La casa al n. 1248

Era una casa di mattoni rossi come tante altre situate al n. 1248 di State Street, New Haven vicino all’angolo di Blatkley Avenue. Benché semplice in forma e costruzione non era priva di attrattiva. Era robusta e massiccia in apparenza; i suoi mattoni macchiati di fuliggine erano fermamente cementati senza crepe e cedimenti dopo decenni di pioggia e gelo. I suoi davanzali di pietra le conferivano un ulteriore aspetto di robustezza.
Suppongo che fosse costruita qualche tempo prima dell’inizio del secolo; non ho mai accertato la data esatta.
Io fui portato là alcuni mesi dopo la mia nascita, nel dicembre 1918 a Bridge Port. Mia madre contrasse l’influenza prima che nascessi, e non si aspettava che sopravvivessi. In realtà, io fui portato in quella casa in attesa della morte. Per settimane e mesi, sembrava non esistessero altre possibilità.
Ma io sopravvissi. La massiccia casa di mattoni sembrava proteggermi; i suoi muri di mattoni e le finestre di pietra, mi tenevano al caldo. I pavimenti, almeno il secondo piano occupato da noi, erano sempre asciutti. Il camino tirava bene. C’era una grande ventilazione quando serviva, con le finestre tutte intorno. Perfino l’attico, con i suoi grossi e rozzi travi, reggenti il tetto incurvato, era un posto confortevole e amichevole.
Di notte, il morbido bagliore di un’antiquata lampada a gas dava tutta l’illuminazione necessaria.
Quella casa è stata la mia prima fortezza, il mio primo asilo, la mia prima ancora sulla terra. Che importa se non avevo ancora quattro anni quando la mia famiglia si trasferì. I primi anni dell’infanzia erano per sempre immagazzinati nella mia memoria. Nelle profondità del mio subcosciente la casa di mattoni rossi diventò simbolo di sicurezza, di rifugio, un posto che sarebbe stato per sempre mio, un posto a parte, un primo paradiso - e un’ultima disperata speranza.
La mia famiglia si trasferì, non perché ci mancasse qualcosa, ma a causa di una spiacevole situazione riguardante i nuovi vicini che si istallarono al primo piano.
Io ero profondamente scosso, ma l’infanzia rimuove questi brutti ricordi, almeno dopo qualche tempo. Noi ci trasferimmo in una casetta di legno al n. 59 di Bishop Street, che in struttura e disposizione assomigliava un poco alla vecchia casa di mattoni rossi. Oltre alla casa c’era un grande cortile sul retro con due alberi di ciliege, una vite, un cespuglio di serenelle, una catalpa e un campo con l’erba alta.
Qui fui allevato mentre quasi sedici anni trascorsero veloci.
Alla fine, con riluttanza, ci trasferimmo ancora, sempre a causa di vicini insopportabili. Tragedie e tempi tristi all’improvviso piombarono su di noi.
Mio padre morì. Lo sforzo di tenere unita la famiglia in ragionevoli condizioni di benessere, divenne un duro compito. C’era poco tempo da dedicare al passato; il rigido presente e lo spaventoso futuro consumavano tutte le energie e tutte le fantasie.
Nonostante tutto, la vecchia casa di mattoni rossi non era mai completamente dimenticata. Era confortevole pensare che essa esisteva ancora, virtualmente immutata dai cambiamenti degli anni. Essa rimaneva un’ancora, forse più psichica che fisica, ma non di meno rassicurante.

Scoppiò la guerra e io dovetti partire. Trascorsero tre anni prima del mio ritorno, e poi la famiglia si divise. Ci furono ancora partenze, pianti, malattie, problemi. Attraverso tutto questo, esausto come ero, io tentavo ancora di scrivere. I miei sforzi avevano poco successo, ma io perseveravo e non rinunciavo.
