Uno vale l'altro

Ho aperto la porta d'ingresso con irrisoria facilità e ora mi muovo furtivo nel corridoio, avanzando con estrema cautela. Non mi riesce difficile controllare il movimento, eppure sento una punta d'ansia rigirarsi lentamente nel mio cervello, minare le certezze che mi sono costruito col passare del tempo. Quanto sia bravo a muovermi in silenzio, lo so bene, ma sono umano dopotutto, ed in quanto tale sono limitato: il mio limite è il respiro. Nei momenti importanti si fa corto, ansante, affamato precursore di eventi che solo la mia mente conosce.
Anche in questo momento respiro rumorosamente, e so che corro il rischio di essere scoperto. Ma ciò mi eccita ancora di più, e il mio respiro si fa fatalmente più frenetico: è un circolo vizioso che un giorno potrebbe portarmi a fallire, e dunque a morire, so bene anche questo, ma la cosa non mi spaventa.
Mentre proseguo lentamente, penetrando a poco a poco nell'oscurità che mi avvolge, sento l'adrenalina aumentare, scorrermi nelle vene con un'irruenza giocosa, che sa di trasgressione alle leggi degli uomini e di Dio. Il peso del martello nella tasca dell'impermeabile m'infonde sicurezza. Stringo più forte lo scalpello che tengo nella mano destra. È vecchio, con la punta arrugginita, ma gli sono affezionato: ha sempre fatto il suo dovere, e so che non mi tradirà neanche stavolta.
La porta che ho di fronte ha una maniglia di ottone lucido. Sotto le dita la sento liscia mentre l'afferro e la ruoto lentamente. Girandola piano, ma con mano risoluta, penso al tizio che dorme ignaro al di là della porta. Un uomo brutto, goffo, insignificante. L'ho scelto proprio per questo: perché è inutile, perché la sua esistenza è un'offesa alla mia sensibilità.
L'ho incontrato per caso, stamattina al bar, e la sua faccia penosa mi ha rovinato la giornata. Mi ha sprofondato in una grigia apatia, un senso di nausea che mi ha preso allo stomaco. Uomini simili sono il cancro della vita, ed il trovarli sul mio cammino è quanto di peggio possa accadermi. Io lo so, lo so bene, perché ho speso la mia vita ad uccidere i perdenti, a liberare il mondo dal loro inutile peso. Ma essi non desistono, continuano ad attraversarmi il tragitto, seguendo un percorso che non li condurrà da nessuna parte! Qual è la ragione della loro esistenza? Nessuna! Nessuna, se non quella di infettare l'essenza di chi come me vive intensamente. Io non posso permettere che per uno stupido scherzo del destino le nostre strade si incrocino ancora.

Ne va della mia stessa potenza vitale. Non voglio ringraziamenti per il servigio che rendo anche agli altri. Lo faccio per me, soltanto me, degli altri non mi importa nulla. Quell'uomo mi è nocivo e per questo deve morire.
L'ho seguito discretamente, per tutto il giorno, fino a che non è tornato a casa, e minuto dopo minuto ho sentito il mio odio nei suoi confronti crescere in maniera quasi insostenibile. Alle sette e mezzo finalmente è rientrato a casa, e, mezz'ora dopo, Io ho bussato alla sua porta. L'avrei ammazzato in quel momento se avessi potuto farlo, ma non avevo lo scalpello purtroppo.
"Buongiorno, sono l'idraulico" ho detto semplicemente, quando mi ha aperto.
"La signora al piano di sotto è preoccupata per una perdita d'acqua, dovrei dare un'occhiata al suo bagno".
Lui mi ha fatto entrare. Un'avventatezza che pagherà con la vita.
Camminando nel corridoio, mi sono impresso nella memoria la disposizione delle camere, i possibili ostacoli, la posizione dell'arredamento nella sua camera da letto con la porta aperta.
E ora sono pronto a punirlo.
Quando finalmente ho aperto del tutto la porta, un silenzio nero mi accoglie nella camera. Il letto è a un metro, di fronte a me, leggermente spostato sulla destra, lo ricordo bene.
Mi muovo lentamente. Attenzione al respiro. Il respiro, già, il respiro: perché non lo sento respirare? Dovrei sentirlo. Dovrei sentirlo! E invece non sento niente!
No, non può essere! Deve essere a letto! Io devo ucciderlo! Devo!
Perché non respira? Dannazione!
Con rabbia cerco l'interruttore sulla parete alla mia destra. Accendo la luce e trovo l'uomo a letto.
Non apre gli occhi, nonostante l'improvviso scroscio di luce. E non respira, perché è morto. Dal collo squarciato da un orecchio all'altro scivola lentamente un rivo di sangue scuro. È morto da poco, c'è ancora pressione nei vasi. Ma le finestre sono chiuse, e dalla porta non è uscito nessuno: l'ho tenuta d'occhio per ore, aspettando il momento di colpire. L'assassino è ancora in casa.
Muovo lo sguardo nella camera, indugiando sui possibili nascondigli. L'armadio, il letto, la porta, le tende. Le tende. Sono spesse e scure, lunghe fino al pavimento. È nascosto lì dietro? Forse, direbbe la ragione. Sì, mi dice l'istinto. Io lo so, lo so che è nascosto lì dietro, che trattiene il respiro per non essere scoperto. Posso vedere il sudore che gli corre lungo la schiena, sentire il suo cuore che pulsa, fiutare la sua paura. Io so che è lì! Prendo la lampada sul comodino e la scaglio con forza contro di lui. Lo colpisco e lui cerca di smorzare un urlo di dolore, ma si rende conto che l'ho scoperto, che non ha scampo. Quando esce fuori brandendo il coltello con cui ha ammazzato quello nel letto, sento un fremito percorrermi le membra. Schivo il suo colpo goffo con facilità e gli assesto un calcio al retro del ginocchio. Si sbilancia e picchia con la testa sul marmo appoggiato alla scrivania. Cade a terra. È ancora vivo, ma svenuto. Mentre è privo di sensi lo osservo. Mi ha fatto un favore ammazzando quell'altro, eppure non posso risparmiarlo. Il suo volto è così insulso, così privo di carattere. Nonostante abbia compiuto un gesto degno d'ammirazione, io so che tradirebbe la mia fiducia in futuro. Lo so, perché lo so e basta. È inutile costui, inutile quanto l'altro, e la sua esistenza mi sarebbe allo stesso modo dannosa. Non posso rischiare.
Gli poggio lo scalpello sulla fronte, inspiro, e con una martellata glielo ficco nel cranio.
"L'uno vale l'altro" mi dico, mentre mi allontano dall'appartamento.

Giuseppe Pastore