Chi ha paura dei pagliacci?

«Buonanotte tesoro» sussurrò dolcemente Camilla, dopo aver dato al figlio un bacio sulla fronte.
«Mammina, ti prego. Non spegnere la luce» mormorò il bambino supplichevole. Aveva solo sette anni.
«Oh Luca, amore mio, te l’ho già detto mille volte: non devi avere paura del buio» Camilla sorrise e in quella espressione c’era tutto l’amore paziente e compassionevole di una madre.
«Ma se viene il pagliaccio cattivo?» replicò Luca «Lui ama il buio».
Il pagliaccio cattivo?
Per un attimo Camilla rimase disorientata, colpa del sonno che si faceva sentire insistente, ma poi capì. E poteva mettere tranquillamente una mano sul fuoco, sapeva chi era il responsabile di questa improvvisa paura dei pagliacci del suo impressionabile pargoletto.
«Non esiste nessun pagliaccio cattivo» disse lei sempre con quel sorriso paziente e comprensivo.
«Ma Dario ha detto che esiste veramente. E che adora mangiare i bambini piccoli» replicò di nuovo Luca sempre più impaurito, e confermando in men che non si dica le certezze della madre. Dario era il fratello maggiore di Luca. Aveva tredici anni ed era uno di quei fratelli maggiori che godono nel tormentare i fratelli minori.
«Dario ti ha mentito, l’ha fatto per terrorizzarti. Te l’ho ripeto, amore, non esiste. Fidati di me».
E per un istante Luca si lasciò cullare e rassicurare dalle parole dolci e così cariche di sicura determinazione della madre. Poi il bambino si sentì invadere da una rinnovata ondata di angosciosa paura.
Oh, come avrebbe voluto crederle. Come avrebbe voluto spiegarle perché non riusciva a fidarsi di lei, ma il terrore gli aveva completamente seccato la gola. Un terrore che Luca era sicuro fosse giustificato. Perché da alcune notti avvertiva qualcosa di strano nella sua stanzetta, come se qualcuno lo stesse osservando. Ogni tanto gli pareva persino di sentire respirare e sghignazzare sommessamente. Succedeva sempre poco dopo essere stato messo a letto, quando cominciava lentamente a scivolare verso l’addormentamento, e allora non poteva far altro che restare paralizzato sotto le coperte, pregando Dio che finisse, cosa che grazie al cielo succedeva dopo un tempo che pareva infinito. E sebbene la strana presenza che avvertiva in quelle notti potesse essere semplice manifestazione di quella che i suoi genitori definivano suggestione, un brutto scherzo della sua mente con la complicità della sua fifoneria, Luca non riusciva a scrollarsi l’assoluta certezza che essa fosse realmente il pagliaccio cattivo, che non aspettava altro che il momento più opportuno per uscire finalmente allo scoperto e poi...
C’era ancora un’altra cosa che lo terrorizzava, e che contribuiva non poco al blocco che gli impediva di raccontare altro alla madre. Era un’altra cosa che gli aveva raccontato Dario sul pagliaccio, giorni fa.
«Stammi a sentire,» aveva detto serio, mentre Luca lo osservava con un misto di timore e soggezione «non devi dire a nessuno quello che ti ho appena rivelato. Questo pagliaccio ama mangiare le piattole come te, ma preferisce soprattutto le piattole che fanno la spia. Tienilo a mente, se non vuoi che lui usi le tue ossa come stuzzicadenti».
«Ok» aveva risposto Luca con un filo di voce.
Invece aveva finito per rivelare l’esistenza del pagliaccio cattivo (e chi gliel’aveva rivelato) a sua madre, anche se lei non ci credeva. E se aver fatto la spia fosse il momento opportuno che il pagliaccio aspettava per mostrarsi ed attaccare? Che cosa sarebbe successo stanotte? Non lo sapeva, sapeva solo che avrebbe voluto dormire con mamma e papà, ma era consapevole che ciò era impossibile. Loro non gliel’avrebbero permesso perché ormai era troppo grande. Inoltre, non avrebbe sopportato le battute di scherno di Dario se avesse saputo che aveva dormito nel lettone dei genitori, troppo umiliante. Non gli restava altro che aggrapparsi alla luce della lampada sul comodino.
«Va bene,» annunciò Camilla, resasi conto che le sue parole non avevano prodotto alcun effetto tranquillizzante «per stanotte ti lascio la luce accesa, ma ricordati che i mostri non esistono. E anche se esistessero, non potrebbero farti alcun male, perché io e Gesù ti proteggeremo sempre. Le hai dette le preghierine?»
Luca annuì, felicissimo che la mamma gli avesse lasciato la luce accesa, anche se solo per una notte. Per il momento si sarebbe accontentato.
«Sei un bravo bambino. Adesso cerca di dormire» Camilla gli diede un altro bacio sulla fronte, poi uscì dalla cameretta, annotando mentalmente di trovare una punizione esemplare per le continue angherie del figlio maggiore, chiudendosi la porta alle spalle.
Rimasto solo, Luca si girò e rigirò più e più volte nel letto. Un orrore così denso da sembrare quasi palpabile venne a serrargli il cuore. Alla fine, decise di posizionarsi sul fianco destro, tirandosi le coperte fin sopra la testa. Restò così, rigido come un tronco d’albero, tutti i sensi all’erta per captare qualunque cosa strana.
Non esiste nessun pagliaccio cattivo, continuava a ripetersi. Non esiste nessun pagliaccio cattivo, non esiste nessun pagliaccio cattivo, non esiste nessun pagliaccio cattivo...
Non successe nulla di strano, e qualche tempo dopo, forse minuti o forse addirittura un’ora, finalmente si assopì; e sebbene il suo sonno rimase superficiale e agitato, il cuore di Luca era adesso un po’ più leggero, forse perché la luce aveva impedito al pagliaccio di manifestarsi oppure perché forse, in fondo, aveva ragione la mamma: lui non esisteva veramente.