Mentre gli anni passavano, io mi spostavo da uno scomodo appartamento a un altro, tormentato da affitti da pagare, dalla scarsità del riscaldamento e da vicini che battevano il tamburo nella stanza adiacente. In mezzo a tutto questo, la memoria della vecchia casa rimaneva dentro di me.
Qualcosa, comunque, mi tratteneva dal visitarla. Sentivo che i nuovi inquilini non mi sarebbero stati amici. Mi avrebbero guardato con stupore; sarei diventato l’oggetto della loro curiosità. Se avessi chiesto di entrare, mi avrebbero chiuso la porta in faccia, o chiamato la polizia. Oltre questo, sapevo che il quartiere dove si trovava era in rapida decadenza.
In quell’area si infiltravano quei prolifici prodotti dei bassifondi della città che sono noti per le due attività che si svolgono con perseverante fedeltà, durante le loro vite di persone irresponsabili: una è quella di raccogliere assegni di beneficenza e l’altra è derubare i cittadini che pagano le tasse per mantenerli.
Molti anni passarono. Alla fine, leggendo un giornale, in un piovoso pomeriggio di Ottobre, appresi che la vecchia casa di mattoni rossi era condannata. Una nuova superstrada era in progetto. Avrebbe squarciato la città simile a un tornado pilotato, livellando ogni cosa davanti a sè. E la vecchia casa stava nella direzione del suo percorso.
In stato di grande depressione camminavo attraverso le vie bagnate, verso la prima casa della mia infanzia. Mentre mi avvicinavo ai vecchi quartieri, ero spaventato dai cambiamenti che vedevo. Alcune case erano già diroccate e deserte; la maggior parte delle altre sembravano occupate da nomadi dalla pelle scura che stavano letteralmente consumando le case dove vivevano.
Il mio cuore si contrasse quando svoltai l’angolo di State Street e arrivai in vista della vecchia casa di mattoni rossi. Era là, come la ricordavo, e quasi completamente immutata. Se c’era qualcosa di stabile fra il caos che la circondava, questa era proprio la casa. Non scorgevo nessuna crepa, nessun mattone rotto. Anche se non si vedeva nessuno, la casa sembrava occupata.
Sommerso dai ricordi, stavo sul marciapiede, sotto la pioggia. Il tempo sembrava essersi fermato; 40 anni scivolarono via ed io ero ancora un ricciuto moccioso che sbirciava giù, dalla finestra della cucina.
Alla fine ritornai indietro e ripercorsi le vie in quel piovoso pomeriggio di Ottobre. Se anche il tempo potesse essere invertito pensavo. Perché noi siamo condannati ad andare sempre avanti, intrappolati dentro questa inflessibile dimensione, camminando verso il molino dell’oblio, eternamente incapaci di recuperare ogni nostro istante passato.
Le vie fredde e la luce grigia del cielo di Ottobre non mi davano risposta. Infreddolito e sconsolato raggiunsi la mia stanza alla fine e sprofondai nella poltrona.
Meno di una settimana dopo però, io percorrevo ancora quelle strade malinconiche temendo che la vecchia casa di mattoni fosse già scomparsa. Invece stava ancora là; e ancora io la guardai per lunghi minuti, mentre eventi che credevo aver dimenticato si affollavano dentro di me.
Quella casa diventò una calamita; non passava giorno che io non andassi a vederla. Il clima mi era indifferente. Ci andai una volta mentre raffiche di vento con pioggia limitavano la visibilità a pochi metri. La casa diventò una ossessione che si rinforzava col passare del tempo.
Una gelida giornata di Novembre arrivai e scoprii che la casa era deserta. Il cartello “Da demolire” era inchiodato sulla porta di ingresso. La casa stava per essere distrutta, affermava il cartello; nello stesso tempo era proibito entrare; chi violava questa regola era soggetto all’arresto.
Nonostante fosse rischioso, io provavo l’irresistibile impulso di entrare ancora una volta dentro le stanze della mia infanzia.
