Berserker

Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2003 - edizione 2

Calma.
Ora si sentiva calmo. Iniziava ad avere di nuovo la percezione del corpo.
Era in ginocchio, sentiva il pavimento duro che premeva sulle rotule.
Non capiva ancora esattamente cosa fosse successo, ricordava solo un eccesso d'ira… poi il buio.
Ma il motivo?
Era sempre così calmo, così riflessivo… mai un tono di voce più alto del normale, mai uno scatto di nervi. Ma sembrava che per un periodo indefinibile di tempo, forse qualche minuto, avesse perso il controllo.
Ci avrebbe pensato più tardi, adesso voleva riposarsi un po'.
Un momento… perché ora si sentiva così debole? E perché la sua camicia sembrava bagnata… calda?
Forse era il caso di aprire gli occhi.
Rosso.
Il pavimento era pieno di liquido rosso, lo stesso che aveva intriso la camicia.
Le mani… rosse anch'esse.
Sangue!
Ma di chi era? Non c'era nessuno con lui, era solo… era sempre stato solo.
Iniziava a ricordare… prima stava piangendo. Aveva anche urlato.
Poi qualcosa era entrata dentro di lui. O forse un qualcosa di sopito era uscito fuori, aveva preso il controllo.
Iniziava ad avere freddo.

Ora si stava trascinando verso l'armadio con lo specchio, quello vicino al letto. Perché era così difficile muoversi? Forse aveva sbattuto le gambe… sì, doveva essere senz'altro così.
Non riusciva a vedere bene, aveva i capelli bagnati incollati sul volto… E adesso, cos'era l'immagine allo specchio? Era lui? Possibile?
Con la gola aperta?
Il sangue sgorgava copioso da uno squarcio sotto il mento, sembrava una ferita di artigli… era chiaro ora.
Non aveva mai perso il controllo di sé, non aveva mai aggredito nessuno… e allora il demone che lo possedeva aveva trovato un altro modo di sfogare la sua rabbia.
Contro il suo corpo.
Non era così doloroso morire… ma avrebbe almeno voluto riuscire a ricordare perché.

Stefano Bertone

Sono nato a Roma nel 1980, e da anni scrivo come passatempo, per trovare distrazione e a volte conforto. La maledizione (o forse dovrei dire il fascino) dell'incompiuto mi perseguita sin dall'infanzia, e quasi tutto quello che ho scritto in questi anni è ancora in attesa di essere concluso, chissà come e chissà quando. Mi piace soprattutto affidarmi allo stream of consciousness (facilitato dal fatto che scrivo generalmente di notte, per rendere produttiva l'insonnia), come appare da questo racconto, scritto nel settembre 2003 alle 5 del mattino.