Interior Darkness di Peter Straub

Ci sono stati anni durante i quali le librerie italiane potevano vantare un buon numero di volumi horror scritti da un insieme di autori che al tempo (e alcuni ancora adesso) rappresentavano il top della produzione in lingua anglosassone e, fra i vari Stephen King, Ramsey Campbell e Clive Barker, spunta con una certa frequenza anche il nome di Peter Straub.

 

Classe 1943, questo autore statunitense può non essere molto prolifico (17 romanzi dal 1971 a oggi) ma rimedia con una grande qualità, così come dimostrano anche i molti Bram Stoker Award che gli sono stati assegnati nel corso dei decenni: cinque vittorie nella categoria miglior romanzo, una per il racconto lungo e altre due per le raccolte di racconti.
E anche se con buona probabilità il suo titolo più rappresentativo rimane l’ormai datato ma non per questo meno valido Ghost Story del 1979, Peter Straub si trova perfettamente a suo agio nello scrivere racconti, così come riesce ad affiancare alla fiction anche la stesura di poemi e saggistica. Interior Darkness, pubblicato a febbraio da Doubleday, è l’occasione migliore per scoprire alcuni ottimi racconti horror scritti dall’autore nel corso dell’ultimo quarto di secolo.

Ben poco di recentissimo o di inedito, quindi, ma un distillato di alcune fra le sue migliori creazioni, racconti molto diversi fra loro che hanno però in comune sia una prosa chiaramente superiore rispetto alla media dei suoi colleghi, sia la tendenza a evitare scene di estrema violenza in favore di un continuo, certosino lavoro sui personaggi e l’ambiente che li circonda.
Toni e argomenti variano quindi moltissimo lungo le 496 pagine del volume, e il lettore deve prepararsi a trovarsi di fronte alle situazioni più eterogenee.
Dal “guru” che scoprirà nella maniera peggiore che i suoi poteri di guarigione non sempre sono una buona cosa (Mallon the Guru) al ragazzo che cerca nelle sale cinematografiche un modo per evadere, salvo poi scoprire che il buio del cinema ospita pericoli molto reali (The Juniper Tree), passando per insegnanti d’asilo dalle tendenze omicide (Ashputtle) e altre situazioni ancora, per un totale di sedici titoli selezionati.
Si tratta quasi sempre di racconti abbastanza lunghi e corposi e, anche se ha dimostrato di riuscire a cavarsela anche su lunghezze brevi, Straub rende al meglio quando ha un po’ di pagine a disposizione per sviluppare trama e personaggi.

 

Chi ama e segue questo scrittore da tempo avrà sicuramente letto almeno una parte dei racconti in questione, ma Interior Darkness riserva sorprese e ritorni che possono essere gustati al meglio proprio se si conosce già bene la bibliografia di Straub.
In Blue Rose, che incidentalmente è anche una delle prove migliori (e più disturbanti) presenti nel volume, ritroveremo quel Harry Beevers che i lettori più attenti ricorderanno dalle pagine di Koko e che qui, colto nella sua giovinezza, si sfoga in maniera crudele con suo il suo fratello minore.
C’è anche spazio per una dosata miscela di comicità e orrore in Mr Clubb e Mr Cuff, che farà capire a due sicari la vera e profonda natura della vendetta.

 

Interior Darkness è particolarmente indicato a tutti quei fan del genere che cercano opere scritte con uno stile alto, a volte quasi accademico, con un assoluto controllo della materia narrata e che possono rinunciare all’effettaccio in cambio di una trama ben congegnata, psicologie credibili e tanta atmosfera.
Il tutto in attesa che qualche editore italiano riscopra questo maestro.
Interior Darkness
496 pagine, Doubleday
(Elvezio Sciallis)

Elvezio Sciallis: Non vi deve interessare chi sono. Leggete quanto scrivo e discutete di quello: chi sono non è importante, sono solo (cambia una consonante) una persona qualunque, appassionata di cinema e letteratura, specie quel cinema e quella letteratura che giocano e dialogano con il Perturbante. Ho all'attivo alcune pubblicazioni in antologie collettive e personali. Ho collaborato con diverse riviste cartacee e online. Traduco dall'inglese all'italiano videogiochi e testi per alcune società estere.

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