Il traffico lungo la strada era intenso, ed io esitavo. Infine camminai intorno alla casa e provai a spingere la porta sul retro. Non era serrata; entrai in una oscura saletta e aspettai un momento, ascoltando, mentre gli occhi si abituavano all’ombra dell’interno. C’era un totale silenzio; l’assoluto, opprimente silenzio del tempo scomparso. Salii le scale oscure e incurvate, aprii un’altra porta e mi trovai nelle amate e familiari stanze della mia infanzia.
Le stanze erano come le ricordavo; l’unica maggior differenza era la sostituzione dei tubi del gas con la luce elettrica. Anche se alcune cianfrusaglie stavano sparse intorno, le stanze erano pulite e non lasciate all’abbandono. Pittura fresca e carta da pareti erano state applicate in un passato recente.
Mentre camminavo attraverso la cucina, il salotto e le due stanze da letto, ero sopraffatto da un sentimento di indescrivibile stranezza. Situazioni che non ricordavo da 40 anni mi ritornarono in mente. In quelle gelide stanze rischiarate ora solo dalla luce grigia del cielo di Novembre, il passato si ridestò e tornò a vivere di nuovo.
Stavo vicino alla finestra della cucina dove, da bambino, aspettavo che mio padre arrivasse alla sera. Egli alzava gli occhi, sorrideva e alzava la mano; e io che stavo rinchiuso in casa mi preparavo a correre fra le sue braccia. Ripensandoci adesso, capisco che egli doveva essere stanco, depresso e preoccupato; ma in quei magici giorni, lui era il mio rifugio sicuro. Qualsiasi fossero i suoi problemi, io non venivo mai messo da parte.
Papà non sarebbe mai più apparso, non avrebbe più alzato lo sguardo e agitato la mano, mai più, anche se fossi rimasto alla finestra per decenni e secoli, anche se fosse rimasto lì per l’eternità.
E tuttavia... la ragione mi diceva una cosa, ma qualche elemento psichico e intuitivo dentro di me, mi suggerivano il contrario. Era possibile che il passato potesse ancora esistere? Quel tempo era una dimensione che poteva essere raggiunta?
Pieno di brividi, desolato davanti alla solitudine degli anni, davanti all’isolamento che impone il tempo, rimasi a ponderare questi problemi che il mio povero cervello non poteva chiaramente comprendere. Una barriera ci era stata imposta, una barriera di forza psichica che noi non potevamo superare, fintantochè siamo vivi...
Alla fine lasciai quelle fredde, vuote, enigmatiche stanze della mia infanzia, discesi le scale oscure e uscii in strada.
L’arido presente, con le sue mille cose irritanti, mi sommerse di nuovo, ma io seguitavo ad ascoltare l’oscuro fluire del fiume del passato, parte del quale si era incanalato attraverso di me, sui suoi percorsi predeterminati, per sempre.
Non potevo più togliermi dalla testa la vecchia casa di mattoni. La visitavo tutti i giorni; ascoltavo il suo silenzio in quelle stanze gelide, mentre tanti eventi dimenticati da 40 anni, mi tornavano alla memoria. Vagavo da una stanza all’altra, cercando i collegamenti col passato, scrutando ogni porta e finestra, ogni stanzino, ogni centimetro del pavimento e dei muri. Una volta, nel misterioso spettrale silenzio, una porta in qualche posto del piano inferiore, incominciò a sbattere col vento.
Era l’unico suono che udii nella casa, un doloroso ritornello che riusciva solo ad accentuare il silenzio sottostante.
Le case tutte intorno venivano velocemente abbattute dalle benne delle ruspe. Apparentemente la mia vecchia casa era una delle ultime da demolire. Potevo quasi credere che lo facessero apposta per torturarmi. Nessuno mi vide mai mentre entravo dentro; la casa era stata abbandonata all’oblio ed era chiaro che il cartello con la scritta: Vietato l’ingresso, era stato messo solo per ragioni burocratiche.
