Kerberos

Gli piaceva vivere zen, Torino vomitava le sue innumerevoli contraddizioni con quelle manifestazioni meteorologiche. Pioveva e c'era il sole, questo non lo aiutava ad alleviare il peso del "gradino", un solco nell'anima altrettanto paradossale e misterioso che lo relegava a una dannazione eterna. Torino come i versi di una poesia di Borges, nere notti e bianchi giorni, Torino così maledettamente complementare da farti venire il mal di testa, Torino così squisitamente grigia a fondere tutto quel dualismo cosmico che gli mandava in corto il cervello.
Mentre scendeva veri gradini granitici terribilmente reali, accantonò di nuovo le vesti del rispettabile cittadino con una inattacabile etica di fondo impregnata di sani moralismi e ridivenne ancora una volta lo spietato e mostruoso Cerbero, il guardiano degli inferi, colui-che-impediva-ai-vivi di oltrepassare la linea di confine e che vietava-ai-morti di rivedere la luce. Mentre l'oscurità dello scantinato rese opalescenti le ultime notizie di cronaca di una stampa cittadina tutta centrata sulla ennesima sparizione di una docente di una nota scuola di formazione, giornale che teneva sotto l'avambraccio proprio sotto la fondina, il terrificante mostro a tre teste che si cibava del sole mentre il cielo eruttava pioggia, si rilassò definitivamente quando l'acre odore di muffa e di terra nera gli permeò le narici. Rinchiuse la porta e si identificò completamente nel ruolo di guardiano degli inferi cibandosi dei mugolii di dolore delle sue vittime rinchiuse in celle scavate dentro le cavità oscure della terra. Era come una sottile melodia che costringeva le sue due orrende teste diametralmente opposte ad avvicinarsi per fondersi in un unico punto di equilibrio centrale: soltanto ora era finalmente se stesso.

La ragazza che aveva rapito e anestetizzato il giorno prima si era risvegliata e ora provava ancora con il palato paralizzato a gridare a divincolarsi e a lottare pur di uscire da quella terribile condizione di maledetta da Dio. Cerbero gli sorrise e lei si placò: di colpo capì che in quella città non poteva esserci più speranza. Di colpo tutto divenne nefasta rivelazione mentre il volto demoniaco del cane guardiano diventava raggiante di ritrovata felicità. Niente sarebbe mai più stato come prima. Mai più. Il suo cellulare squillò. Rinchiuse tutte le porte degli inferi e risalì di corsa nel mondo fasullo, per riemergere stancamente nelle nere notti di una Torino assolutamente demenziale con la sua pioggia dorata di mezzogiorno. Il gradino dell'anima, quella sfumatura che separava la razionalità dalla follia, incominciò di nuovo a farsi stridente all'altezza dello stomaco. La voce al telefono disse soltanto: "commissario, abbiamo trovato un nuovo indizio".

Enrico Faraoni