La cavità dell'anima

Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2017 - edizione 16

Tu non smetti di vederli anche se non ti camminano accanto e nemmeno ti guardano, ogni volta ci sono, sono sempre loro due e invecchiano rapidamente, più rapidamente di te. Una volta infine ti fai coraggio (ti trovi ad una festa?) ed avvicini quello più basso. Provi disgusto per lo stato dei suoi denti e per il suo corpo deforme, gli chiedi di andarsene. La faccenda sta diventando una farsa, hai tanto da fare, devi rimanere tranquillo. E lui visibilmente imbarazzato ti allunga un biglietto e sopra c’è scritta una data, una data di molti anni prima, che ti pare di ricordare, che ti dice qualcosa. E intanto un serpente ti scivola accanto,ed i tuoi piedi sono nudi, e affondi nella melma, fredda fino alle ossa. L’altro uomo invece ti guarda con gli occhi lucidi, come se provasse pena della tua situazione. Ti sei ricordato del giorno in cui avevi piegato la testa alle ambizioni dei tuoi genitori, che non riuscivi nemmeno a comprendere, sei andato avanti sulla fiducia, figurarsi che non lo capisci nemmeno ora, il guadagno che ci avresti trovato.

Ti accorgi che hai passato tutti questi anni ad aspettare di scoprire la soddisfazione della tua professione, ti accorgi che sei andato avanti ogni giorno come un corpo vuoto, che solo non cade. Ed il serpente ti è entrato nei pantaloni e ti scivola su per il polpaccio e la coscia, e si annida nel luogo in cui tanto tempo prima avevi un’anima, e le spire che scivolano su se stesse ti fanno percepire, tutto d’un fiato, la cavità che tenevi nascosta. E quando poi ti ha morso, sei svenuto, soffocando il tuo grido, per risvegliarti in un letto inzuppato da quella è stata chiamata, simpateticamente, la febbre del serpente.

Serena Imperiale



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