Incominciavo a sentire che una affinità stava nascendo fra me e la casa. All’inizio questo sembrava un’assurdità, ma non potevo liberarmi dalla convinzione che la casa era qualcosa di più di una massa di mattoni, pietre e calcina. Residui del passato stavano appiccicati qui, la impregnavano per così dire; erano questi che io cercavo di afferrare nei lunghi sbriciolati corridoi del tempo.
Non posso dire adesso quante ore trascorsi in quelle stanze, forse centinaia. Novembre diventò Dicembre, la neve cadde, venti gelidi incominciarono a soffiare per le strade e io ancora ritornavo là dentro.
Sempre di più io percepivo il passato; ricordavo piccoli incidenti; quotidiane routine, minimi dettagli. Appena ricordati, si saldavano uno all’altro. Una reazione a catena era creata e io ero finalmente capace di un qualcosa che si avvicinava alla rievocazione totale. Il passato divenne la realtà; adesso era il presente che diventava nebbioso e confuso.
Uno scuro giorno di Dicembre (non posso ricordare la data precisa) camminavo ancora attraverso le vie fredde e quasi deserte, verso la casa della mia infanzia. La neve incominciava a cadere; i suoni giungevano smorzati alle mie orecchie e attutiti da una lunga distanza. I passanti erano simili a spettri fra i fiocchi di neve.
Mentre mi avvicinavo alla vecchia casa di mattoni, percepivo solo un immenso silenzio. I miei passi, attenuati dallo strato di neve, non davano nessun suono.
Camminai finché raggiunsi il retro della casa, spinsi la porta e incominciai a salire le scale. A metà strada notai che era avvenuto qualche cambiamento. Mi resi conto immediatamente che le scale erano state recentemente spazzate e strofinate. Potevo perfino sentire l’odore di sapone fresco. Perplesso, spinsi la porta in cima alle scale ed entrai nelle stanze della mia infanzia.
Mi fermai, rimasi immobile, sbalordito. Le stanze erano adesso completamente ammobiliate. Sedie, tavoli, una stufa, tappeti erano disposti nell’ordine giusto. Quadri e calendari erano appesi alle pareti. La luce del gas spandeva un bagliore morbido sulla scena.
Con il cuore che batteva forte e un formicolio alla radice dei capelli, mi rassicurai dicendomi che c’era stato un cambiamento sul progetto della superstrada. Il percorso era stato alterato; la casa veniva salvata e qualcuno ne aveva già preso possesso. Probabilmente l’elettricità non era ancora stata ripristinata; il vecchio impianto a gas, forse ancora connesso per errore, era stato messo temporaneamente in funzione.
Seguitavo a ripetermi che questa doveva essere la spiegazione. Ma questa spiegazione non riusciva a spiegare lo strano senso di familiarità che io provavo. Come era possibile che io ricordassi i quadri sulle pareti, il colore dei tappeti, il tipo di linoleum della cucina? Come potevo sapere che c’era una grande cassa in legno di giocattoli sull’altro lato della cucina, vicino alla finestra, mentre, da dove mi trovavo, la cassa era completamente nascosta dal tavolo. La paura si mischiava a uno strano senso di esultanza; mentre attraversavo la cucina, notai la cassa, e poi guardai dentro le altre stanza. Non mi sentivo un intruso; ogni cosa era proprio come io la ricordavo.
Cos’era, tutto uno scherzo? Qualcuno aveva arredato l’appartamento proprio come io lo ricordavo in un deliberato tentativo di sconcertarmi? No, questo era impossibile.
Mentre la spiegazione che temevo di accettare si imponeva su di me, provavo un sottile, ma inequivocabile senso di oppressione. Sentivo che stavo lavorando sotto qualche tipo di pressione, una pressione che stava aumentando, una pressione che poteva diventare fatale.