Bum!
Sembrava che qualcuno avesse sparato un colpo di cannone dentro la cameretta. Luca si svegliò di soprassalto, pur continuando istintivamente a tenere gli occhi ben chiusi, il cuore che gli martellava incessante nel petto. Sempre istintivamente, si ritirò le coperte fin sopra la testa e se le avvolse ancora di più attorno a sé.
Bum! Bum! Bum!
Questo suono assordante intanto continuava, diventando man mano più chiaro e continuo, quasi ritmato. Luca invece continuava a rimanere sotto le coperte, ancora una volta completamente paralizzato dal terrore. La sua mente al contrario era tutt’altro che paralizzata. Vi imperversava una lotta furibonda tra due pensieri che cercavano di prevalere l’uno sull’altro. Un pensiero strillava: È lui! Hai visto Luca che cosa hai combinato, facendo la spia? Gli hai dato il momento opportuno per uscire allo scoperto. E adesso si sta divertendo a terrorizzarti a puntino, proprio come aveva detto Dario, per insaporire le tue carni da moccioso coniglio con la tua paura. L’altro pensiero replicava rimbrottando: Smettila di fare il coniglio! Ricordati cosa ha detto mamma: il pagliaccio cattivo non esiste, tutto questo è opera della tua suggestione. Oppure di un sogno, un sogno molto vivido, ma quando finalmente sarai riuscito a svegliarti l’unico rumore che sentirai sarà il russare di Dario nella stanza accanto. Luca però era più propenso a credere in ciò che affermava il primo pensiero.
E mentre era perso in queste sue elucubrazioni, non si accorse che il Bum! Bum! era cessato all’improvviso. Se ne accorse solo quando il breve silenzio che seguì fu rotto da una voce.
«Lucaaaa...»
Gelida, ridacchiante, senza alcunché di umano. Nell’udirla, il terrore di Luca divenne pesante come un macigno. «Mamma! Mamma!» avrebbe voluto urlare. Avrebbe voluto che lei si precipitasse in camera sua, che lo abbracciasse, che lo riempisse di baci, che lo rassicurasse che quello che stava accadendo non fosse reale. Ma non riusciva nemmeno a parlare, figuriamoci ad urlare.
Un nuovo pensiero prese a ronzare nella sua testa, un pensiero terribile che amplificò ancor di più il terrore che Luca provava: Perché non sta venendo nessuno? Eppure quei Bum! Bum! erano così assordanti che mamma, papà e Dario avrebbero dovuto svegliarsi di soprassalto, com’è successo a te, e forse, nonostante i rumori fossero veramente assordanti, li avresti udito chiedersi cosa fossero questi rumori e precipitarsi in questa stanza, quando avrebbero capito da dove provenissero. E invece, anche adesso che i Bum! sono cessati, non senti le loro voci, i loro passi, nulla che dimostri che si siano svegliati. E se il pagliaccio, affamatissimo, li avesse già mangiati, lasciando te per ultimo, come un dolce che fa venire l’acquolina in bocca?
Luca cercò di scacciare quel pensiero dalla sua mente, ma non ci riuscì, per quanto si sforzasse. Nemmeno la nuova sequela di suoni che irruppe nella stanzetta riuscì a soffocare questa terribile elucubrazione. Anzi, sembrava come se il pensiero e la sequela di suoni si fossero messi a collaborare per terrorizzarlo ancora di più.
Luca riconobbe la nuova sequela di suoni: una musica. Era allo stesso tempo la stessa utilizzata durante le esibizioni nei cerchi che di tanto in tanto facevano vedere in televisione, quella che suonava ilare, infantile, forse un po’ stupida e scontata. Ma allo stesso tempo era anche diversa: distorta, brutale, assordante. Come la musica che piaceva tanto a Dario e che lui definiva Metal, mentre mamma la definiva musica del Diavolo. Per il bambino questa musica sistemava la faccenda: era la prova assoluta che il pagliaccio cattivo era reale ed era pronto a sferrare l’attacco finale, dopo averlo insaporito come si deve col terrore.
