La tattica dell'opossum

Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2017 - edizione 16

Il ragazzino manteneva la pistola puntata verso i quattro omaccioni davanti a lui.
Le mani gli tremavano così forte da far tintinnare gli ultimi due proiettili rimasti nel tamburo.
I quattro erano sì grossi, ma disarmati e vogliosi di tenere viva la pellaccia. Se ne stavano vicini, pronti a scattare alle spalle dello sfortunato che avrebbe accolto nel calore muscolare il primo colpo del ragazzetto. Forse, entrambi i colpi: mosso dalla paura di sbagliare, il bambinetto avrebbe ripetuto all’infinito lo scatto dell’indice sul grilletto, noncurante dei click click click senza bang bang bang che si sarebbero susseguiti. Magari, nessuna delle due botte avrebbe abbattuto lo scudo umano di cui gli altri tre omoni avrebbero approfittato senza onore.
Onore o meno, il Montepremi era troppo vicino per reinventarsi guerrieri. Meglio non rischiare.
E se i due proiettili avessero colpito due dei suoi quattro avversari? Il giovanotto realizzò che comunque sarebbero rimasti gli altri due che a mani nude gli avrebbero fatto rimpiangere una fine più veloce e decorosa.
I quattro erano identici, possenti e pericolosi, fatta eccezione per un piccolo particolare che li differenziava. E, bisogna dirlo, a renderli più ridicoli.
Il giovane non li trovava divertenti. Non in quel momento, comunque. Si guardò le braccia minute che a stento tenevano in avanti la pistola e maledisse quei pochi dollari in più che lo avrebbero pompato il giusto.
Ma era troppo tardi, oramai. E il Montepremi era troppo vicino per perdersi in se e ma.
A chi avrebbe sparato? A quello coi baffoni biondi a manubrio? Al tizio con la cresta viola? Al rasta? O al parruccone da giudice vittoriano? Se fosse stato fortunato, ne avrebbe abbattuti due. Ma poi gli altri due lo avrebbero ridotto in poltiglia. Se ne avesse colpito uno solo, col suo corpicino si sarebbero sfogati in tre. Ma se li avesse mancati tutti?
Se. Ma. Il Montepremi. Alla cieca, tirò il grilletto.
I quattro caddero di peso. Tutti.
Il giovine s’illuse per un istante di averli fatti fuori in un sol colpo. No, non poteva essere, ed ebbe ancor più paura di prima.
Li aveva forse mancati tutti? Sentì un gorgoglio tipico di polmoni che si riempiono di sangue. Ok, fuori uno. Ma chi dei quattro?

Attese la classica pozza di sangue che si allarga sotto al torace di chi è stato colpito, ma il fango sotto ai corpi e il buio tutto intorno non lo aiutarono.
Perché avevano reagito così? Si erano forse coalizzati contro di lui? Probabile, ma dopo averlo fatto fuori, tra di loro come si sarebbero comportati? Dopotutto, il Montepremi era unico e non divisibile. E soprattutto, calcolò il ragazzo, a cosa gli serviva pensare al seguito, dopo essere stato fatto fuori da quelle manone bestiali?
Era in uno stallo, e non c’era tempo: il buio si stava addensando sopra ogni colore e forma. Pochi minuti e fine del gioco. Letteralmente.
Il ragazzetto ammirò la pistola che teneva in mano. L’ultimo colpo era in attesa, e decise di dedicarlo alla sua tempia. Game over. Senza Montepremi, ma senza dolore.
Chiuse gli occhi e sentì un colpo di pistola. Strano, pensò: non ha fatto lo stesso scoppio che aveva fatto al penultimo colpo. A pensarci meglio, non aveva ancora tirato il grilletto e...
Un altro colpo. Un terzo. E infine, un quarto.
Il ragazzo riaprì gli occhi e li sforzò per mettere a fuoco, in quell’oscurità crescente. La figura di una fanciulla, vestita con uno short militare che le metteva in risalto due lunghe gambe affusolate e lisce, lasciava fumare una pistola gigante tra le sue dita minute. Lo stesso rivolo di fumo fuoriusciva da un buco sul petto dei quattro corpi nerboruti sdraiati.
Gli stava sorridendo, e gli fece un occhiolino da cartone animato giapponese.
Lui ricambiò, con ancora la bocca della pistola a lato del capo. Si ricompose, lasciandosi scappare una risata da scarico di adrenalina. Lei lo imitò.
Il ragazzetto avrebbe voluto raccontargli che aveva già eliminato uno dei quattro tizi che erano lì a terra, che l’avrebbe voluta ringraziare di cuore, magari dividendo il Montepremi che...
Il Montepremi non era divisibile.
Il ragazzo ritornò serio, puntò l’arma verso la ragazza e fece fuoco, un istante prima che il paesaggio sprofondasse nel nero eterno.
Una fanfara vittoriosa sbottò in faccia al ragazzo. Il buio iniziò a squarciarsi come se una serie di fulmini aggressivi volesse penetrargli negli occhi. Credé di perdere i sensi, ma lo scenario oscuro gli si staccò dagli occhi come una ventosa e si allontanò come un pipistrello.
Il ragazzo, non appena il suo sguardo si abituò al nuovo panorama, si accorse di essere circondato da gradinate con gente in visibilio, applaudente, che faceva il tifo per lui, che lo acclamava.
Un fascio di luci colorate lo invase e lui d’istinto cercò di guizzare via. Braccia e gambe gli formicolavano, addormentate su un divano gigante avvolto da casse acustiche. Faticava a capire il senso di tutto ciò, ma sapeva di saperlo. Era intontito, ma sotto quel torpore stava risbocciando il motivo per cui lui fosse lì.
«EEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEECCO il vincitore del nostro Montepremi!»
Il ragazzo ruotò la testa - gli sembrava di avere sul cranio una cesta piena di pietre - alla volta di quella frase urlata con un’inverosimile gioia artificiale. Un uomo dai capelli rossi perfettamente impomatati e il pizzetto e i baffetti spigolosi come i suoi lineamenti si contorceva in un completo pacchiano e brillante, indicando con veemenza il ragazzo.
La folla, ringalluzzita, urlò di rimando.
Era tutto un gioco. Era quel gioco, ricordò il ragazzo. Con la bocca ancora semiparalizzata dalla realtà virtuale in cui era sprofondato sino a qualche minuto prima, scoppiò a ridere. Pian piano gli arti gli ritornarono funzionanti, e si alzò dalla poltrona come un vecchio stanco.
Il presentatore nello smoking dal dubbio gusto gli alzò un braccio in segno di vittoria, mentre una manciata di telecamere e fotografi lo accerchiò.
Il ragazzo aveva vinto. Aveva vinto il Montepremi, finalmente. Volle bagnarsi gli occhi nella folla adorante, si lasciò immortalare dalle tv e dai giornalisti, quando il suo sguardo si posò su una poltrona, uguale a quella sulla quale aveva giocato, che alcuni operatori stavano trascinando via. Uno di questi, in fretta, coprì la poltrona con un telo, lasciando sbucare da sotto due gambe nude.
Erano filiformi e delicate. E grondavano sangue.

Antonio Liccardo "il Collezionista di Attimi"



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