era solo il fantasma di quella stanza, inglobata nel salone dopo che lui si era sposato tanti anni prima e ricordata solo dall'impronta delle pareti divisorie sui muri e sul soffitto. Entrai nella stanza da letto in fondo, dove dormiva nonna: anche là quadri, e mobili di legno tarlato.

Prima che arrivasse sera avevo installato il mio videoregistratore sul televisore del salone, mentre nonna mi attrezzava il divano dove avrei dormito fino all'estate successiva.
Dopo cena mi sistemai sulla poltrona di nonno, a vedere un film.
Tenevo le mani appoggiate sui braccioli, come usava fare nonno Mario.
Vedo passare nonna, dalla cucina verso la sua camera.
"Buonanotte, Ma'..."
Lì per lì non ci feci caso. Ma' era il modo in cui lei chiamava lui, e curiosamente quello in cui lui chiamava lei. Ma' come mamma, dato che era orfano e forse sua madre non l'aveva mai conosciuta.
Dopo un po', la luce chiara della TV nel buio aveva assopito i miei sensi, e fui scosso da alcuni colpi di tosse. Era la televisione, una donna fumava e tossiva, battendo la mano su un ripiano in legno come a voler cacciare la tosse dalla gola.
Fu allora che sentii una strana sensazione sulla mano sinistra, come di una presenza che mi faceva drizzare i peli sulle dita. Poi una presenza sulla destra, dopo uno strano solletico vicino alle labbra...
Una donna mi ha baciato? E' un sogno?
La presenza sulla mano destra sparì di nuovo, e ancora le labbra sentirono qualcosa di estraneo, poi di nuovo sulla mano.
Stavo fumando!
Però all'epoca fumavo un mezzo pacchetto al giorno, perchè se non fumi come gli altri quando sei ragazzo non ti annerisci ben bene i polmoni... ho smesso del tutto da un anno.
Ma non ero io a fumare, me ne resi conto quasi subito. Ero assonnato, ma non abbastanza da non accorgermi della sensazione alle mani. Ricordai nonno che fumava con le cannulle dell'ossigeno nel naso, tanto da bruciarsi i baffi e rischiare di far saltare il palazzo... nonno che va al S. Giacomo, pochi portoni appresso, ma poi firma e ritorna a casa in vestaglia con la piccola bombola dell'ossigeno sotto braccio, fermandosi ogni pochi passi...
"Buonanotte, Ma'..."
Porca vacca, ma nonna cosa aveva visto?
Mi giro verso la sua stanza e vedo un bambino che mi viene incontro, sanguinante.
"Signora Maiucchi il sangue!"
Ricordo ancora oggi il racconto di mia nonna, al tempo della guerra, un bambino che giocava con mio padre era caduto a terra e si era rialzato che perdeva sangue.
Solo che il bambino sanguinante era papà.
Avevo visto solo una foto di quando era piccolo, era sul mobile di fianco alla TV proprio in quel momento.
Il bambino mi mette una mano sugli occhi e me li chiude, così come si fa con un morto.
La mattina dopo mia nonna mi vede dormire tranquillo in poltrona.
Morto.
No, non ero morto come nonno, mi scossi da solo quando mi passò accanto per andare in cucina, vidi l'orologio sul videoregistratore e scattai verso il bagno, era tardi.
Nei giorni seguenti sentivo mia nonna parlare, e ha continuato a parlare da sola fino a pochi mesi fa quando se ne è andata.
Da allora mi sono sposato e ho due figli meravigliosi, come eravamo belli noi per nostro padre. La jella mi perseguita come perseguitava lui, aiutata dal nostro carattere difficile.
Quel bambino che mi chiuse gli occhi lo rivedo qualche volta in sogno, mentre in cielo vedo mio padre da adulto quando guardo in alto in cerca d'aiuto.
Nonno Mario e il suo respiro roco mi ricordano che non devo fumare, e i racconti di nonna Valeria mi aiutano a trovare sempre qualcosa di cui ridere nei momenti bui.
Mia madre mi ricorda che nonno aveva ragione, la mamma è qualcosa che se non ci fosse bisognerebbe inventarsela.
Non so se il fantasma di mio nonno abitasse davvero in quella casa, so che nonna ci parlava spesso... se i vostri vecchi parlano da soli, provate ad ascoltarli meglio, e fate attenzione alle sensazioni che provate sulle mani. E sulla bocca. E sul cuore.

Alessandro Maiucchi