Poi, così com’era accaduto con i Bum!, dopo un periodo indefinito di tempo, forse qualche minuto (ormai Luca aveva perso ogni cognizione del tempo; gli era sembrato che fosse passato un secolo da quando il primo Bum! l’aveva svegliato di soprassalto), anche la musica cessò all’improvviso. Con tiepido sollievo di Luca, dopo un altro periodo di tempo indefinito che questa volta gli parve molto breve, anche l’orribile pensiero cessò di ronzare, sostituito di nuovo dal pensiero che affermava che era tutto opera della suggestione o di un sogno.
Eppure, nonostante tutto, nonostante la musica che aveva udito fosse per lui un prova inoppugnabile, forse avrebbe potuto ancora minimamente crederci che tutto ciò non fosse reale, se non avesse udito l’ennesima sequela di suoni: il rumore delle ante dell’armadio spalancate così forte da scardinarne una e farla atterrare con uno schianto sul pavimento, seguito dallo scoppio di una lampadina (Luca era straconvinto che si trattava della lampadina della lampada sul comodino) e da una brevissima sequela di passi pesanti, infine seguiti a loro volta dalla stessa voce inumana che prima l’aveva chiamato per nome, che ordinò: «Guardami».
La paralisi che lo attanagliava si sciolse, ma la massa ribollente di terrore che premeva contro le sue viscere rimase, anzi si mise a ribollire con ancor più intensità quando Luca si rese conto di essere prigioniero nel suo stesso corpo. Non riusciva più a controllarlo, rimanendo totalmente impotente mentre riemergeva dalle coperte, si metteva a sedere sul letto e apriva gli occhi, ritrovandosi finalmente faccia a faccia con il pagliaccio cattivo.
Proprio come l’aveva descritto Dario, la pochissima luce arancione di un lampione che filtrava dalle imposte della finestra lo rendevano più terrificante di quanto già non fosse. Era ai piedi del letto, alto e grosso quasi quanto l’armadio dietro di lui. Tutto il suo vestiario era nero: l’enorme collare di cuoio con le borchie che portava al collo taurino, la giacca di pelle che indossava, con strani simboli rossi disegnati sopra e le maniche strappate che mostravano le braccia muscolose, i braccialetti anch’essi con le borchie che portava ai polsi, i pantaloni e gli scarponi. Aveva i capelli verde acido, fluorescenti e dritti in spunzoni disordinati e in faccia quel cerone bianco che usano quasi tutti i pagliacci, ma il naso, le labbra e la zona intorno agli occhi rossi erano anch’essi colorati di nero. Ma la cosa più inquietante era il suo ghigno malefico che mostrava una fila di denti piccoli, ma terribilmente aguzzi.
Il pagliaccio contemplò Luca per qualche istante, poi con quella voce inumana disse: «Grazie, Luca».
Grazie? Di cosa? Pensò Luca per un attimo disorientato. Ma una vocina dentro di lui squittì immediatamente la risposta: Ma è ovvio! Per averlo portato qui da te!
«No! Tu non esisti!» sbottò d’impulso Luca, aggrappandosi con tutto se stesso a quelle parole, come se fossero un incantesimo che avrebbe fatto sparire quel mostro per sempre.
Il pagliaccio ridacchiò: staremo a vedere, sembrava significare. E con uno scatto si avventò sulle succulente, tenere e infantili carni del bambino, mentre lui non poté far altro che sbloccare finalmente l’urlo a pieni polmoni che aveva incastrato in gola.

Salvatore Salanitri

Nato in una cittadina ai piedi di quello che è il più grande vulcano d'Europa e uno dei più maestosi del mondo nel 1996, dopo diverse false partenze decido finalmente di provare seriamente ad avviare in questo sito la mia avventura di Scriba del Diavolo (come mi ha soprannominato una parente fin troppo Credente).



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