Scuotendo la testa come per liberarla dalle ragnatele, camminai verso la finestra della cucina, di fronte a State Street. Guardando fuori, non vedevo più la neve. Gialle foglie di acero correvano lungo il marciapiede, agitate da un venticello vivace. Guardai giù, terribilmente spaventato alla vista di quelle foglie gialle cadute. Un orologio batté sulla mensola della cucina; alzando gli occhi vidi che erano quasi le 5.30.
Il mio sguardo ritornò di nuovo alla finestra. Perché era importante che io rimanessi là a guardare, mi chiedevo, che cosa stavo aspettando?
E poi mio padre, con indosso il solito soprabito grigio, e morto da oltre 25 anni, arrivò camminando sul marciapiede. Alzando lo sguardo, lui mi sorrise e agitò la mano. Un attimo dopo scomparve alla vista, mentre girava verso la porta d’ingresso.
Udii la porta della stanza aprirsi e chiudersi. Udivo dabbasso passi familiari sulle scale - il lento e misurato calpestio che io conoscevo bene.
Volevo correre alla porta, ma un urgente segnale, proveniente dalle profondità della mia mente mi riempì di un improvviso terrore. Non potevo spiegarne la ragione, ne spiegarlo, ne descriverlo - ma sapevo, dalle fibre interiori del mio essere, che dovevo lasciare la stanza e la casa immediatamente. Quando la porta della cucina si fosse aperta, io sarei stato perduto.
Come posso spiegare che, malgrado la paura, me ne andai angosciato, con inesprimibile rimpianto. Mentre i passi si avvicinavano alla sommità della scala, mi lanciai di corsa verso la porta sul retro, mi tuffai giù dalle scale e fuori, nella selvaggia vertiginosa notte di oscurità e neve turbinante. La realtà si mescola col delirio senza che la mia memoria riesca a separarli. Non posso ricordare dove andai nè cosa feci. Mi trovarono sulla strada, in stato di esaurimento e shock e mi portarono a casa.
“Allucinazioni” dissero. “Perdita di contatto con la realtà”. “Una fantasia regressiva”. E così via.
Voi che leggete questo, potete trarre le vostre conclusioni. Le mie si sono già formate e non potranno essere classificate.
Credo che la mia intensa visualizzazione del passato, la mia dettagliata e prolungata ricostruzione degli eventi, combinata forse con la particolare aurea di infinito evocata dalla caduta della neve, effettivamente fece rinascere, oppure rese manifesto alla mia coscienza, un periodo scomparso della mia vita passata.
Sono convinto che anche se brevemente, mi sono spostato su un altro piano del continuum tempo. Essere rimasto potrebbe aver provocato il mio annichilimento; non lo saprò mai. Ma so ora ciò che ho sempre creduto: il tempo è una dimensione; esso non può essere distrutto; esso esiste per sempre.
In qualche posto, la vecchia casa di mattoni rossi al numero 1248, esiste ancora.
Un calpestio familiare risuona sulle scale e un fragile ma vivo bambino corre ancora verso una porta che si apre.

Traduzione di Sergio Bissoli

Joseph Payne Brennan

Joseph Payne Brennan (20 dicembre 1918 - 28 gennaio 1990) era uno scrittore horror e poeta americano di origine irlandese. Nato a Bridgeport, Connecticut, ha vissuto la maggior parte della sua vita a New Haven dove ha lavorato come assistente all'acquisizione alla Sterling Memorial Library di Yale University per oltre 40 anni. Brennan ha pubblicato diverse centinaia di storie (stima che siano tra le quattro e cinquecento), due novelle e migliaia di poesie. Le sue storie sono apparse in oltre 200 antologie e sono state tradotte in tedesco, francese, olandese, italiano e spagnolo. E' stato il primo bibliografo delle opere di H.P. Lovecraft.