I figli degli uomini

Titolo originale: The children of men
Regia: Alfonso Cuarón
Cast: Clive Owen, Julianne Moore, Michael Caine, Chiwetel Ejiofor, Charlie Hunnam, Claire-Hope Ashitey, Ilario Bisi-Pedro, Lucy Briers
Soggetto: Alfonso Cuarón (tratto dall’omonimo romanzo di P.D. James)
Produzione: USA, Gran Bretagna
Anno: 2006
Durata: 114 minuti

TRAMA

Siamo nel 2027 e l’umanità si trova a fronteggiare il pericolo della propria estinzione: da anni, a causa di un’inspiegabile infertilità femminile, non nascono più bambini, e l’ultimo giovane superstite è appena stato assassinato lasciando il mondo senza speranza. Ovunque esplodono guerriglie urbane, attentati e minacce da parte di gruppi estremisti. I confini degli stati vengono chiusi, e tutti gli immigrati trattati alla stregua dei criminali.
In una Londra ingrigita dal preannunciato collasso, la tranquillità viene malamente garantita da una pesante legge marziale: ogni cittadino straniero viene prelevato dalla polizia e condotto in appositi ghetti per una fine non ben specificata, ma facilmente intuibile. E’ in questa società ai margini, dominata dal caos, che viene rapito il burocrate Theo, anch’egli un uomo ai margini ed ex attivista pacifista. Ad architettare il sequestro c’è l’ex moglie Julian, a capo di un commando di ribelli, che gli chiederà di sfruttare i suoi agganci in politica per garantire un visto d’ingresso a una donna di colore, misteriosamente gravida. Quello che comincerà come un semplice favore, diventerà per tutti - e in special modo per Theo, l’ultima lotta per la sopravvivenza umana.

RECENSIONE

Guardando il film di Alfonso Cuarón, si ha come l’impressione di fare un piccolo passo in un nostro ipotetico futuro, più che ad assistere a un film di fantascienza. Un tempo dove gli immigrati clandestini, in fuga da paesi perennemente in guerra, premono alle porte di nazioni non più disposte a ospitarli; dove la guerriglia urbana è all’ordine del giorno; dove gli attacchi terroristici, montati dai governi oppure a opera di folli estremisti, sono il pretesto per infiammare di più i cuori delle persone; dove le donne, per qualche oscura ragione, non sono più in grado di procreare da molti anni.
Dove tutto quello che è stato salvato, e si protegge coi fucili in spalla, è anch’esso a un passo dalla fine.
Il film, dunque, non può che cominciare con una nuova sfida a una civiltà già in ginocchio: l’omicidio dell’unico bambino rimasto in vita. E come se non bastasse, mentre il protagonista esce dal bar dove ha appena appreso la triste notizia, una bomba esplode per la strada straziando decine di persone innocenti.
La Londra del 2027, pressoché identica a quella odierna, vive in una sorta di calma apparente, mentre i clandestini e gli immigrati (nemmeno gli italiani vengono risparmiati nella versione originale), vengono ammassati nelle periferie ghetto multirazziali, e i pochi disperati rimasti nascosti nei palazzi disabitati, fanno di tutto per opporsi a un sistema che non li tollera più.
La telecamera a mano di Cuarón, priva delle raffinature nei movimenti che siamo soliti vedere nei film, segue il trasandato protagonista attraverso le strade londinesi, riprendendo questo mondo in declino con la stessa tecnica che potremmo osservare guardando un reportage di guerra. Ma, se da una parte può sembrare un film dalle sequenze improvvisate dal regista (gli schizzi di sangue che perdurano sulla lente della telecamera per tutta una sequenza ne sono una prova), dall’altra parte, soffermandoci sulla complessità di alcune scene (in particolare la disperata sequenza della fuga in macchina dove Julian perde la vita), ci si accorge come esse siano state studiate a tavolino nei minimi dettagli. Ne risulta un film estremamente dinamico, anche nelle parti apparentemente tranquille, forse per non distaccare del tutto lo spettatore dalla drammaticità della pellicola, e dalla consapevolezza che la guerra è appena dietro la porta, anche se non si odono spari ma il cinguettare degli uccelli.
La fotografia è pretenziosa e curata, benché priva di patinature e filtri: si passa dai toni tetri di Londra, ai verdissimi boschi della campagna inglese, che sembrano quasi sottolineare la speranza di un’esistenza futura, quando Kee, unica donna rimasta miracolosamente incinta (miracolosamente è il termine esatto, perché apprendiamo da lei che è pure una vergine), fa la sua comparsa fra i protagonisti che diverranno i suoi protettori. Ma presto, mentre le ombre di nuovi pericoli calano sulla vicenda, i toni ritornano a farsi cupi e grigi... e da qui fino alla rocambolesca fine.
Se Cuarón dà buona prova come regista, non si può di certo dire che abbia fatto lo stesso come sceneggiatore. Chi scrive non ha mai letto il romanzo di P.D. James da cui è stato tratto il soggetto, per cui non può fare un paragone, ma non serve poi molto soffermarsi ad analizzare la vicenda, per notare le diverse banalità che compaiono qua e là in essa: prima fra tutti il richiamo biblico dell’Avvento cristiano, quando il film stesso si fa coro e protettore della multiculturalità bistrattata dai cattivi di turno; seguono poi le mancate spiegazioni su come tutte le donne (ma proprio tutte), abbiano smesso di colpo di procreare... o come il protagonista riesca, senza dare nell’occhio, a mettere fuori uso ben tre macchine sotto gli occhi di guerriglieri addestrati, riempirne una quarta con due signore di taglia pesante, e fuggire via in punta di piedi, spingendo il veicolo. Ci sono incongruenze, banalità, ma vengono presto dimenticate in favore di un montaggio veloce e da un lavoro di regia ineccepibile.
Una nota di merito va alla colonna sonora, stranamente legata ai nostri giorni, forse per sottolineare il fatto che un simile futuro (forse dai toni meno apocalittici ma non meno duri), potrebbe condurci a un nuovo periodo buio della storia della nostra civiltà.
Sicuramente non un film perfetto, ma che fa riflettere.
Voto: 8